Quale democrazia?

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Ovvero, è concepibile che per favorire l’avvento di governi competenti si promuova solo un voto popolare informato?

“I would rather have questions that can’t be answered than answers that can’t be questioned.”

[Richard Feynman]

Ritratto di John Stuart Mill

Ritratto di John Stuart Mill

La forma di democrazia basata sul suffragio universale sembra essere un risultato così magnifico nella storia della civiltà da essere considerato da noi indiscutibile. Sicuramente è una vetta raggiunta dalla politica e dal pensiero dell’uomo. Ciononostante potremmo chiederci: se una quantità significativa di elettori si dimostrasse irrazionale e disinformata che ne sarà davvero del bene comune? In altre parole, la democrazia basata sul voto di tutti è il fine ultimo, o piuttosto un mezzo (discutibile e perfezionabile) per garantire un governo della res publica affidabile e competente? In questo contributo, scusandomi per non essere stato capace di maggiore sintesi, proverò a chiarire il senso di queste domande e a discutere possibili risposte.

Votare con la pancia o con il cervello?

Le ultime vicende elettorali in Europa (Brexit, referendum costituzionale italiano) e nel mondo (presidenziali USA) sono state segnate anche dal contesto della cosiddetta ‘post-truth’, la post-verità, ossia la diffidenza per le opinioni basate su fatti accertati e la credulità per le bufale condivise da alcuni siti presenti in rete. Recentemente ha avuto grande risalto un’analisi del popolare sito americano BuzzFeed sulla diffusione delle notizie sui diversi social network. La ricerca mostra come le più diffuse notizie false postate durante la campagna elettorale americana abbiano suscitato molto più interesse e ricevuta molta più attenzione delle storie pubblicate da una ventina tra i maggiori e più autorevoli media statunitensi.

Debbo aggiungere subito che un’altra ricerca, sempre di Buzzfeed, ha mostrato anche come le pagine Facebook di carattere ‘conservatore’ pubblicano menzogne o notizie fuorvianti con almeno il doppio della frequenza di quanto facciano le pagine ‘liberal’.

Kurt Cobain [foto: Michel Linssen/Redferns]

Kurt Cobain
[foto: Michel Linssen/Redferns]

Uno dei più toccanti racconti diffusi nella campagna elettorale presidenziale è stato senza dubbio la profezia del 1993 di Kurt Cobain (leader dei Nirvana), un anno prima di suicidarsi: “Alla fine la mia generazione sorprenderà tutti. Sappiamo che i due partiti giocano insieme al centro e, quando matureremo, eleggeremo finalmente un uomo libero. Non sarei per nulla sorpreso se fosse un uomo d’affari, incorruttibile, che si dia davvero da fare per la gente. Un tipo alla Donald Trump, e non datemi del pazzo”.

La citazione ha fatto immediatamente il giro dei social media, anche se è una vera bufala. Nei giorni prima delle elezioni, come è stato fatto notare per esempio su Nieman Lab, sono circolati diversi articoli che contenevano notizie del tutto false su Hillary Clinton. Per esempio, “Hillary Clinton promette la guerra civile se Trump sarà eletto”, “Papa Francesco sorprende il mondo e appoggia Donald Trump per la presidenza”, “Hillary Clinton coinvolta in un giro di sfruttamento della prostituzione minorile”. Come è stato denunciato da Obama, dalla CIA e da molti organi di stampa anche l’opera degli hackers russi aleggia sul risultato di quelle elezioni, soprattutto per aver favorito il diffondersi di “fake” sui social network.

In Gran Bretagna qualche mese fa il paese si svegliò apprendendo una storia terribile. Il primo ministro David Cameron (che, incidentalmente, si schierò per il ‘Remain’ nel referendum) aveva a suo tempo commesso “un atto osceno con la testa di un maiale morto”, secondo il Daily Mail. L’autore della storia affermava che la sua fonte era un deputato, che aveva anche filmato l’atto: “Il primo ministro aveva inserito una parte privata della propria anatomia nell’animale”.

In pochi minuti, #Piggate e #Hameron diventavano immediatamente trendy su Twitter. Dopo un lungo ‘divertimento’ nazionale, la scioccante ammissione. L’autore dell’articolo andò in TV e disse che non sapeva affatto se il suo scandaloso scoop fosse in realtà vero. Incalzato per fornire qualche prova, l’autore ammise infine di non averne proprio nessuna.

La notizia in Italia con il coinvolgimento più alto su Facebook si è rivelata infine anche essa una bufala colossale: il presunto ritrovamento, in un inesistente paese, di “500.000 schede elettorali con il SI già segnato”!

L’appello di Grillo (il vero vincitore, almeno secondo molti osservatori, del nostro referendum costituzionale) durante la campagna elettorale non ha certo contribuito a far sì che l’elettore tendesse ad informarsi correttamente sul quesito referendario e decidesse razionalmente: “Votate con la pancia non con la testa”.

Non mi sembra inopportuno qui ricordare che Hannah Arendt, l’autrice de ‘La banalità del male’ e uno dei più autorevoli filosofi politici (anche se lei non amava definirsi tale) della storia, ci avverte invece, a differenza dell’ex comico, che quando dobbiamo fare scelte che riguardano anche il futuro di altri (la politica) dovremmo fermarci a pensare prima di agire, almeno se desideriamo essere delle persone (e lo dovremmo desiderare, perché questo è salutare e benefico per tutti):

“L’espressione ‘fermati a pensare’ è davvero nel giusto…a ben vedere il pensiero, al contrario della contemplazione, è un’attività. Non solo, ma è un’attività che produce precisi effetti morali, trasformando chi pensa in una persona…Ma l’attività e l’azione non sono la stessa cosa…la distinzione principale, da un punto di vista politico, risiede nel fatto che quando penso sono ancora solo, laddove sono in compagnia di molti quando inizio ad agire”.

Il Washington Post ha mostrato che il giorno dopo la Brexit molti britannici si sono affrettati ‘to google’ informazioni di base su cosa è l’Unione Europea. Un po’ come decidere di studiare dopo aver fatto l’esame.

Populismo, fase suprema del ‘bufalismo’?

Forse non è una semplice coincidenza che in Italia a finire nel banco degli imputati di una specifica ricerca, sempre di BuzzFeed, sia stata proprio la propaganda online del Movimento 5 Stelle. La ricerca firmata Craig Silverman sostiene esplicitamente: Il più popolare partito politico italiano è leader nel diffondere false notizie”

Ai siti che divulgano deliberatamente menzogne si affiancano poi quelli che mescolano le bufale alle notizie vere, causando il rilancio spesso tragicomico di eccentrici contenuti da parte di ignari frequentatori dei social, convinti di aver segnalato qualcosa di originale. E così, considerando anche la tanta pubblicità, mi viene in mente una nota barzelletta in cui il cameriere chiede al cliente “Come ha trovato la bistecca?”, e il cliente gli risponde “Mah, cercando in mezzo alle foglie dell’insalata”.

Donald Trump, dopo la vittoria alle primarie del Nevada, ha annunciato: “I love the poorly educated”. Ma l’ignoranza e l’incapacità di alcuni colpisce tutti, perché le notizie false alimentano l’odio sociale. E l’odio disgrega una comunità.

Il nostro presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella ha sottolineato in una recente intervista al Financial Times: “La post-verità in politica è uno dei driver del populismo e una delle minacce alla nostra democrazia”.

Ultimamente, per denunciare tutto questo, è intervenuto anche papa Francesco. Disinformare, calunniare gli avversari politici, sporcare la gente, è ”peccato, i media non devono cadere nella malattia della coprofilia”. Perché, ha infatti aggiunto il papa “la gente ha la tendenza alla malattia della coprofagia”.

Il sociologo francese Gérald Bronner, nel suo libro ‘La Démocratie des crédules’, ha descritto semplici meccanismi che, collegando il pensiero individuale con le condizioni in cui ci si trova a vivere e ad agire, possono portare alcuni di noi a rinnegare i fatti e a preferire una bufala a un risultato scientifico, come sottolinea appunto anche il papa. Vivere in un mondo permeato dall’uso massivo di internet e dei social media, quindi, è un fenomeno di cui tener certamente conto (a questo riguardo segnalo un recente e istruttivo contributo proprio del direttore de L’Undici, Gian Pietro Miscione, ‘E’ la fine di internet, per come la conosciamo’). Ma non è assolutamente tutto (la disinformazione, del resto, non è certo nata con internet). E’ importante anche tener presente la facilità con cui alcuni esseri umani possono fare confusione tra l’incertezza e il dubbio che inevitabilmente sono sempre alla base dell’indagine scientifica e il sospetto e la diffidenza come presupposti per non credere a ciò che la scienza ci mostra (ovvero i risultati condivisi dalle comunità dei ricercatori nei differenti campi della conoscenza). Nel rapporto di una recente ricerca dell’Università di Stanford sulla capacità dei giovani americani di gestire le informazioni in rete si riassumono così i risultati del lavoro: “In generale la capacità dei giovani di ragionare sulle informazioni presenti su internet può essere riassunta in una parola: deprimente”.

Pur consapevole del fatto che mettere in discussione la validità del concetto di suffragio universale comporta l’esser trattati come persone fuori dal mondo, proverò in questo contributo a mostrare come eminenti filosofi e appassionati studiosi, ma anche politici e rappresentanti di istituzioni pubbliche, da secoli, si siano interrogati a lungo sulle fondamenta della democrazia e su quale delle sue forme sia la più appropriata nel garantire un buon governo della cosa pubblica, non solo la più ‘giusta’ in senso astratto. E così ricorderò che da molto tempo sono dibattute questioni quali: chi deve avere diritto di voto? Chi il diritto di essere eletto? Come ‘contare’ i voti?

In democrazia i numeri sono certamente importanti. Ma sappiamo anche bene che nella storia, purtroppo, non sempre i risultati scaturiti da una votazione a suffragio universale sono coincisi con il trionfo della civiltà. George Orwell aveva ragione nel sottolineare che la pubblica opinione non è di per sé più saggia di quanto gli esseri umani siano di per sé gentili. Le persone possono comportarsi in modo sciocco, irrazionale, autodistruttivo sia che lo facciano in modo aggregato, per così dire, che in modo individuale.

Lo sviluppo del concetto di democrazia

Busto di Pericle riportante l'iscrizione "Pericle, figlio di Santippo, ateniese".

Busto di Pericle riportante l’iscrizione “Pericle, figlio di Santippo, ateniese”.

La pratica democratica trovò come noto la sua prima e compiuta espressione nella Atene di Pericle – che governò dal 460 al 429 a.C. – dove i cittadini si riunivano regolarmente per discutere e deliberare riguardo alle questioni pubbliche. Per Pericle la democrazia non era il potere dei molti sui pochi, ma il potere dell’intero demos su se stesso, esercitato con procedure che vedevano ciascun cittadino partecipare al processo decisionale e le decisioni frutto della volontà espressa dalla maggioranza. Aristotele spiegherà bene però che solamente in pochi in realtà erano autorizzati e messi nella condizione di prendere parte alla vita politica della polis: in Grecia, al di là di ogni mito, erano di fatto solo i ricchi – maschi – a decidere.

Socrate fu condannato alla pena capitale con voto a maggioranza. Platone, suo allievo ventottenne, non poté trarne certo un’idea molto positiva di quel tipo di votazione. Da allora diffidò delle maggioranze e cercò un governo dei ‘migliori’. Egli teorizzò il primato della ragione, incarnata in coloro che sanno, i saggi, ovvero coloro capaci di intravedere e di realizzare in pratica il bene collettivo nel rispetto delle capacità e delle competenze di ciascuno, e quindi di esercitare il potere.

Nell’antica Roma, il diritto di suffragio (ius suffragi) consisteva nella facoltà di votare nei comitia, ma ciò era ristretto a pochi perché comportava molti requisiti (di censo, di classe, di sesso). Dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente il concetto di suffragio in ambito politico fu dimenticato: nel Medioevo trovò la sua applicazione solo all’interno degli ‘ordini’ (giuridici, religiosi) e delle ‘corporazioni’.

Un tipo di governo democratico – più liberale dovremmo forse dire, comunque su base elettiva/rappresentativa anche se censitaria – fu reintrodotto in chiave moderna a seguito delle grandi discussioni filosofiche, le grandi battaglie sociali e le grandi rivoluzioni (quella americana e quella francese su tutte) del ‘700 e dell’’800. Un ruolo chiave nell’avanzare le tesi proprie della democrazia rappresentativa su base universale ebbe il politico inglese Thomas Rainborough,  il quale espresse (durante le discussioni riguardanti la riforma della Costituzione britannica, a metà del 1600) nel modo seguente il fondamento della filosofia politica dei cosiddetti Livellatori, che sarebbe stato tipico di tutte le democrazie liberali di orientamento progressista:

“Nessun uomo ha da essere escluso dalla scelta di quelli incaricati di fare le leggi sotto le quali deve vivere, e per quel che io sappia, perdere altresì la vita. Diversamente si metterebbe in atto una vera e propria tirannia”.

Tale affermazione, come per esempio mostra in maniera accurata lo storico Massimo L. Salvadori nel suo ultimo libro ‘Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà’, è passata poi attraverso la riflessione di grandi pensatori del ‘700 e dell’’800 quali Nicolas de Condorcet, Thomas Jefferson, Benjamin Constant, John Stuart Mill e tanti altri. Mill, come vedremo anche nel seguito, aveva però sin dal principio espresso le sue forti preoccupazioni legate ad una pratica del voto troppo generalizzata, la quale avrebbe prodotto come risultato – nella maggioranza dei casi – governi mediocri. Montesquieu, contemporaneo di Mill, aveva già strenuamente sottolineato come un requisito del quale uno Stato democratico non può fare assolutamente a meno sia quello dell’istruzione. Il popolo è sì detentore della sovranità, ma non potrà agire correttamente se ignorante.

La pergamena della Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America

La pergamena della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America

Il principio del suffragio universale, solo maschile, fu introdotto al mondo per la prima volta in età moderna negli Stati Uniti nel 1776, quando essi ottennero l’indipendenza, anche se vi erano restrizioni in base all’età e appunto al censo e al sesso (per non parlare dei tanti schiavi che anche qui, come nelle passate ‘democrazie’, non avevano alcun diritto e quindi tantomeno quello di votare!).  Jefferson, uno dei padri fondatori e terzo presidente degli Stati Uniti, espresse la sua adesione alla democrazia con particolare convinzione nel giugno del 1826, per celebrare l’imminente anniversario dell’indipendenza:

“Possa essere il mondo – cosa che credo avverrà (per alcune parti prima, per altre più tardi, ma alla fine per tutte) – il segnale che indurrà gli uomini a levarsi così da spezzare le catene sotto la cui oppressione sono vissuti legati, indottivi da una ignoranza e superstizione monacali, e da far propri i benefici e la sicurezza offerti dall’autogoverno. […] Il diffondersi universale della luce della scienza ha già reso a tutti evidente la palpabile verità che la massa dell’umanità non è nata con la sella sulla schiena, e che neppure alcuni privilegiati forniti di stivali e speroni sono nati pronti a cavalcarla legittimamente, in virtù della grazia divina”.

Thomas Jefferson

Thomas Jefferson

Jefferson era però anche lui molto preoccupato che il voto di masse ignoranti potesse diventare motivo di scompiglio istituzionale e di pericolosi sconquassi politici e quindi non idoleggiava affatto la maggioranza popolare in quanto tale.In ogni caso il sistema democratico americano, basato sulla Costituzione scritta proprio da Jefferson e sul suffragio universale (con l’’ovvia’ ma solo recente aggiunta del voto femminile e con l’abolizione delle restrizioni legate al censo), rappresenta indubbiamente un riferimento di fatto universale per i democratici di ogni paese. Scrisse il filosofo e politico francese Alexis Tocqueville già nel 1845 ((in ‘De la démocratie en Amérique’)

“Oggi il principio della sovranità popolare ha preso negli Stati Uniti gli sviluppi pratici immaginabili […]. Ora è il popolo in massa che fa le leggi come in Atene; ora i deputati, eletti con suffragio universale, lo rappresentano e agiscono in suo nome sotto la sua immediata sorveglianza. […] Il popolo partecipa alla formazione delle leggi, perché sceglie i legislatori, all’applicazione di esse, perché nomina gli agenti del potere esecutivo. […] Il popolo regna nel mondo politico americano come Iddio regna nell’universo. Esso è la causa e il fine di ogni cosa: tutto esce da lui e tutto finisce in lui”.

Attualmente nel mondo si contano 117 democrazie elettive, di cui 90 considerate ‘effettive’, su un totale di 195 Paesi: l’auspicio e la previsione di Jefferson si stanno avverando! Anche quando avessimo stabilito come indiscutibile il primato della ‘democrazia’ però, i problemi legati a come istituire in pratica il reale governo del bene pubblico non sarebbero mai così semplici da risolvere.  Questi problemi, inoltre, spesso cambiano nel tempo. Vale la pena forse ricordare a questo proposito che proprio Jefferson con passione ed energia intellettuale, più volte manifestò l’idea (per esemio in uno scambio epistolare con John Adams) che ogni generazione ha il diritto di avere la propria Costituzione:

“Sono sempre più convinto che la Terra appartenga esclusivamente ai viventi e che una generazione non ha più diritto di vincolarne un’altra a legge e giuramenti di quanto non ne abbia una nazione indipendente di comandarne un’altra”.

Intanto, per prima cosa, come stabilire con precisione l’esito del voto ‘popolare’?

Come quantificare il consenso?

La misura del consenso e la sua traduzione in uno specifico governo portano con sé e di per sé, lo dimostra innanzitutto la storia, problemi molto complessi. Le discussioni infinite, anche di questi giorni, sulla legge e sul sistema elettorale italiani (proporzionale, maggioritario, proporzionale corretto, premi di maggioranza, Porcellum, Italicum, Mattarellum, Consultellum, ecc…) ne sono un esempio, a tutti noi molto noto. Ricordo ancora il 25 febbraio 2013 le prime parole di Pier Luigi Bersani: “Siamo i primi, ma non abbiamo vinto”. Sempre relativamente alle recenti elezioni americane, noto che Clinton ha avuto quasi 3 milioni di voti in più di Trump. Ma è quest’ultimo il nuovo presidente!

Qualsiasi forma di sistema democratico per essere compiuta e funzionante ha infatti bisogno che siano effettuate scelte operative niente affatto scontate. Per tanto tempo ci siamo esercitati, appunto, a risolvere il problema della quantificazione del consenso e della sua traduzione in un sistema di governo. La verità è che non ne siano affatto venuti a capo in modo definitivo. Già lo scrittore e senatore romano Plinio il Giovane, nell’epistola 14 del libro 8 (la sua principale opera è una raccolta di epistole scritte fra il 96 ed il 109 DC), mise in luce un paradosso del voto a maggioranza. La scelta era tra condanna a morte, messa al bando e assoluzione di alcuni schiavi. Il 45% dei votanti preferiva la pena capitale, un altro 45% l’assoluzione. Solo il 10% privilegiava la messa al bando. Alla fine si impose la minoranza perché i fautori della pena capitale optarono per quello che a loro avviso si prospettava come il male minore.

L’astronomo francese del ‘700 Charles de Borda partì proprio da questo paradosso per mettere in discussione nel 1781 (in ‘Mémoire sur les élections au scrutin’) l’assioma da tutti accettato secondo il quale la maggioranza dei voti a scrutinio segreto esprime l’autentica volontà dell’elettorato: si soffermò anche lui, in particolare, sul fatto che il metodo delle elezioni a maggioranza è corretto esclusivamente se in gara ci sono due candidati. Con tre o più concorrenti il criterio della maggioranza può portare a esiti contraddittori (solo per esempio, nelle scorse elezioni presidenziali americane i libertari e i verdi hanno probabilmente sottratto alla verde moderata Clinton voti sufficienti a far vincere l’antiambientalista Trump; nel 2000 i verdi fondamentalisti schierati a favore di Nader sottrassero probabilmente al verde moderato Al Gore voti sufficienti a far vincere l’antiambientalista Bush; e per quanto ci riguarda basti pensare alla sfiducia data al primo governo di sinistra della storia repubblicana, il primo governo Prodi, quando il 9 ottobre 1998 Bertinotti e i suoi sommarono addirittura i loro voti a quelli della destra, 313 no contro 312 si).

Statua di Condorcet al Louvre

Statua di Condorcet al Louvre

Vale qui la pena anche solo accennare al ‘paradosso di Condorcet’, una dimostrazione della inaffidabilità delle decisioni prese a maggioranza semplice proposta dal filosofo rivoluzionario francese. Condorcet era convinto in realtà che le società avevano adottato la regola della maggioranza per una ragione solo pragmatica: il fatto di subordinare gli individui alla volontà della maggioranza significava salvaguardare la pace e la stabilità sociale, anche se ciò non garantiva di per sé la scelta di governi efficienti. L’autorità doveva insediarsi là dove c’era la forza, e la forza è dalla parte a cui arriva il maggior numero di voti. Tutto qui.

Il paradosso che prende il suo nome si riferisce al fatto che una votazione può portare spesso a conclusioni per cui la preferenza della maggioranza risulta incoerente con le singole preferenze degli individui che l’hanno votata: ovvero la razionalità individuale non è sufficiente per assicurare la razionalità di gruppo. Rimando qui alla letteratura per l’analisi tecnica di questo e di altri importanti paradossi riguardanti il voto democratico – per esempio il ‘teorema di Arrow’ o il ‘paradosso dell’Alabama’ -, segnalando per esempio il recente e istruttivo libro del matematico George Szpiro ‘La matematica della democrazia’.

Condorcet, davvero preoccupato, temeva – e a ragione – che il ‘suo’ paradosso o analoghe bizzarrie logiche potessero causare grandi pericoli, dal momento che potevano essere sfruttate da politici e da ciarlatani senza scrupoli. La vera risposta a queste problematiche, questioni riguardanti di fatto la sopravvivenza stessa di una società ben funzionante, secondo Condorcet poteva dipendere quindi, in ultima analisi, soprattutto dalla qualità delle scelte popolari. (Da tutto ciò si può comunque capire come la grande varietà di formule elettorali in uso ancora oggi nei diversi Paesi non sia generata da semplice amore per l’immaginazione, bensì sia strettamente connessa con problemi relativi alla misura del consenso di ordine molto concreto).  Un problema di fondo così rimane, al di là dei pur spesso importanti calcoli sul consenso: la qualità del voto popolare. Ed è qui che nasce la questione a mio avviso più importante: cosa fare se molti cittadini sono disinformati? 

Il recente risultato delle elezioni americane (Clinton 65,844,610 voti, Trump 62,979,636 ma vincitore) mostra come frequentemente i voti nei sistemi democratici siano in realtà ‘pesati’ in qualche modo, non semplicemente ‘contati’: “uno vale uno” è così spesso poco più che uno slogan. E’ concepibile allora considerare il voto di un cittadino disinteressato, irrazionale o ignorante un po’ ‘più leggero’ di altri?

I voti si contano … o si pesano?

Se si guarda alla storia ci si accorgerà che le parole democrazia e suffragio universale vero non sono sinonimi. Fino a pochi anni fa come già detto, e malgrado qualche autorevole voce contraria, sciaguratamente le donne non avevano diritto di voto: eppure di ‘sistemi democratici’ ne abbiamo etichettati molti, dai tempi di Pericle. Per inciso, uno dei primi a schierarsi a favore del diritto delle donne di votare fu proprio Condorcet che nel 1795 scrisse (Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain):

“Perché degli esseri umani soggetti a gravidanze e passeggere indisposizioni non dovrebbero esercitare quei diritti che nessuno si sognerebbe mai di togliere a persone che soffrono di gotta ogni inverno, o che facilmente si prendono il raffreddore? […] Si è detto che le donne non sono mai guidate dalla cosiddetta ragione, nonostante la loro grande intelligenza, saggezza e una spiccata capacità di ragionamento, sviluppata in loro quanto nei più sottili dialettici. Tale osservazione è falsa”.

John Stuart Mill, 'Essays on economics and society'

John Stuart Mill, ‘Essays on economics and society’

Anche Mill si batté sempre fermamente per una perfetta uguaglianza tra i sessi che non ammettesse alcun potere o privilegio, né alcuna inferiorità. Per un lungo periodo si pensò anche, come pure accennavo, che solo coloro che avessero delle proprietà fossero davvero interessati alla vita politica e al futuro della nazione, e che quindi potessero votare. Constant per esempio affermava convinto (Principes de politique applicables à tous les gouvernements représentatifs) nel 1815, portavoce del resto di una opinione molto diffusa nel ‘700 e ’800:

“Nelle nostre attuali società, la nascita nel paese e la maturità dell’età non sono affatto sufficienti per conferire agli uomini le qualità necessarie all’esercizio dei diritti politici. Quelli che sono costretti dalla povertà a un’eterna dipendenza e a svolgere, sin dall’infanzia, lavori giornalieri, non sono né più illuminati dei bambini riguardo agli affari pubblici, né più interessati degli stranieri a una prosperità nazionale di cui non conoscono gli elementi […] Occorre dunque un’ulteriore condizione oltre alla nascita sul territorio e all’età prescritta dalla legge: questa condizione è il tempo indispensabile all’acquisizione dei lumi e di un retto giudizio. Soltanto la proprietà assicura questo tempo”.

Lo storico Massimo Ferrari Zumbini, nel suo libro ‘Le radici del male. L’antisemitismo in Germania: da Bismarck a Hitler’, sottolinea come il sistema per censo nasca, in quei contesti storici, da esigenze e riflessioni liberali, non da quelle di carattere puramente egalitario quindi, ma neppure da quelle di carattere conservatore o reazionario (si fa qui riferimento ai sistemi di voto locali in vigore in Germania nell’’800, non a caso, spiega Ferrari Zumbini, creazione dei liberali e solo dopo adottati dai conservatori):

“Da qui il voto pubblico, visto come libera espressione di un libero individuo, non soggetto a pressioni in quanto la libertà economica gli conferisce la libertà di scegliere. E’ una concezione liberal-elitaria, profondamente diversa dal sistema democratico-egalitario che riconosce a tutti il diritto di voto. Lo scopo primario non è quello di garantire l’equa rappresentanza di tutti gli abitanti, ma di scegliere i ‘migliori’, cioè i cittadini che per capacità di libero giudizio e per indipendenza economica possono dedicarsi al compito onorario (ed infatti non retribuito) di amministrare la città”.

La tesi che soltanto i proprietari potessero essere cittadini a pieno diritto fu criticata a fondo, tra gli altri, proprio da Mill e Jefferson. Anche per loro comunque si dava nella società un’aristocrazia naturale: questa non era formata dai ricchi però, ma da quanti detenevano superiori qualità spirituali e intellettuali. Così Mill e Jefferson, due indiscussi democratici (che come detto si batterono sempre anche per il diritto di voto alle donne in un periodo in cui ciò era virtualmente impensabile), si posero entrambi il problema del voto informato, problema che a loro avviso si imponeva in modo evidente. Mill in particolare nel suo scritto ‘Considerazioni sul governo rappresentativo’ propose così di dare più voti a quei cittadini che avessero un diploma universitario, svolgessero un lavoro intellettualmente impegnativo o superassero “esami volontari accessibili a tutti” (partendo dalla più che plausibile idea, così la definiva, che chi si fosse dimostrato più istruito avrebbe avuto probabilmente anche più competenza in politica). E aggiunse significativamente:

“… la distinzione e la gradazione – nel potere di voto – non andranno fatte arbitrariamente, ma in modo tale da essere capite e accettate dalla coscienza e dalla comprensione generali … i soggetti di un voto meno influente infatti non dovrebbero sentirsi irritati per questo … solo un pazzo può offendersi perché si riconosce l’esistenza di altri con opinioni e aspirazioni superiori alle sue”.

In verità in Gran Bretagna, all’epoca, alcune università di prestigio avevano da tempo un seggio elettorale all’interno del loro campus in modo da consentire agli universitari con una laurea di votare sia nel seggio elettorale dell’università che in quello del comune di residenza. Questo sistema venne abolito solo nel 1950. Nel 1855 negli Stati Uniti, nel Connecticut per la precisione, venne introdotto un test per valutare il grado di istruzione degli elettori. Nonostante le proteste di un rappresentante democratico di New York, che sosteneva che “se un uomo è ignorante, a maggior ragione ha bisogno del diritto al voto per difendersi”, nella seconda metà del diciannovesimo secolo le prove di esame si diffusero su quasi tutto il territorio degli Stati Uniti. L’idea era nata per timore dell’ignoranza degli immigrati, che negli Stati Uniti divenivano facilmente cittadini, ma questi test servirono anche ai sostenitori del razzismo nel sud del paese a eludere il quinto emendamento e a sottrarre i diritti civili agli afroamericani. Persino nella New York del 1921, con forte maggioranza di immigrati, venne adottata una legge che obbligava i nuovi elettori a sostenere l’esame nel caso in cui non potessero dimostrare di aver completato il ciclo base di istruzione. I test per valutare il livello di istruzione degli elettori vennero aboliti dal Congresso solo nel 1975! Ciò fu dovuto al fatto che il movimento per i diritti civili in America ebbe la massima influenza tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 (e anche perché si ritenne che l’istruzione di base fosse ormai molto più sviluppata che nel passato).

Ma votare è davvero un diritto inalienabile di tutti, come postulava l’ideologia alla base di quel movimento (movimento che pure ha così lodevolmente contribuito alla storia dell’America e del mondo intero)?

Votare è un diritto civile universale?

Guidare una macchina implica anche dei rischi verso terzi, oltre che verso se stessi. Nel mondo civile una persona deve, oltre che avere una certa età, superare uno specifico esame prima di avere la patente (mentre, noto, può decidere liberamente di andare a scalare la più pericolosa delle montagne). La patente certifica che la persona è in grado di guidare un’auto. Non c’è nulla di discriminatorio: ogni persona con il requisito di età (ricca o povera, bianca o nera, uomo o donna, etc…) può partecipare a questo esame, la cui forma sarà la stessa per tutti, e ripeterlo nel caso tutte le volte che vuole.

Analogamente, mi viene da notare, ancora oggi non diamo a circa il 20% della popolazione alcun diritto di voto: mi riferisco a coloro che hanno meno di 18 anni. Infatti riteniamo evidentemente – e senza alcun senso di colpa! – che costoro non conoscano abbastanza per votare ‘bene’ e che il loro voto influenzerebbe negativamente anche le nostre vite. (Mi viene anche da sottolineare per inciso che, qui in Italia almeno, non diamo il diritto di voto a milioni di immigrati. Si dirà che non sono cittadini italiani. Molti di loro sono nati in Italia, si sono istruiti nelle nostre scuole, lavorano e pagano le tasse da anni, ovvero sono italiani. Che non siano cittadini, ovvero che sostanzialmente non abbiano diritto di voto, lo abbiamo solo deciso noi. Se avessimo, per esempio e doverosamente a mio avviso, approvato una legge sullo ius soli come è per esempio negli Stati Uniti d’America oggi costoro avrebbero lo stesso diritto degli altri italiani). La preoccupazione per il livello di informazione degli elettori, voglio dire, continua quindi ad esistere anche oggi. Del resto nessuno pensa che sia lecito imprigionare o uccidere un diciassettenne senza particolari motivi (crimini commessi, legittima difesa). Ovvero riteniamo che la vita e la libertà siano diritti universali (anche se non assoluti) della persona. Però consideriamo lecito non dare il diritto di voto a tutti i diciassettenni.  Di fatto, credo sia così, vogliamo che il sistema democratico non solo – o non tanto – sia giusto e equo (altrimenti perché non far votare anche i ragazzi?) ma che prima di tutto ci aiuti a risolvere i nostri problemi di convivenza.

La proposta di Mill di dare ‘più valore’ al voto di una persona istruita e informata, in particolare, rimane “in verità piuttosto impressionante” secondo David Estlung, un filosofo politico americano, così come anche ci illustra in un istruttivo e recente saggio (‘The Case Against Democracy’) il critico e letterato Caleb Crain. I recenti lavori di Estlung, tra gli altri il libro ‘Democratic Authority. A Philosophical Framework’ e il saggio ‘Why Not Epistocracy?’, hanno cercato di costruire una giustificazione filosofica della democrazia convenzionale, ovvero basata sul voto di tutti, un’impresa che secondo il filosofo, e come ben riassume Crain, poteva essere compiuta solo armonizzando due proposizioni: le procedure democratiche tendenzialmente portano a prendere delle decisioni corrette e le procedure democratiche agli occhi di un osservatore di buon senso sembrano eque.

Il libro di Estlung

Il libro di Estlung

Anche Estlung sottolinea subito che l’equità, quindi, di per sé non sembra essere sufficiente. Se lo fosse, perchè non scegliere allora i nostri rappresentanti o prendere le nostre decisioni a sorteggio? (Il metodo lottocratico del resto veniva già utilizzato nell’antica Grecia per scegliere tra i candidati ad alcune cariche pubbliche e così oggi propone per esempio, faccio notare incidentalmente, lo scrittore e giornalista belga David Van Reybrouck nel suo recente libro ‘Contro le elezioni’). Deve essere, scrive Estlund, che noi crediamo che la democrazia basata sul suffragio universale tende a fare le cose in modo corretto ed efficace, e che la democrazia riesce a fare le cose in questo modo proprio perché utilizza il risultato del voto.

La procedura democratica quindi per essere accettabile deve, sembra proprio, portare anche a risultati efficienti, i quali sono e debbono essere ritenuti tali sulla base di criteri di valutazione indipendenti dalla procedura utilizzata. Scrive Estlung:

“Se si ritiene che la procedura deve riconoscere le ragioni migliori, queste ragioni debbono evidentemente contare come tali in base a standard indipendenti dalla procedura”.

In verità la democrazia convenzionale, va detto, continua ad avere una buona reputazione. Ci ricorda Crain che l’economista e filosofo Amartya Sen ha sottolineato che le democrazie non hanno mai provocato carestie, e che altri studiosi hanno mostrato che le democrazie non hanno virtualmente mai dichiarato guerra ad altre democrazie, raramente uccidono i propri cittadini, quasi sempre consentono ai vari governi di rinnovarsi in modo pacifico, hanno i più alti standard di vita e rispettano i diritti umani in modo più coerente rispetto ad altri regimi. Tuttavia la democrazia è lungi dall’essere perfetta, come anche notò Winston Churchill in una famosa e sagace dichiarazione: “La democrazia è la forma peggiore di governo, se si escludono tutte le altre forme sperimentate nel corso della storia”

E allora, sottolinea Crain, se noi apprezziamo il potere della democrazia di prendere le decisioni corrette, perché non tentare di creare un sistema magari un po’ ‘meno equo’, ma più efficace nel prendere le decisioni corrette il più spesso possibile?

Epistocrazia

Estlund nel suo libro usa la parola epistocrazia, ovvero il governo dei colti, dei sapienti. Lui stesso sottolinea subito però alcune ovvie obiezioni: si può negare per esempio che alcuni cittadini conoscano più di altri cosa sia il buon governo; oppure si può negare che una maggiore conoscenza conferisca di per se un’autorità politica. Come dice Estlund: “Avrai anche ragione, ma chi dice allora che devi essere tu il capo?”.

E’ una domanda filosofica ottima davvero, al cuore se vogliamo di tutti i dubbi presentati in questo contributo.

Il libro di Brennan

Il libro di Brennan

Come sottolinea sempre Crain però, Estlund si sente comunque obbligato ad esaminare meglio la sua posizione per vedere di scovarne falle ed eventuali rimedi. Egli ha ben forte infatti un sospetto, ovvero che uno stato governato da un elettorato ‘colto’ probabilmente avrebbe una performance migliore di uno stato governato da una democrazia basata sul voto ‘di tutti’. Ma Estlung non arriva a chiare conclusioni. In un suo recente libro, ‘Against Democracy’, Jason Brennan, un altro filosofo politico americano, un ‘bleeding-heart libertarian’, riprende gli studi di Estlund per costruire una sua tesi alquanto forte e decisamente a favore dell’epistocrazia. L’elettore medio, afferma Brennan, esercita un grande potere. Ma l’elettore medio capisce pochissimo di economia o di politica:

“Sono sessant’anni che gli studiosi di politica studiano le conoscenze degli elettori. I risultati sono deprimenti”.

Contro l’affermazione di Estlund che il suffragio universale sarebbe la condizione di default, Brennan sostiene che è assolutamente giustificabile limitare il potere degli irrazionali, degli ignoranti e degli incompetenti esercitato nei confronti di tutti gli altri. Come Mill, Brennan sostiene che votare non è una mera scelta individuale ma un “esercizio di potere su altri”. Decisioni irrazionali o disinformate da parte degli elettori possono  portare a guerre ingiustificate, recessioni economiche, disastri ambientali ed altre catastrofi che si abbatteranno poi su tutti. Spesso, e letteralmente, quelle scelte sono questioni di vita o di morte: e molti studi empirici mostrano che gli elettori supporterebbero politiche diverse se fossero meglio informati. Per controbattere alla preoccupazione di Estlund sull’equità, Brennan asserisce così che il bene della collettività è più importante dei sentimenti feriti di chicchessia (compresi quelli dei nostri diciassettenni, aggiungo io).

Così come chi è citato in giudizio ha diritto a giudici competenti, così i cittadini dovrebbero avere diritto ad un governo competente. Ma la democrazia basata sul voto di tutti indiscriminatamente può essere il governo degli irrazionali e degli ignoranti. Brennan sostiene apertamente che un governo stabilito con l’epistocrazia sarebbe migliore e che comunque varrebbe la pena sperimentarlo. E così in questo contesto alcune persone non dovrebbero avere diritti di voto, o diritti più deboli di quelli di altri. Noto per inciso che negli Stati Uniti, quando si vota, l’elettore deve ogni volta iscriversi ed essere registrato all’elenco elettorale. Ciò fu pensato proprio per portare al voto, in qualche modo, le persone più interessate, e quindi più probabilmente informate, a quella specifica tornata elettorale. Non è in fin dei conti anche questa una pur leggerissima forma, ‘dolce’, di epistocrazia?

A me sembra comunque di poter dire che anche l’epistocrazia (almeno la forma che mi piacerebbe fosse discussa, che potremmo forse chiamare epistocrazia democratica) potrebbe essere vista come una forma di democrazia, anche se non sono sicuro che Estlung, Brennan e Crain condividano questo mio giudizio. In ogni caso i tre studiosi non pensano affatto che l’epistocrazia sia una forma di ‘tecnocrazia’, magari alla ‘cinese’ (un ristretto gruppo di burocrati che realizza un esperimento di massiccia e paternalistica ingegneria sociale). Epistocrazia infatti non significa affidare direttamente il governo a degli ‘esperti’, perché questa soluzione non avanza l’irrealistica pretesa di individuare chi siano costoro, ma solamente quella più semplice di individuare una grande, ampia parte di cittadini la cui competenza media sarà quasi certamente maggiore di quella di tutta la popolazione nel suo complesso. Faccio notare che nei test utilizzati in America fino al 1975 veniva ‘bocciato’ mediamente il 15% di chi era chiamato a sostenerli: possiamo sostenere così che i votanti reali fossero allora una qualche piccola élite? Sottolineo inoltre, e però, che spesso importanti elezioni (si pensi al referendum britannico e alle presidenziali americane per esempio) sono decise da una percentuale veramente piccola di voti: i nazisti poi, il 5 marzo del ’33, non ottennero la maggioranza assoluta né dei voti né dei seggi e alla fine si attestarono al 43.9%, percentuale che comunque permise loro di approvare le famose leggi speciali che trasformarono presto Hitler da Cancelliere a Führer.

L’epistocrazia continuerebbe ad avere in ogni caso gli stessi connotati e gli stessi sacrosanti elementi della democrazia classica (parlamenti, elezioni, partiti etc…) e tutti i cittadini, in un sistema epistocratico, avrebbero completo diritto di professare le proprie idee in ogni modo, di creare movimenti politici e di preparare e partecipare all’esame (e se bocciati, più volte), senza alcuna discriminazione, per ottenere il diritto di voto. Ricordo che Mill, per esempio, accompagnava la sua proposta di un suffragio a ‘peso variabile’ con le seguenti significative parole:

“Uno dei principali meriti di un governo libero è proprio quello di educare l’intelligenza e i sentimenti di tutti, compresi gli strati sociali più bassi chiamati a prendere parte alle decisioni”.

Oggi d’altronde, nelle democrazie parlamentari e a differenza di possibili democrazie ‘dirette’, noi non deleghiamo già persone che sono (o dovrebbero essere) ‘più competenti’ di noi a gestire direttamente il bene pubblico? A questo proposito ricordo qui, come credo già nota a molti, la classica critica di Rousseau, 1762 – ne Du contract social: ou principes du droit politique- – alla democrazia rappresentativa:

“La sovranità non può essere rappresentata per la medesima ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà non si rappresenta”.

Con l’epistocrazia si farebbe solo un ulteriore passo rispetto al sistema parlamentare classico, al quale si apporterebbe una modesta variazione che in ogni caso non pregiudicherebbe la partecipazione di un vasto elettorato: la scelta dei rappresentanti sarebbe lasciata alle persone in qualche modo più informate e quindi, si suppone, probabilmente più critiche e competenti. Lo scopo è proteggere tutti contro le patologie della democrazia convenzionale, riducendo il potere di coloro davvero meno informati. Scrive anche Brennan:

“Qualcuno potrebbe obiettare e dire che l’epistocrazia manca essenzialmente di egualitarismo. In un’epistocrazia, non tutti i voti hanno lo stesso potere. Che male c’è? Solo alcune persone hanno la licenza per fare l’idraulico o il parrucchiere perché quando si tratta di aggiustare un tubo o tagliare i capelli ci fidiamo solo delle persone qualificate”.

Un’altra comune obiezione all’epistocrazia è che il suffragio universale è essenziale per esprimere l’idea che siamo tutti uguali. Questa è una affermazione alquanto originale, commenta Brennan, “la democrazia è un sistema politico, non una poesia o un quadro”.

Ovviamente c’è un grande problema. Come si decide chi ‘conosce’ o meno, e quali sono quindi le domande da prevedere nelle prove di esame? Qualsiasi criterio che scegliessimo sarebbe certamente oggetto di controversia. Ma, sottolinea Brennan, il fatto che qualcosa sia controverso non significa che non ci sia alcuna soluzione pratica al problema. Del resto la gente mette sempre in discussione tutto, dall’evoluzionismo ai vaccini, dall’Olocausto al fatto che gli americani siano davvero andati sulla Luna. A me spesso capita di perdere molto tempo a ‘discutere’ il risultato logico del cosiddetto ‘paradosso’ di Ellsberg, oppure quello (peggio mi sento) del ‘problema delle tre scatole’! (Rimando qui gli interessati alla letteratura).

In ogni caso, aggiungo io, anche limitare il diritto al voto agli ultra diciottenni è una scelta di per sé discutibile. Perché non mettere l’asticella a 17 anni, oppure a 20? E perché chi ha 24 anni deve avere solo ‘mezzo’ diritto di voto (visto che non può votare per l’elezione del Senato) mentre hanno diritto di voto completo gli interdetti, cioè i maggiorenni “che si trovino in condizioni di abituale infermità di mente tali da renderli incapaci di provvedere ai propri interessi”(art. 414 c.c.)?

Una forma base del suffragio epistocratico potrebbe prevedere che ogni cittadino che lo voglia possa partecipare appunto ad un test, uguale per tutti, per ottenere il diritto al voto. Per avere un esame oggettivo e non ideologico potremmo limitare le domande a semplici, fondamentali e incontestati fatti e conoscenze – pertinenti per esempio al ruolo dei parlamenti o delle istituzioni per cui si vota – e a elementari nozioni di educazione civica (noto solo per inciso che in America – e in Italia si sta discutendo in Parlamento se andare in questa direzione – se un immigrato con tutti i requisiti vuole diventare cittadino, ovvero vuole avere il diritto di votare, deve superare proprio un test del genere).

Chi deve occuparsi del bene comune?

Alessandro Di Battista

Alessandro Di Battista

Sarà probabilmente noto a chi legge che una delle principali accuse mosse a suo tempo al governo Renzi da molti cittadini, e anche da alcuni leader politici, fu quella di non essere un governo legittimo in quanto non eletto dal popolo. Ma è proprio la nostra Costituzione che non prevede affatto tale tipo di investitura! Durante la campagna elettorale per il referendum sulla nostra Costituzione, Alessandro Di Battista, non un elettore qualunque ma il candidato a ministro degli esteri dei 5 Stelle, ha affermato e ripetuto che la nostra Costituzione fu approvata “a suffragio universale”; sbagliando anche l’anno dell’approvazione. Non so con assoluta certezza (anche se ho molti sospetti), sono sincero, che se volessimo garantire al paese un governo efficiente dovremmo in ogni caso limitare il diritto di voto a persone come Di Battista o altri politici come lui (ve ne sono così in tutti i partiti, ovviamente), o almeno limitare il loro diritto di essere eletti nostri rappresentanti nelle istituzioni di cui non conoscono evidentemente proprio nulla. Posso intanto immaginare cosa con ogni probabilità penserebbero due veri democratici come Mill e Jefferson, ai quali più di altri dobbiamo la nascita dei sistemi e degli stati democratici moderni. Qualcuno potrebbe comunque dire:

“Ma come, abbiamo accettato che anche Hitler andasse al potere tramite elezioni a suffragio universale senza mettere in discussione questa specifica forma di democrazia e dovremmo porci il problema perché una persona solo disinformata potrebbe diventare nostro ministro?”.

Ammetto che questa è una eccellente argomentazione (come credo, però, che tutti noi avremmo gioito se in Germania avessero avuto a quei tempi procedure elettorali leggermente diverse, magari simili a quelle in vigore in quegli stessi anni in America, che avessero scoraggiato il voto dei più ignoranti e degli irrazionali, risparmiando così 60 milioni di morti all’umanità).

Debbo confessare, ciononostante, che proprio le vicende legate a Di Battista e al suo collega Di Maio, candidato premier sempre del M5S e vicepresidente della Camera, hanno accelerato la mia riflessione sui dubbi presentati in questo scritto, perplessità che in realtà ho sempre nutrito. In tutti i partiti politici italiani, sciaguratamente, vi sono politici che sono andati e vanno incontro a gaffe. Negli ultimi tempi però gli strafalcioni commessi da Di Maio (“Renzi è come Pinochet, l’ex dittatore del Venezuela”, “Nigeria, vai su Wikipedia: il 60% del territorio è in mano ai fondamentalisti islamici di Boko Haram, la restante parte Ebola”, etc…), sono stati davvero molti e eclatanti: un fallimento su tutta la linea, ripreso anche dal New York Times che nel 2015 (in un articolo di Bill Adair and Maxime Fischer Zernin, ‘The Lies Heard Round the World’) inserì Di Maio tra i politici più ‘ballisti’ del mondo. Eppure, questo è il punto che vorrei qui sottolineare, i dirigenti di quel movimento hanno ritenuto e ritengono di non correre alcun pericolo elettorale mantenendo la sua candidatura a presidente del consiglio. Chi dobbiamo biasimare? I leader del M5S, gli elettori italiani, ambedue, o magari nessuno dei due?

Una possibilità per stabilire in pratica un sistema epistocratico è che alcuni cittadini abbiano la possibilità di votare ed altri no, ma altre versioni di epistocrazia potrebbero prevedere disparità tra gli stessi votanti. Mill per esempio nel suo progetto proponeva che tutti avessero diritto al voto, ma avrebbe voluto aggiungere, come avevo già accennato, voti addizionali a chi avesse dimostrato maggiori competenze, secondo il tipo di studi effettuati (per inciso Estlung si riferisce a questa forma di epistocrazia con il termine scholocracy), di occupazione, l’età, la capacità di superare una specifica prova d’esame. Voglio ora aggiungere che in un sistema epistocratico potrebbero essere richieste ‘patenti’ diverse, e quindi ci sarebbero esami diversi, a seconda del fatto che un cittadino voglia solo avere il diritto di votare o anche quello di essere eletto, o magari di diventare ministro. Del resto in Italia per le candidature sono previsti limiti di età diversi da quelli stabiliti per il diritto di voto: 25 anni per la Camera e 40 per il Senato (e per essere eletto Presidente della Repubblica dal Parlamento, ricordo per inciso, 50). Non affronto qui anche questo pur importante aspetto per motivi di spazio, ma potremmo per esempio chiederci, intanto: è lecito dubitare che la scelta di un vicepresidente della Camera che accusa il governo Renzi e il governo Gentiloni di essere illegittimi o – con riferimento esplicito proprio al governo Gentiloni e alle scelte di quest’ultimo – che la nomina a ministro dell’istruzione di una persona che non ha mai passato l’esame di maturità, o quella a ministro degli esteri di una persona che non sa l’inglese, siano davvero tra le migliori scelte possibili per una efficiente gestione del nostro bene pubblico? Del resto tutti, in un sistema democratico, abbiamo il diritto di concorrere per diventare medici, ma ci faremmo operare da una persona indipendentemente dal fatto che abbia completato il suo iter di studio e indipendentemente quindi dalle sue competenze chirurgiche?

Si può certo affermare che in un sistema epistocratico il diritto al voto ora risulterebbe con ogni probabilità in differenti proporzioni nelle diverse etnie, o gruppi sociali. Le ineguaglianze risultanti però, sottolinea Brennan, potrebbero essere corrette. Se per esempio negli Stati Uniti gruppi etnici storicamente svantaggiati come gli afro-americani o altre minoranze finissero per essere sotto-rappresentati in un sistema epistocratico, per compensazione il voto di quelli – in questi gruppi – che superano la prova d’esame potrebbe essere opportunamente ‘pesato’. Brennan rimane indifferente anche di fronte all’argomentazione che votare sarebbe un dovere, e non un diritto (in questo caso infatti si dovrebbe estendere automaticamente a tutti). Scrive:

“Sarebbe un disastro se nessuno coltivasse la terra ma questo non vuol dire che tutti debbano coltivare la terra”.

In verità, ritiene che l’imperativo di votare sia persino più debole dell’imperativo di coltivare la terra. Dopo tutto, egli nota, scegliendo di non votare fai un favore al tuo vicino:

“Se io non voto, il tuo voto conta di più”.

Più di una volta Brennan paragona un voto disinformato all’inquinamento atmosferico, un’analogia avvincente e convincente: in entrambi i casi la coscienziosità di alcuni deve competere con l’ignavia di altri. Nel libro ‘The Myth of the Rational Voter’ l’economista Bryan Caplan, ci ricorda ancora Crain, suggerisce inoltre che l’ignoranza potrebbe essere perfino gratificante per molti elettori. “Alcune convinzioni sono più appaganti emotivamente” osserva Caplan, quindi se il tuo voto non farà di fatto alcuna differenza (è molto, molto improbabile per ognuno di noi risultare decisivi, con il nostro voto, in una tornata elettorale di carattere nazionale), allora perché non concedersi di credere quello che ci piace credere? Vero o falso che sia?

Ancora Crain ci ricorda come i politologi hanno a lungo sperato di trovare una ‘mano invisibile’ in politica paragonabile a quella descritta da Adam Smith in economia. Se una democrazia basata sul suffragio universale fosse in grado di convogliare i singoli voti in un disegno politico collettivo e strategico, allo stesso modo in cui un mercato incanala le decisioni opportunistiche di vendita e di acquisto dei singoli attori economici in un prudente disegno collettivo di distribuzione di risorse, l’ignoranza degli elettori non sarebbe troppo grave, dopotutto. L’idea che quanto più numerosi si è nel partecipare a una decisione tanto più quella decisione è probabilmente buona risale ad Aristotele, che scrive ne ‘La Politica’:

“I molti, dei quali nessuno è individualmente un uomo eccellente, possono quando uniti essere meglio – non come individui ma tutti assieme – di quelli considerati i migliori, come le cene a cui contribuiscono in molti possono essere migliori di quelle finanziate da un solo individuo”.

Il filosofo ed epistemologo Gilberto Corbellini, in un recente articolo (‘La democrazia dei dotti’), ci ricorda che questa idea è stata poi difesa da diversi pensatori con differenti argomenti, fino alla politologa americana Hélène Landemore, che ha recentemente pubblicato un libro sugli argomenti storicamente più forti a favore della democrazia convenzionale, ‘Democratic Reason. Politics, Collective Intelligence and the Rule of the Many’. In realtà, ci mostra Corbellini, il fenomeno della ‘saggezza della folla’ è stato infine ben analizzato e si è visto che funziona solo quando si tratta di stimare informazioni geografiche o valori quantitativi (l’esempio più citato è il famoso caso della stima del peso di un bue durante una fiera contadina in Inghilterra nel 1906, dove risultò più accurata la stima media effettuata dal numeroso pubblico che non quella proposta dagli esperti). Quando si tratta di questioni più complesse, tendono a prevalere distorsioni cognitive di ogni tipo e la decisione sarà più probabilmente sbagliata rispetto a quella presa da esperti. Coloro che esaltano la democrazia convenzionale in quanto forma appunto di ‘saggezza collettiva’, dovrebbero meglio riflettere di fronte anche agli innumerevoli episodi di scarso rendimento del sistema (oltre che ai suoi indubbi successi), quando talvolta degenera per così dire in vera ignorantocrazia. Il fallimento della democrazia a causa della sua inefficienza è stato presagito a più riprese, con già diversi episodi storici (come sappiamo tutti) che hanno visto il sistema sovvertito da idee antidemocratiche.

In particolare una ‘mano invisibile’ funzionerebbe solo se l’ignoranza degli elettori non avesse una sua conformazione specifica – ovvero se gli elettori sbagliassero sul versante del liberalismo tanto quanto sbagliassero su quello del conservatorismo -, lasciando di fatto il pallino della decisione finale nelle mani di un centro di minoranza politicamente informato. Sfortunatamente l’ignoranza degli elettori sembra proprio avere una sua propria conformazione. Il politologo Scott Althaus, per esempio, nel suo libro ‘Collective Preferences in Democratic Politics: Opinion Surveys and the Will of the People’, ha provato a mostrare che un elettore con maggiore cultura politica sarebbe, nel complesso, meno favorevole alla guerra, meno punitivo nei confronti dei reati, più tollerante sulle questioni sociali, meno disposto ad accettare il controllo del governo sull’economia, meno razzista e xenofobo e più disposto ad accettare la tassazione al fine di ridurre il deficit statale. Quanto sempre a Caplan, egli sostiene e prova anche a mostrare che un elettore privo di conoscenze in economia ha diverse distorsioni cognitive (bias) e tende ad essere più pessimista sulle performance dell’economia passate e presenti (pessimistic bias), più diffidente rispetto alla concorrenza dei mercati e al libero commercio in generale (antimarket bias), come anche rispetto alla crescita della produttività (make-work bias), più incline al protezionismo e più preoccupato dall’immigrazione (antiforeign bias). Laddove, permettetemi di ricordare, la storia e un vecchio adagio ci ricordano senz’altro che “dove non passano le merci e le persone passano poi i cannoni”.

Le affascinanti ricerche di Althus e Caplan mostrano così, in particolare, che importanti politiche pubbliche possono essere negativamente influenzate dalle erronee credenze della ‘folla’ in campo politico e economico.

Una bufala.

Una bufala.

Per riassumere, le riflessioni di Estlung, Crain e Brennan, che riprendono quelle antiche di democratici quali Mill, Jefferson e altri, potrebbero essere ridotte ad una semplice domanda: se il punto d’arrivo è l’affidabilità delle procedure democratiche, perchè non conferire maggior peso al voto di una parte di cittadini più meritevoli e che nell’insieme saranno molto probabilmente più capaci della media della popolazione?

Al riguardo vorrei far notare che il responso scientifico è indipendente dal giudizio popolare di massa: nessuna votazione popolare può falsificare il fatto che è la Terra che gira intorno al Sole, negare che i vaccini o la chemioterapia possono esserci utili, contestare che i recenti casi di meningite in Toscana e Lazio non dipendono (per quanto si può razionalmente decidere con le informazioni che si hanno ora ora!) dagli immigrati: tutto ciò è infatti ‘stabilito’, ‘votato’ dagli esperti ed è, fino a che la maggioranza di loro non cambia opinione, ciò che consideriamo ‘vero’ (anche se in modo non definitivo!). Sottolineo però che se la scienza (l’approccio meno ideologico alla conoscenza e all’azione nel mondo che l’uomo abbia mai sperimentato) non è ‘democratica’ in modo convenzionale lo è, comunque, per il modo con cui le decisioni e i giudizi vengono infine presi. Questi ultimi nascono da opinioni degli esperti che, pur basate (per quanto possibile!) sui fatti,  sono ‘affidabili’ su base probabilistica e stabilite intersoggettivamente, ovvero non scaturiscono automaticamente da una presunta ‘oggettività’ dei risultati, da verità assolute, permanenti e indiscutibili. Come ricordavo in un precedente contributo su questa rivista, Albert Einstein sottolineava che le stessi leggi della matematica sono certe solo quando non hanno nulla a che fare con il mondo reale:

einstein“Quando le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe, e quando sono certe, non si riferiscono alla realtà.”

Infine faccio notare che la scienza è decisamente ‘democratica’ anche per il modo in cui si diventa esperti, perché l’aspirante viene valutato in modo meritocratico indipendentemente da qualunque tipo di provenienza ed origini personali. Quindi la scienza è un sistema epistocratico per eccellenza: dovrebbe farci riflettere il fatto che così tanto, negli ultimissimi secoli, abbia cambiato in meglio le nostre vite (che poi è lo stesso fine che si pone la politica).

Certo, si potrebbe senza dubbio affermare che attualmente le riflessioni sull’epistocrazia siano destinate a rimanere un esercizio intellettuale, impraticabile nella realtà della politica. Per usare le parole dei politologi Christopher Achen e Larry Bartels nel loro ultimo libro (‘Democracy for Realists’), l’ideale della ‘sovranità popolare’

“gioca senza dubbio lo stesso ruolo nell’ideologia democratica contemporanea di quello che il diritto divino dei Re e degli Imperatori giocava nell’era monarchica”.

Ma il ruolo dei filosofi non è proprio quello di mettere in discussione ciò che tutti noi diamo assolutamente per scontato? Del resto tempo fa era considerato da tutti moralmente lecito avere degli schiavi e magari, chissà, in futuro uccidere un qualsiasi essere senziente sarà considerato alla stregua dell’assassinare un essere umano.

Conclusioni

Una ovvia soluzione ai dubbi e alle problematiche che mi sono permesso di presentare in questo scritto sarebbe il fatto che la grande maggioranza almeno degli elettori si comportasse in modo razionale, supportata da un adeguato livello di istruzione e di educazione. Votando così in modo ‘riflessivo’ in base a informazioni e fatti accertati, correttamente presi in considerazione e non falsamente interpretati, e aggiornando o cambiando le proprie opinioni in modo opportuno al verificarsi di nuovi eventi e della disponibilità di nuovi dati e di nuove conoscenze. Bello, molto bello a dirsi. Più difficile a realizzarsi. E nel frattempo, ammesso che si possa mai arrivare a tale situazione ideale, cosa fare? Si può davvero pensare di fare qualcosa per meglio gestire la situazione reale? Ho provato a spiegare, a mio avviso, almeno il senso e la legittimità di queste domande, e di altre ad esse collegate, al di là della mia opinione sulle possibili risposte. Anche se non ho difficoltà ad ammettere che personalmente non riesco a comprendere cosa possa esserci di tanto utile (e perfino di giusto!) nel fatto che, per esempio, una persona che non sa e spesso non vuole sapere nulla delle funzioni e delle prerogative del nostro Parlamento, e perfino un interdetto, possano votare alle ‘politiche’ (pensando ovviamente anche agli interessi degli ignoranti, degli irrazionali e degli interdetti). D’altronde, se riteniamo che l’istruzione (non è essenzialmente per questo che in democrazia la auspichiamo per tutti?) possa aiutare a creare cittadini ‘migliori’, più probabilmente interessati e informati rispetto alla corretta gestione della res publica (anche se le neuroscienze ci insegnano ovviamente che neppure i più istruiti e informati tra noi saranno mai totalmente liberi dai pregiudizi), mi rimane difficile negare che sia plausibile premiare il voto, in qualche modo, dei meno ignoranti e meno irrazionali tra di noi. Un sistema epistocratico dovrebbe in fin dei conti riprendere ciò che rende le democrazie classiche funzionanti, cercando però di farlo meglio. Oggi, e da anni, nel nostro paese (e non solo) la grande maggioranza dell’elettorato non ha spesso alcuna stima e fiducia nei rappresentanti da loro stessi eletti: non è questa di per sé una ammissione, una prova, che si stanno utilizzando procedure elettive non del tutto appropriate? E non sono del resto proprio coloro che votano ‘di pancia’ a dichiararsi più di altri insoddisfatti della classe politica eletta a rappresentarli nelle istituzioni?

Giuseppe Mazzini: fotografia con autografo

Giuseppe Mazzini: fotografia con autografo

Ritengo in ogni caso che il cammino della democrazia – in qualsiasi sua forma -, di per sé inevitabilmente imperfetto e pieno di contraddizioni, potrà davvero essere vincente soltanto laddove vi siano votanti informati e critici, disposti ad interessarsi e magari ad impegnarsi nelle faccende della società civile in seguito all’acquisizione di una conoscenza che si traduce in costruzione del bene comune. Su questo mi sarebbe impossibile concludere meglio di quanto possa farlo sottoponendo a tutti un pensiero del nostro Giuseppe Mazzini (Dei doveri dell’uomo), una sorta di consiglio immediato ad ogni elettore responsabile. E’ una esortazione più articolata di quella di Grillo all’uso ‘della pancia’ ma, a mio modesto quanto convinto avviso, decisamente più istruttiva:

“La libertà vi dà facoltà di scegliere fra il bene e il male, cioè fra il dovere e l’egoismo. L’educazione deve insegnarvi la scelta. L’associazione deve darvi le forze colle quali potrete tradurre la scelta in atto. Il progresso è il fine a cui dovete mirare scegliendo, ed è a un tempo, quando è visibilmente compìto, la prova che non v’ingannaste nella scelta. Dove una sola di queste condizioni è tradita o negletta, non esiste uomo né cittadino, o esiste o inceppato nel suo sviluppo”.

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24 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Vorrei rispondere al dott, Testa che gentilmente mi aveva scritto già il 28 febbraio. Mi dice, dottore, che anche lei e’ preoccupato dello stato di cose in cui versa il paese e riconosce la grave involuzione . Un richiamo commovente, il suo, a Euripide che conoscevo bene all’ epoca dei miei lontani studi universitari, ma che avevo sepolto nella memoria dei miei lunghi anni. Un richiamo tanto bello quanto, lei lo sa più di me, utopistico. Letteratura e filosofia erano le mie passioni. Mi hanno insegnato, soprattutto la filosofia, quanto soggettivo e impugnabile sotto il profilo logico sia ogni assunto dei pensatori. Tanto per farle un esempio che ha del tragicomico, mentre studiavo la Metafisica di Aristotele, m’ imbattei in un assunto del grande pensatore in cui io coglievo una contraddizione in termini. Non era possibile! Evidentemente avevo le traveggole, studiavo troppo, non ragionavo più. Così passai due giorni e due notti a filare su quell’ assunto, cercando disperatamente di trovare in altri assuntI la conferma che il maestro per eccellenza della logica non aveva sbagliato. Ma la contraddizione restava là, nero su bianco, un infinitesimale buco nero nell’ immenso librone che sfogliavo e risfogliavo. Mi decisi a recarmi in facoltà cercando gli studenti più seri, preparati e anziani del corso di laurea e che avevano già affrontato il colosso della Metafisica di Aristotele. Le lascio immaginare le occhiate di pena per me che si scambiarono degnandosi di ascoltarmi. Tuttavia dovettero in qualche modo incuriosirsi perché mi chiesero di mostrar loro il fattaccio. Aprii il librone azzurro della Metafisica alla pagina segnalata. Diedi loro da leggere il passo che avevo sottolineato in matita, declarai i miei se e i miei ma. Uno dopo l’ altro quei giovanotti occhialuti si sedettero attorno al tavolino della sala-studio, cominciarono a leggere e rileggere, andarono ad altri assunti e cominciarono ad arrovellarsi proprio come me. Mi chiesero di lasciare da loro il mio libro che avrebbero discusso con lo studente che da lì a poco, si sarebbe laureato presentando un lavoro sulla Metafisica di Aristotele. Stranamente quel giorno non li vidi in mensa seduti tutti insieme al loro esclusivo cenacolo filosofale nell’ angolo più remoto della vasta sala. Inutilmente attesi pomeriggio e sera che qualcuno di loro venisse a bussare alla porta della mia stanzetta alla casa dello studente. Pensai ovviamente che mi stessero prendendo in giro e discettai con le compagne sulla scarsa serietà ed affidabilità del maschio, un po’ ridendo con loro, un po’ incavolata per quella situazione paradossale. Il giorno dopo bussò alla mia porta il laureando in persona dicendomi che c’ era poco da fare: secondo lui e i suoi compagni avevo ragione io e Aristotele effettivamente cadeva in contraddizione. Era meglio se dal severo Professore di Filosofia mi recavo io che ero ancora lontana dalla laurea, ché comunque la cosa meritava approfondimento. Dopo un attimo di sgomento, mi sovvennero i dubbi sull’ affidabilità del genere maschile e sibilai che mi sfottevano. Lui mi mi sbatté in mano il librone di Aristotele e mi disse di fare come cavolo mi pareva, ma di non far perdere più tempo a lui e ai ” vecchi ” e di non tirar fuori la questione durante il mio esame , ché sarei stata sicuramente sbattuta fuori magari col libretto gettato dalla finestra, ché il Professore l’ avrebbe presa come burla. Mi vestii e pettinai con cura, ma molto morigeratamente. All’ ora che il Professore riceveva gli studenti per le tesi di laurea, mi avviai verso il Tempio del Pensiero. Non c’ era nessuno.Tutto era avvolto dalla penombra e dal silenzio. Una invisibile ed inudibile segretaria mi chiese se dovevo parlare col Professore. Sparì, poi tornò da me per accompagnrmi alla porta di legno antico. Bussò leggermente e me la aprì, cedendomi il passo. La stanza era buia, carica di antichi mobili scuri, pieni di libroni ordinatissimi. Una lampada d’ altri tempi illuminava una cattedra. Il Professore era chino su un libro e rispose al mio tremulo saluto con voce ieratica. Rimasi in attesa silenziosa finché lui alzò la testa canuta e mi guardò inespressivo chiedendomi di cosa avessi bisogno. Gli risposi tutto d’ un fiato che non ero una laureanda e gli sottoposi il mio dubbio sull’ assunto di Aristotele. Corrugo’ la fronte e mi chiese il librone che gli porgevo. Lesse la frase, rilesse, sfoglio’ avanti e indietro senza parlare. Si alzò e andò a prendere un libro in un armadio. Lo portò alla scrivania. Era un’ altra copia della Metafisica. Aprì a colpo sicuro, confrontò l’ una e l’ altra pagina dei due libri seguendo le parole col dito. Mise un elegante segnalibro nel suo librone. Mi guardò severamente e mi chiese di ritornare in facoltà dopo due giorni, all’ ora in cui riceveva il suo assistente. Uscii un po’ frastornata, ma ben ferma sulle gambe: non ero stata cacciata dalla facoltà. Ci tornai dopo due giorni : stesso silenzio, stessa ombra, stessa segretaria. Costei mi accompagnò rapidamente in altra stanza che era già aperta e ben illuminata dal sole. Arrivò col librone sottobraccio il giovane assistente del Professore che conoscevo. Il suo volto era serio. Mi disse che in facoltà avevano preso in esame la questione, ma non avevano risolto. Pareva che ci fosse una contraddizione di Aristotele, ma avrebbero lavorato ancora anche con facolta’ di altre Universita’, ché non pareva possibile una cosa del genere. Allargò le braccia e poi mi disse che appena si fosse venuti a capo della questione mi avrebbe fatto sapere. Ci salutammo. Della questione non seppi più nulla, né mi curai più d’ inseguirla. È rimasta la’ tra le sacre mura della facoltà e i miei stupori di ragazza curiosa. Ad una serata allegra fra amici maturi, anni e anni dopo, raccontati la vicenda. Tutti giu’ a ridere, ma Marcello, il più anziano, disse che c’ era ben poco da ridere, ché Aristotele poteva aver sbagliato anche lui qualcosa e che l’ errore poteva benissimo essere sfuggito e poi sottaciuto per non sminuire il padre del sillogismo. Oppure poteva essere passato per diverse interpretazioni pure il suo pensiero, come quello di tutti. Dove stava il problema? E non valeva la pena che io fossi sbertucciata come la solita rompiscatole che le aveva rotte pure al filosofo massimo. Avevo capito così, altri avranno capito cosa’, altri non avranno capito nulla perché i problemi non se li pongono e stan meglio di tutti. E tutto è relativo in ‘sto mondo. Eravamo più che grandi tutti e non avevamo capito la più semplice delle cose umane: più le cose son difficili , più è ovvio trarne interpretazioni e conclusioni differenti. Aristotele mica era la sua zia Luigia che mettendo il naso fuori casa scopre l’ acqua calda gridando a tutti che piove a catinelle e bisogna percio’ uscire con l’ ombrello, concluse il buon Marcello.
    ” Molto rumore per nulla” direbbe Shakespeare. In effetti l’ ho fatta assai lunga solo per darle un’ idea, se m’ è riuscito, su come possa, in fondo, essere soggettiva anche l’ interpretazione dei sapienti, dottor Testa. Credo che lei e il professor Agnoli abbiate diritto ad una diversa interpretazione dei pensatori su cui vi contrapponete : perche’ obbligarvi ed obbligare ad interpretarli allo stesso modo? Tutto è relativo. Un messaggio più e’ complesso, più è relativo come disse quel mio saggio vecchio amico. Ciò che conta è la buona fede. Ciò che conta è che anche lei sia preoccupato per le cose che ci circondano, che ravvisi la necessità di cambiare qualcosa, di migliorare magari la governance che dimostra buchi preoccupanti. Lei sostiene che è antidemocratico il concetto di epistocrazia e che stride coi diritti dell’ umanità. Anche qui ci passano infinite sfumature interpretative. Per me tutti devono votare, ma va attivata sicuramente una qualche forma di ” Educazione Permanente”, cosi’ la chiamavano i pedagogisti al tempo dei miei studi universitari, pensata gia’ da Comenio e che ha trovato consensi e declinazione in contesto nazionale ed internazionale pur con rinnovato nome e ovvie critiche. Non possiamo continuare a rischiare di affidarci a gente che usa il voto per il suo tornaconto e a gente che non vota per sfiducia nelle istituzioni e in sé stessa. Se non riusciamo a fare qualcosa per migliorare il diritto-dovere di votare, nemmeno si potrà limitare l’ uso di internet che tanti danni provoca proprio perché anche internet è una conquista scientifica, democratica, a cui tutti hanno diritto di accedere. Potremo solo punire i reati che vi si svolgono come si fa già e come si fa già pure in campo politico. Un po’ poco per progredire e cambiare. E’ la formazione continua all’ uso della politica come all’ uso di internet che serve. Ma il cambiamento dello status quo e’ l’ attività umana più difficile e osteggiata, io non nutro più dubbi.

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    • Stefano Testa

      Gent.ma Viviana

      mi piace molto il suo interesse per Aristotele, che studiai ai tempi dell’università e che continuo a leggere con grande attenzione. E sono anche d’accordo con Lei quando dice che “tutti devono votare, ma va attivata sicuramente una qualche forma di educazione permanente”. Molto bene. Aggiungo che questa educazione permanente deve coinvolgere non solo chi è ignorante e disinformato, ma anche coloro che hanno le conoscenze e sono informati, perché, come sostengo, questi ultimi non necessariamente sono migliori nel contribuire, anche solo col voto, al bene della comunità. Anzi spesso e volentieri sono peggiori di chi è ignorante e disinformato.

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      • Paolo Agnoli

        Bene, allora dovremmo sperare in una ‘educazione’ permanente all’ignoranza e alla disinformazione! Scusa la battuta, gentilisssimo Stefano, prendila solo come provocazione. E un grazie ancora e sincero a te e Viviana per i generosi, pertinenti e stimolanti contributi su cui rifletterò a lungo. Per esempio, uno per tutti, sul fatto che il soggettivismo (non arbitrarietà, ma riflessione basata sulle conoscenze, informazioni e ‘priors’ che ha il soggetto che studia inevitabilmente mette in gioco) si applica anche allo studio dei classici della filosofia, non solo alla valutazione di esperimenti e osservazioni nella scienza più ‘tradizionale’.

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      • Viviana Alessia

        Egregio signor Testa, non mi trova d’ accordo per nulla sul fatto che ” coloro che sono informati ed hanno le conoscenze sono spesso e volentieri peggiori di chi è ignorante e disinformato “: parole sue e idee sue e tutte da dimostrare. Io penso in modo differente, ma questo non interessa qui. Mi preme invece evidenziare che
        “Educazione” ha nella sua stessa etimologia il suo significato. Educazione permanente : perché si apprende fino all’ ultimo respiro, come ho sempre sentito sostenere dai vecchi vicini al passo, “informati” o no che fossero. E sul punto chi vuol dimostrarmi il contrario, si faccia pure avanti. Lei, signor Testa, comunque sa meglio di me, o dovrebbe saperlo, cosa significa ” questa educazione permanente ” ( come scrive lei ) che ho messo in campo e quante declinazioni ha avuto nel tempo il suo significato, sino ad oggi: basta anche un’ occhiata su Wikipedia. Per me, oggi come oggi, vale il fatto che anche qui, proprio su questo giornale, adesso, si sta facendo Educazione : ci si confronta, si riflette, si impara, si autoapprende, ci si forma un’ idea, la si potrà perfino cambiare. Chi arrivasse col pregiudizio credo che poco potrebbe contribuire. Fin dall’ inizio di questa discussione sul tema della Democrazia, sono stata chiara, mi sembra: si tratta di fermarsi a riflettere, di pensare a come fare per adeguare ciò che non è adeguato, di discutere, di mettersi in discussione, per smarcarsi da una situazione inappropriata se non inaccettabile. E mi pare di aver acclarato proprio a lei che a certa gente incurante delle persone e della loro dignità e libertà come delle regole democratiche, ne’ educata ne’ acculturata, ne’ ignorante ne’ disinformata, bensi’ semplicemente amorale, se potessi farlo, io toglierei il voto tout- court, semplicemente perché è gente che distorce l’ uso della democrazia rendendola un vessillo dell’ individualismo piu’ opportunista. Non posso farlo, nessuno può farlo se non correndo il rischio della dittatura e dunque non resta che cercare modi e strumenti che consentano di far crescere tutti nei significati della Democrazia, che non è piovuta in testa a nessuno di noi a mo’ di spirito santo, bensì è pervenuta fino a noi da morte e sofferenza di milioni di innocenti. Ed è sui morti e sulle sofferenze degli innocenti che io non transigo. È sui modi di applicazione della Democrazia che vorrei sentir discutere con serenità, nella speranza di progresso. Non mi accontento piu’ degli aforismi di Churchill. Agire il cambiamento attraverso una qualche forma di educazione che renda migliori tutti, a me pare semplicemente il metodo piu’ naturale ed accessibile per noi, ma certamente chi è più edotto di me conosce altre modalità. E ben vengano. A me poco importa se ai metodi di incrementazione della Democrazia verranno dati nomi come educazione permanente, educazione civica, educazione morale e civile, educazione alla cittadinanza ed altri ancora più inusuali, specifici e strutturati. È dimostrato che ci sono democrazie che funzionano meglio della nostra, agiscono con metodiche migliori delle nostre, hanno in se’ anticorpi piu’ efficaci e tanto mi basta. Ciò che conta sono i fatti.
        Se ama Aristotele e, fortunato lei, può continuare a studiarlo con ” grande attenzione ” ( come scrive lei ), le affiderei volentieri il compito di ritrovare quella infinitesimale contraddizione in termini del grande filosofo che turbò me ed altri di gran lunga migliori di me e infinitamente più eruditi di me più di quaranta anni fa, quando gli esami del corso di laurea, nella mia facolta’, non si potevano sostituire con altri di maggior gradimento personale ed esistevano le valutazioni non sufficienti, inappellabili, che ti costringevano a capire che tutto ha una valenza , che non si può arrivare impreparati, ignoranti, disinformati, approssimativi, disfattisti a nessun appuntamento, soprattutto se per poter studiare anche lavoravi. La giovinezza allora, le responsabilità dopo mi hanno impedito di tornare su quel libro datomi in prestito da chi poteva permetterselo e su quel passo sottolineato a matita. Le sarei grata se riuscisse a rinvenire quel momento di certezza perduta. Anche se quella presunta (che’ tale è e resta, considerata l’ infelice mancanza di riscontro del contrario ) piccola incongruenza di Aristotele, nulla è in confronto alle gravi incongruenze, sciagurate contraddizioni, sacrileghe assertivita’, assiomi di cartavelina, dogmi balordi, vergognose assertivita’ che hanno portato la mia vita infinitamente lontana dai sogni che l’ avevano cullata. Le decantavano tragicamente tutti, ognuno a suo personale modo, quelle ” verità ” che solo oggi posso contestare punto su punto, tanti anni dopo che esse hanno dimostrato tutta la loro micidiale infondatezza. Non sono sola ad operare per un ambito comunque specifico e delimitato. Sono in compagnia di chi ha conoscenze, competenze, esperienze vaste e di chi contribuisce col suo vissuto. Siamo accomunati dalla voglia di migliorare il bene comune.
        Le ” verità assolute ” cui mi riferisco le declamavano prima, dividendosele equamente perché pari erano più o meno i numeri delle rispettive parti, molti di coloro che dichiaravano di avere le conoscenze dovute e i soliti disinformati e ignoranti che non avevano titolo alcuno per declarare nulla, accomunati da poche caratteristiche: supponenza, superbia, individualismo, arbitrio. Le declarano ancora, per carità ché siamo appunto in democrazia, ma adesso tocca loro confrontarsi. Se non vogliono farlo, liberi. Liberi e obbligati a rispettare l’ operato di chi non la pensa come loro.
        L’ importante è che la gente possa confrontare e scegliere, democraticamente, assumendosi consapevolmente le proprie responsabilità.

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        • Stefano Testa

          Gent.ma Viviana

          Intanto mi farebbe molto piacere parlare con lei di Aristotele, filosofo di straordinaria attualità (come Platone del resto…)
          Inoltre vorrei una volta per tutte chiarire che quello che nel mio articolo potrebbe apparire come un elogio dell’ignoranza non è altro che un richiamo (absit iniura verbis) all’ atteggiamento che sta a fondamento della nostra civiltà e della nostra cultura, al fine di contrastare un pericolo mortale che un eccellente scrittore ed economista, Tim Harford , chiama: The God Complex.
          Ovvero l’ insegnamento cruciale della saggezza antica contro l’ arroganza di quegli intellettuali ed esperti che si illudono di sapere: la sentenza dell’ oracolo di Delfi per cui “ Il più sapiente di voi è colui che come Socrate si sia reso conto che in quanto a sapienza non vale nulla” . E Socrate, parlando dei sapienti del suo tempo, : “ Costui supponeva di sapere benchè non sapesse, mentre io come non so, così neppure suppongo di sapere. Mi parve di essere più sapiente di lui almeno in questo piccolo particolare: che ciò che non so neppure suppongo di saperlo… “.

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          • Viviana Alessia

            Bella , bellissima la filosofia. Splendide le parole dei filosofi. Cosa vi può esser di più affascinante del pensiero che pensa sé stesso? Pensiamo a come Kant ha rivoluzionato con passaggi logici incredibili il sistema delle Categorie di Aristotele. Io privilegio Kant sa, signor Testa, che sento vicino alle sensibilità e necessita’ moderne. Ma il tema è un altro, per quanto si possa e debba far riferimento ai pensatori. Qui si tratta di essere pragmatici. Qui si tratta di decidere se dobbiamo fare qualcosa per migliorare il sistema in cui viviamo. Non posso accettare “il sapiente” con la verità in tasca, né ” l’ ignorante” che delega o si disinteressa. La democrazia non è un bivacco per “superuomini” presunti o ” ominicchi”. La democrazia si costruisce con tutti e per tutti. Chi ha i mezzi mentali e culturali, il coraggio morale e civile, il vigore psicologico e fisico che servono, a mio modesto avviso ha il dovere, e non solo il diritto, di pensare e proporre il meglio. Spetta agli altri vagliare, senza sentirsi sminuiti,confrontarsi, replicare, controribattere, cooperare con chi le idee innovative le ha. E infine scegliere secondo l’ aurea regola della democrazia. Ogni uomo ha le sue buone peculiarità da condividere nella società. L’ insieme degli uomini forma la società. L’ insieme degli uomini di buona volontà produce democrazia. Aristotele sosteneva che l’ uomo è un animale sociale più di duemila fa, giusto? Ma non mi risulta abbia mai affermato che la società debba soccombere a causa di mele marce perché i cittadini non sanno migliorare la politica, tutt’ altro. Non si tratta di imporre niente a nessuno, bensì di riuscire ad esercitare diritti naturali ed elementari che oggi come oggi traballano parecchio, proprio come traballerebbe una nonnina piena di reumi alle ginocchia che andasse a cimentarsi col filo della giovane equilibrista o come traballerebbe una giovinetta insonne per ameni pensieri che andasse a cimentarsi con il lavoro dell’ intellettuale che ha una notevole responsabilità. Dottor Testa, non c’ è filosofia che tenga: non mi schiodo dall’ idea che la nostra democrazia va rivisitata per bene ché è messa maluccio in salute. Non vede chiaramente l’ intolleranza e la violenza verso cui corriamo? Io sì, in tutti i luoghi, compresa la comunicazione su carta planetaria. Cordiali saluti.

          • Paolo Agnoli

            “…. non c’ è filosofia che tenga: non mi schiodo dall’idea che la nostra democrazia va rivisitata per bene ché è messa maluccio in salute…”. La tesi da me presentata nell’articolo, e ideata e sostenuta da così eminenti studiosi, parte proprio da questo allarme. Forse sbagliamo, è questo il punto filosofico più importante caro Stafano, a ritenere che alcuni assunti siano ‘assolutamente’ indiscutibili. Un po’ come un tempo si considerava ‘assolutamente’ indiscutibile, diceva una citazione da me riportata, il diritto del Re o dell’Imperatore a governare. Forse associamo a questi assunti ideologici alcuni valori etici che in verità sono del tutto svincolati da essi. Forse è proprio a causa di possibili ma false equivalenze del tipo voto = dignità umana che permettiamo all’ignoranza di avvelenare i pozzi, col risultato di produrre politiche talvolta molto pericolose per la collettività. Se le cose stessero così, perché non liberarsi di certi dogmi e chiedersi onestamente e coraggiosamente se insistere ad adottare il suffragio universale quando potrebbero esistere forme di democrazia migliori?

    • Stefano Testa

      Penso che alla fine possiamo convergere, Paolo e Viviana, sul fatto che vada fatto qualcosa affinché ” la democrazia vada rivisitata per bene, che è messa maluccio in salute..” e che non è tollerabile un politica non basata sul confronto sui fatti, ma sullo scontro a colpi di menzogne. Al limite convengo anche che garantire a tutti il diritto di voto non sia, in fondo, la cosa più importante. Ci sono cose più gravi che ledono la dignità umana, se è valido il principio (liberale) di Kant: “Agisci in modo da trattare l’ uomo così in te come negli altri sempre anche come fine e mai solo come mezzo.” Principio messo in discussione oggi, purtroppo, anche da gente molto istruita…

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  2. Stefano Testa

    Winston Churchill una volta disse che un democrazia funziona bene se sono in due a comandare e uno dei due è malato. Mi è venuta in mente questa battuta del grande statista leggendo l’interessante e provocatorio saggio di .Paolo Agnoli. L’ho letto appunto come provocazione e stimolo in un mondo dove la gente legge, e riflette, sempre meno, e dove siamo invasi sempre più da informazioni false o manipolate veicolate dai social network.
    Ma la proposta che può scaturire dallo scritto non può essere accettata per motivi che qui riporto con la massima concisione.

    Bisogna innanzitutto chiedersi se la limitazione del diritto di voto per motivi qualsiasi confligga con un diritto fondamentale della persona. Con il principio dell’uguaglianza e della pari dignità degli esseri umani. La risposta è si, perché un principio acquisito della coscienza e della civiltà moderna vuole che il diritto di voto, diritto politico per eccellenza, sia garantito a tutti i cittadini senza preclusioni e discriminazioni (ho il diritto di votare, anche se sono analfabeta e anche senza essere informato come si dovrebbe). Non vale dire che c’è già una limitazione, ad esempio riguardante l età, perché in realtà essa non è una limitazione, ma il riconoscimento che tutte le società di tutti i tempi hanno fatto relativamente alla condizione di adulto: infatti soltanto il passaggio alla maggiore età, e l’appartenenza ad una comunità, identificano colui che è legittimato ad operare scelte che riguardano la comunità in cui vive (e un momento di passaggio, qualunque esso sia, e un’appartenenza comunque stabilita, ci devono pur essere).

    Certo la democrazia aperta a tutti comporta dei rischi. Ma il rischio di anarchia e di sopraffazione del tempo di Platone è venuto decisamente meno. Il progresso giuridico e le architetture costituzionali hanno portato alla definizione di pesi e contrappesi che rendono la democrazia politica senz’altro più sicura. Nei paesi di civiltà liberale certe materie fondamentali sono proceduralmente sottratte ai possibili arbitri del legislatore di turno, e si tende a far prevalere la “ratio” sulla “voluntas”. Pertanto possiamo garantire la libertà di voto a tutti senza .rischi…. eccessivi

    Inoltre, cosa decisiva, i titoli di studio, le conoscenze e le informazioni non creano, né garantiscono di per sé, saggezza e buon governo. Sono gli intellettuali d’altronde a cadere nel più pernicioso dei bias cognitivi: “l’illusione di sapere”. Le idee di Estlund e Brennan sul governo dei colti e dei sapienti avrebbero fatto inorridire il più grande pensatore liberale del Novecento, Friedrick von Haiek (l’autore de “L’ abuso della ragione”). Idee che sposano altresì il mito marxista dei rivoluzionari di professione, di coloro che hanno scoperto le leggi della storia e vogliono imprimere ad essa una direzione consapevole (segnalo che un gran numero di professori universitari americani di cultura “liberal” si dichiara marxista…) . In realtà i disastri più grandi sono stati compiuti dai “colti e sapienti”. Dall’ epistocrazia. Soprattutto le tragedie storiche del 900 hanno rivelato il ruolo nefasto degli intellettuali, che in numero impressionante si prestarono attivamente o passivamente alla tirannia politica. Ma per parlare dell’ inaffidabilità degli intellettuali basta citare le importanti ricerche di Philip Tetlock, che dimostrano i continui e sistematici fallimenti di conclamati e titolati esperti nel prevedere fatti storici, politici ed economici di ogni genere, dalla caduta del comunismo alla crisi finanziaria del 2008.

    Insomma, bisogna distinguere, per evitare fraintendimenti sulla natura della politica, tra competenze tecnico- amministrative, giuridiche, economiche, per cui servono titoli e conoscenze in quanto bisogna far funzionare la macchina di uno Stato e gestire nei dettagli una società complessa, e proposte politiche di carattere generale riguardanti anche aspetti etico-sociali, e che coinvolgono, devono coinvolgere, il sentire di tutti, e che il potere legislativo in prima istanza deve poter cogliere. La politica in sostanza, come ha mostrato molto efficacemente Hayek, non poggia sulle stesse categorie delle scienze naturali, non avendo a che fare con fenomeni fisici. La validità e l’efficacia di norme ed istituzioni sociali, che stanno alla base del vivere civile, non si basano, come le teorie scientifiche, sull’ elaborazione di esperti e scienziati, ma sono il risultato di un lento processo storico di selezione, dovuto a molteplici fattori che sfuggono totalmente al sapere dei singoli, per quanto sapienti o colti possano essere. Per questo mia nonna non può dire nulla riguardo alle cose di fisica o di chimica, o pochissimo riguardo alle cose di medicina, ma su cose di politica o di morale potrebbe avere ragione da vendere. Precisando che la “saggezza delle nonne” incarna la saggezza della “tradizione”, che non solo è differente ma è addirittura l’opposto della cosiddetta “saggezza della folla”. Quest’ultima è la somma di intuizioni sommarie, istinti individuali e pregiudizi di ogni tipo, porta molto spesso a disastri, e va assolutamente contrastata. Mentre la prima è il l’attaccamento più o meno consapevole ad istituti e pratiche culturali che hanno segnato passaggi decisivi nella evoluzione della società umana, e va assolutamente salvaguardata. Purtroppo queste argomentazione richiederebbero ben altro spazio.

    Infine c’è del razzismo intellettuale in autori tipo Bryan Caplan, quando si afferma che le politiche conservatrici a differenza di quelle liberal sono la conseguenza di “distorsioni cognitive” ( la preoccupazione per l’immigrazione, la tendenza al protezionismo… magari anche la paura della denatalità o della crisi della famiglia). Insomma: tu non hai solo un’ opinione diversa, una convinzione legittima e degna quanto la mia, frutto di una differente visione del mondo e sensibilità. No, tu hai un deficit mentale e … magari hai bisogno di frequentare i campi di rieducazione. Caplan, Eastlung, Brennan,…. dovrebbero leggere meno Marx e più Hayek. Immagino il grande filosofo di Treviri, lassù a fregarsi le mani gongolante ripetendo il suo “ Ben scavato, vecchia talpa!”.

    Stefano Testa

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    • Paolo Agnoli

      Grazie Stefano del pertinente e dotto commento. Lasciami solo dire che diritti fondamentali e universali dell’uomo (anche se non assoluti) sono per esempio la vita e la libertà. In quanto tali non si possono negare (se non per validi motivi) a nessuno, neanche a un neonato. Il diritto di voto viene invece negato da noi perfino a un 24-enne (Senato). Senza appello. Ripeto, non si potrebbe fare qualcosa di meglio?

      Rispondi
  3. Stefano Testa

    Winston Churchill una volta disse che un democrazia funziona bene se sono in due a comandare e uno dei due è malato. Mi è venuta in mente questa battuta del grande statista leggendo l’interessante e provocatorio saggio di .Paolo Agnoli. L’ho letto appunto come provocazione e stimolo in un mondo dove la gente legge, e riflette, sempre meno, e dove siamo invasi sempre più da informazioni false e manipolate veicolate dai social network.
    Ma la proposta che può scaturire dallo scritto non può essere accettata per motivi che qui riporto con la massima concisione.

    Bisogna innanzitutto chiedersi se la limitazione del diritto di voto per motivi qualsiasi confligga con un diritto fondamentale della persona. Con il principio dell’uguaglianza e della pari dignità degli esseri umani. La risposta è si, perché un principio acquisito della coscienza e della civiltà moderna vuole che il diritto di voto, diritto politico per eccellenza, sia garantito a tutti i cittadini senza preclusioni e discriminazioni (ho il diritto di votare, anche se sono analfabeta e anche senza essere informato come si dovrebbe). Non vale dire che c’è già una limitazione, ad esempio riguardante l’ età, perché in realtà essa non è una limitazione, ma il riconoscimento che tutte le società di tutti i tempi hanno fatto relativamente alla condizione di adulto: infatti soltanto il passaggio alla maggiore età, e l’appartenenza ad una comunità, identificano colui che è legittimato ad operare scelte che riguardano la comunità in cui vive (e un momento di passaggio, qualunque esso sia, e un’appartenenza comunque stabilita, ci devono pur essere).

    Certo la democrazia aperta a tutti comporta dei rischi. Ma il rischio di anarchia e di sopraffazione del tempo di Platone è venuto decisamente meno. Il progresso giuridico e le architetture costituzionali hanno portato alla definizione di pesi e contrappesi che rendono la democrazia politica senz’altro più sicura. Nei paesi di civiltà liberale certe materie fondamentali sono proceduralmente sottratte ai possibili arbitri del legislatore di turno, e si tende a far prevalere la “ratio” sulla “voluntas”. Pertanto possiamo garantire la libertà di voto a tutti senza .rischi…. eccessivi

    Inoltre, cosa decisiva, i titoli di studio, le conoscenze e le informazioni non creano, né garantiscono di per sé, saggezza e buon governo. Sono gli intellettuali d’altronde a cadere nel più pernicioso dei bias cognitivi: “l’illusione di sapere”. Le idee di Estlund e Brennan sul governo dei colti e dei sapienti avrebbero fatto inorridire il più grande pensatore liberale del Novecento, Friedrick von Haiek (l’autore de “L’ abuso della ragione”). Idee che sposano altresì il mito marxista dei rivoluzionari di professione, di coloro che hanno capito le leggi della storia e vogliono imprimere ad essa una direzione consapevole (e segnalo che un gran numero di professori universitari americani di cultura “liberal” si dichiara marxista…) . In realtà i disastri più grandi sono stati compiuti dai “colti e sapienti”. Dall’ epistocrazia. Soprattutto le tragedie storiche del 900 hanno rivelato il ruolo nefasto degli intellettuali, che in numero impressionante si prestarono attivamente o passivamente alla tirannia politica. Ma per parlare dell’ inaffidabilità degli intellettuali basta citare le importanti ricerche di Philip Tetlock, che dimostrano i continui e sistematici fallimenti di conclamati e titolati esperti nel prevedere fatti storici, politici ed economici di ogni genere, dalla caduta del comunismo alla crisi finanziaria del 2008.

    Insomma, bisogna distinguere, per evitare fraintendimenti sulla natura della politica, tra competenze tecnico- amministrative, giuridiche ed economiche, per cui servono titoli e conoscenze per far funzionare la macchina di uno Stato e gestire nei dettagli una società complessa, e proposte politiche di carattere generale riguardanti anche aspetti etico-sociali, che coinvolgono, devono coinvolgere, il sentire di tutti, e che il potere legislativo in prima istanza deve poter cogliere. La politica in sostanza, come ha mostrato molto efficacemente Hayek, non poggia sulle stesse categorie delle scienze naturali, non avendo a che fare con fenomeni fisici. La validità e l’efficacia di norme ed istituzioni sociali, che stanno alla base del vivere civile, non si basano, come le teorie scientifiche, sull’ elaborazione di esperti e scienziati, ma sono il risultato di un lento processo storico di selezione, dovuto a molteplici fattori che sfuggono totalmente al sapere dei singoli, per quanto sapienti o colti possano essere. Per questo mia nonna non può dire nulla riguardo alle cose di fisica o di chimica, o pochissimo riguardo alle cose di medicina, ma su cose di politica o di morale potrebbe avere ragione da vendere. Precisando che la “saggezza delle nonne” incarna la saggezza della “tradizione”, che non solo è differente ma è addirittura l’opposto della cosiddetta “saggezza della folla”. Quest’ultima è la somma di intuizioni sommarie, istinti individuali e pregiudizi di ogni tipo, porta molto spesso a disastri, e va assolutamente contrastata. Mentre la prima è il l’attaccamento più o meno consapevole ad istituti e pratiche culturali che hanno segnato passaggi decisivi nella evoluzione della società umana, e va assolutamente salvaguardata. Purtroppo queste argomentazioni richiederebbero ben altro spazio.

    Infine c’è del razzismo intellettuale in autori tipo Bryan Caplan, quando si afferma che le politiche conservatrici a differenza di quelle liberal sono la conseguenza di “distorsioni cognitive” ( la preoccupazione per l’immigrazione, la tendenza al protezionismo… magari anche la paura della denatalità o della crisi della famiglia). Insomma: tu non hai solo un’ opinione diversa, una convinzione legittima e degna quanto la mia, frutto di una differente visione del mondo e sensibilità. No, tu hai un deficit mentale e … magari hai bisogno di frequentare i campi di rieducazione. Caplan, Eastlung, Brennan,…. dovrebbero leggere meno Marx e più Hayek. Immagino il grande filosofo di Treviri, lassù a fregarsi le mani gongolante ripetendo il suo “ Ben scavato, vecchia talpa!”.

    Stefano Testa

    Rispondi
    • Viviana Alessia

      Lasciamo da parte per il tempo occorrente gli intellettuali, i pensatori , dottor Testa. È vero che tutti hanno diritto di votare perché tutti hanno quantomeno un background che è il loro vissuto e l’ esperienza maturata nel vissuto medesimo che, in pratica, fa cultura. Pertanto anche io, nonna, ho certamente il diritto di votare, come lei giustamente sostiene, e il mio voto ritengo che valga tanto quanto è lungo il mio tempo di vita. Ma vede, dottore, sa lei quante nonne della mia età e anche decisamente più giovani, è da anni che vivono gongolando per casa tra una chiacchierata e l’ altra da terrazzo a terrazzo, rassettando qua e là, aspettando notte, ben nutrite da pensioni di invalidità ( di che? la lingua sferraglia alla grande, le gambe sgambettano in leggins sexy di figlie e nipoti, la testa per ricamare maldicenze su tutto e tutti c’ è tutta, la logica ferrea del ragionamento giuridico che prima delle otto non si tira lo sciacquone, non si apre il rubinetto , si vola sulle scale, si acquista una silente auto volante perché chi lavora non ha da disturbare il loro prezioso sonno: è il regolamento condominiale che vieta i rumori e il regolamento vale ben più del peregrino che va, volando muto per l’ aere, a raggranellare pure gli spiccioletti per il bel vivere di queste allegre nonnine. Con cosa misuriamo il loro diritto di votare? Col fatto lapalissiano che cambiano partito ad ogni giro di valzer politico, basta che il politico di turno mantenga le loro amabili e misteriose prebende? Quale valore devo dare io al loro voto politico, visto che ho lavorato come un cane per quarantadue anni pagando le tasse fino all’ ultimo centesimo e pagando alla grande cure private che medici pubblici non si ritenevano attrezzati a somministrare, cammino dignitosamente zoppicando, mi rifiuto di prendere farmaci perché due anni fa mi avevano ridotta al punto da predisporre testamento e cosi non ho nemmeno il vantaggio di pagar di meno quegli esami che sono necessari a controllare l’ avanzamento delle mie malore. Quanto vale il voto di gente come quella che io ho avuto la sfortuna di conoscere, dottor Testa? Non crede che sarebbe quantomeno utile che la democrazia a suffragio universale chiedesse a questi soggetti un minimo di studio di educazione civica, tanto per parlarsi alla vecchia maniera e capirsi bene? Guardi dottor Testa che già molte famiglie del mio condominio han dovuto cambiare aria perché oltre all’ arroganza della loro oratoria, le condomine megere venivano difese, si fa per dire, da ras del quartiere di non chiara collocazione lavorativa. Il mio voto vale come quello di questi ras , dottor Testa? Che dire poi di “quelli della porta accanto”, eredi di numerose case in città, al mare, ai monti che vogliono costringere tutti a far le scale condominiali a turno per evitare di pagar l’ imposta dovuta a regolare impresa di pulizie. Tanto loro le fanno fare dalla loro colf, rigorosamente malpagata al nero. Erano adusi ad evitare di pagare le tasse e ottemprrare al dovuto finché, esagerando col delirio di onnipotenza alimentato da ovvi compari di ovvio partito, son cascati nelle maglie della Legge e han dovuto aggirarsi tra tribunali e avvocati per una dozzina d’ anni. Il loro voto vale come il mio, dottor Testa? E quanto vale quello del paparino della signora tanto refrattaria al dovuto allo stato sociale, noto rozzo costruttore di paesotto che, a suon di evasione, è riuscito a lasciare un sacco e una sporta di beni immobili ( dei mobili non si sa ) ai numerosi parenti? Sa, si senton dire tante cose sui giovani, ma io mi meraviglio ogni giorno vedendo giovani che, cartella sulle spalle, vanno in allegria a prendere il bus che li porta a scuola, poi li vedo tornare a pranzo e quindi stare ore sulla loro scrivania in camera, chini sui libri di studio. Mi ricordano me stessa, alla loro eta’; mi ricordano i figli miei. E, mi creda, non riesco a capacitarmi di quei giovani di poco più avanti con gli anni, che scaricano sacchi di farina al fornaio, s’ industriano con traslochi, con i camioncini delle consegne a domicilio, con la rilevazione di attività di ristorazione che adattano con buona volontà a tavola calda veloce ed economica per i lavoratori delle piccole imprese vicine in cui altri giovani cercano disperatamente di portare a termine il mese e magari l’ anno. So di avere un brutto carattere: me lo son fatto a suon di patire ingiustizie, di udire bestialità su cio’ che gli interessati al taccuino decidono unilateralmente vada fatto per il bene altrui, a suon di vedere sgangheratezze commesse sulla pelle dei deboli da gonfi palloni pieni d’ ignoranza e d’ arroganza. Pertanto non provo ritegno nel confermarle un convincimento che mi frullava vago e indistinto nella mente, ma che ultimamente, a suon di riflettere sui minimi e massimi sistemi, s’ è meglio precisato nella mia semplice mente da nonnetta di periferia : troverei oltremodo congruente togliere, sì ha letto bene dottor Testa, proprio togliere il voto a molta gente che non sa cosa sia civismo, cittadinanza, democrazia, altroche’ lasciare che si barcamenino nel peggiore dei modi, usando tutto e tutti, cullandosi al suono di parole sacre come “democrazia a suffragio universale” cui la Storia ci ha consegnati tutti dopo un lungo cammino di sofferenze e sangue degli innocenti. Al loro posto in cabina elettorale io ci manderei quei giovani di buona volonta’ e grande pazienza che vivono circondati da malesempi e tirano diritto per la loro strada lo stesso. Poco importa se non hanno esperienza ne’ eta’: hanno in sé la preziosa cultura del costruirsi, la cultura del lavoro, della dignita’. Tanti maturotti per eta’ sono invece cittadini ( e persone ) irrecuperabili. Nessun maestro e nessun corso di educazione civica, sempre per capirsi bene, possono inculcare nelle loro teste un pur minimo valore di civiltà. Non voglio neanche parlare poi di tutti i casi che quotidianamente ci tocca sentire su indagini di ogni sorta estese a frotte di egregi rappresentanti di una democrazia messa come la nostra. Andiamo ora pure agli intellettuali. Forse ci saranno intellettuali che avranno avuto delle responsabilità nelle tragedie del Novecento, se lo dice lei che dimostra tanta conoscenza sara’ magari pure cosi, anche se io resto convinta che le guerre non si fanno per le idee degli intellettuali ( assai poco considerati, generalmente, da chi si arrovella giorno e notte per riempire forzieri ), ma per gli interessi di chi vive per accumulare forzieri all’ infinito. Me lo hanno insegnato fin dalle scuole medie, l’ ho visto in tanti anni di vita e, francamente, non mi sento di mettere in discussione questo mio parere. È pur sempre un parere di nonna, non le pare, dottor Testa? Vede, resto profondamente convinta che la politica la fanno gli elettori votando i loro rappresentanti. Continuando di questo passo, quale politica e quali rappresentanti vedremo? Una risposta forse non c’ è, ma un qualche tentativo di far evolvere la situazione si avrebbe il dovere di tentare. Resto convinta che la via più corretta sia quella della preparazione alla cittadinanza. Preparare gli elettori a scegliere con cognizione e onestà gli eletti, consapevoli delle tremende conseguenze dell’ indifferenza, ignoranza, malafede. Non è facile, lo so bene. Servono programmi accurati, maestri in buona fede, contenuti, tempi e metodi. E la preparazione del tutto deve essere ampiamente condivisa. Il lavoro è immane, ma chi ha tempo non aspetti tempo, dice un vecchio adagio. Le mie non sono argomentazioni dotte, da pensatore ed intellettuale. Sono considerazioni amare, ma non prive di speranza, di una nonnetta che, partendo dal suo piccolo, miserabile mondo condominiale, allarga ogni giorno lo sguardo verso l’ orizzonte del mondo che dovrà essere consegnato a coloro che ci seguono, una nonnetta rompiscatole con l’ idea mai perduta che il mondo che lasceremo nelle loro mani possa essere più giusto e generoso.

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      • Stefano Testa

        GENt. ma Viviana Alessia

        Anche io sono molto preoccupato di come vanno le cose e dell’involuzione in atto. Oggi rispetto ad un tempo c’è più volgarità e ignoranza tra gli studenti (mi testimonia un amico professore di liceo da tanti anni). Oggi rispetto ad un tempo chi esce dalla scuola non sa scrivere (mi dice con sgomento il responsabile delle selezioni di una prestigiosa Accademia militare)
        Causa senz’altro l’uso sregolato dei social network e dei nuovi strumenti comunicativi, ma anche esempi sbagliati. Un tempo i capi politici amavano discettare di filosofia e letteratura, oggi si anno vedere orgogliosi giocare alla playstation o cantare in TV.
        Detto questo, vedo lo stesso con dispiacere diffondersi critiche antidemocratiche che non sono che la variazione della posizione dell’araldo di Tebe nelle Supplici di Euripide, il quale entrando in Atene si rivolse così a Teseo: “ Con chi devo parlare, chi comanda qui, chi è il re di questa terra?” Al che Teseo rispose ” Hai commesso un errore già all’inizio del tuo discorso a cercare un re in questo luogo. La città non è nelle mani di uno solo. Essa è libera. E la sovranità è nelle mani del popolo”. Allora l’araldo disse “ Come potrebbe guidare una città il popolo che non sa neanche mettere in piedi un discorso come si deve?”.
        Non credo che limitare il diritto di voto sia una soluzione giusta ed efficace . Bisognerebbe pensare che il diritto di voto non appartenga alla sfera dei diritti fondamentali degli esseri umani, che stabiliscono la loro eguaglianza e dignità. Invece il diritto di voto è il diritto politico per eccellenza e fa parte dei diritti fondamentali dell’uomo. E non lo si può negare ad un soggetto che non ha problemi penali, fa parte della comunità di riferimento e sia adulto (a qualsivoglia età quella specifica comunità lo identifichi appunto come adulto) . Anche se è rozzo, maleducato e privo di qualsiasi nozione di cultura politica e di educazione civica.
        Non mi ripeto su cose di cui ho già scritto. Solo sottolineo che si fraintende la natura della politica e del suo carattere specifico di scienza, se si crede che le conoscenze e il sapere siano garanzia di scelte politiche buone. Assolutamente no. Non funziona come nella fisica o nell’ingegneria!….
        E’ ciò che hanno creduto nel tempo: Il sofista aristocratico Ippia che decretava la superiorità dei sapienti e degli intellettuali (fatto a pezzi da Platone, i cui filosofi governanti erano coloro che “fanno cose utili alla città” come dice nel Politico, e non coloro che “sanno”); i giacobini francesi tagliatori di teste adoratori della dea Ragione; I teorici della pianificazione centralizzata del socialismo scientifico (fatti a pezzi da Mises e Hayek). E ciò che ancora credono i professori americani cripto-marxisti propugnatori della “Epistocrazia”.

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        • Paolo Agnoli

          Stefano, grazie ancora per le ulteriori riflessioni. Permettimi solo una constatazione e una riflessione. Tu parli di ‘critiche antidemocratiche’, di ‘teorici della pianificazione centralizzata’, di ‘cripto-marxisti’, di ‘sofisti’, perfino di ‘tagliatori di teste’. Ma dimentichi che storicamente i veri sostenitori di un sistema democratico/epistocratico sono stati, come credo io abbia mostrato ampiamente, proprio Thomas Jefferson e John Stuart Mill: due tra i più riconosciuti artefici della democrazia moderna. E’ soprattutto grazie a persone tolleranti e profondamente democratiche come loro se infine si rese possibile la nascita di stati democratici moderni così come li intendiamo oggigiorno. E fino al 1975 negli Stati Uniti (non nell’Unione Sovietica) tutti i cittadini senza alcuna discriminazione avevano potenzialmente il diritto di voto, che diveniva però diritto reale solo per coloro che potevano mostrare di avere un minimo di informazione sul sistema elettorale americano e sul potere che avrebbero trasferito, con il loro voto, agli eletti. Questa filosofia fu abolita solo sull’onda dell’influenza che in quel paese (spesso indicato come perfino simbolo della democrazia nel pianeta) ebbero i movimenti di massa nati a seguito della sciagurata guerra in Vietnam, non perchè si fosse mostrata errata. Ancora oggi, nel luogo con quella straordinaria Costituzione ammirata da tutti i democratici del mondo, per votare bisogna ogni volta andare in anticipo a registrarsi. Con tutto ciò che comporta. Ciò è fatto proprio con l’intento di incoraggiare al voto solo le persone più interessate, quindi statisticamente più informate. E non è certo un caso che nel mondo quando in una elezione si raggiungono percentuali altissime di votanti si parla di ‘percentuali bulgare’ (facendo riferimento alla Bulgaria prima della caduta del Muro, non certo il massimo della democrazia) e non di ‘percentuali americane’.

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          • Stefano Testa

            Caro Paolo,

            come Thomas Jefferson e John Stuart Mill molti pensatori liberali ottocenteschi avevano una concezione “elitaria” della democrazia. Ma, appunto, sostengo che oggi nel mondo occidentale c’ è un processo inarrestabile di universalizzazione ed estensione massima dei diritti ( anche…gli animali hanno i loro diritti), che fa il paio con il concomitante “declino della violenza” nella storia, come ha mostrato in un noto libro il filosofo Steven Pinker. Per cui, oggi, precludere il diritto di voto per motivi “epistocratici” è senz’altro antidemocratico. Questo non vuol dire che io sposi il mito del progresso. Anzi, per molte cose importanti della vita stiamo andando molto peggio. Inoltre, se c’ è da limitare qualcosa, o da instaurare una seria “governance”, ad esempio, convoglierei le energie per accogliere il grido di allarme della cyberpsicologa Mary Aiken, che a seguito di una massa imponenti di studi, ha denunciato il lato “oscuro” di Internet e gli effetti devastanti del suo uso sregolato soprattutto sui minori.

  4. Luciano Blasi

    Caro Paolo,
    congratulazioni per l’articolo che avevo avuto il privilegio di leggere in anteprima.
    Le argomentazioni sono curate, mai banali, con riferimenti verificabili.
    Un gran bel lavoro.
    Spero che tu prosegua sulla strada di strutturare un saggio sull’argoemnto con le capacità che ti sono proprie.

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  5. Mario

    Articolo di rara completezza, la materia e tra l’altro attualissima e gli spunti di riflessione che l’autore propone, sono pressoché infiniti. Credo infatti che la materia sia “aperta” a molteplici soluzioni proprio perché il “mito” del suffragio universale come totem indiscutibile sia ormai presente a tutti. A proposito dell’inconsistenza del suffragio universale, mi viene in mente quando negli anni passati, i militanti del PCI, facevano la fila fuori dagli uffici elettorali ore prima dell’alba, al fine di assicurarsi il posto il alto a sinistra sulla scheda elettorale, per consentire ai totalmente analfabeti di porre la croce al posto “giusto”…In questo caso evidentemente, anche il semplice spostamento del simbolo, avrebbe potuto influire sull’esito delle elezioni!
    Chissá se l’autore ci fará il dono di un libro sull’argomento….

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    • Paolo Agnoli

      Grazie Mario dei tuoi commenti allo scritto ma anche della tua sagace ‘provocazione’. Ti confesso che io molti anni or sono mi recai più di una volta a fare la fila per ‘battere’ i radicali nella corsa alla consegna delle candidature per il PCI! Questa scelta faceva parte di un contesto storico diverso, ma certo uno dei motivi che ci spingeva a fare così mi ha fatto sempre riflettere criticamente: cercavamo di assicurarci, tra l’altro, voti anche di coloro che andavano al seggio senza particolari opinioni e votavano ‘come veniva’, ovvero più probabilmente facendo una X in alto a sinistra. Che pensassimo che tutto ciò potesse incidere sulla composizione del Parlamento è dimostrato dalle tante notti insonni passate!

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  6. Viviana Alessia

    Uno scritto ineguagliabile per la capacità di trattare con efficiente incisivita’ e rapidità una storia lunga, complessa e controversa come quella della Democrazia. Una realistica e corretta presentazione dei limiti che il sistema democratico presenta e delle storture che può ingenerare. Un più che giusto monito nei confronti di coloro che pretendono di tenere in pugno le redini del potere democratico senza nemmeno sapere, evidentemente, cosa significa la parola dittatura e in quali luoghi ha sporcato e segnato indelebilmente le persone insanguinando le vie di citta’ e villaggi. Un determinato invito a riflettere sul fatto che i tempi cambiano e che ai mutamenti dovrebbero seguire opportune modifiche del nostro modo di pensare e di affrontare la realtà. L’ articolo è un compendio di incommensurabile sapienza, cultura, conoscenza. Non si può commentare. Si può solo cercare di penetrare coi mezzi mentali e culturali che ciascuno possiede la proposta di modelli democratici più corretti ed efficienti, rifletterci sopra, discuterne.
    Personalmente poi, sono profondamente commossa per la citazione di Giuseppe Mazzini, perché riguarda un originale vissuto personale che mi permetto, e mi si perdoni, di raccontare in calce ad un articolo di tale portata. Un giorno l’ illuminato e mai compianto abbastanza professore di Lettere della mia scuola media ( oggi si aggiunge l’ aggettivo primaria ) scrisse alla lavagna della agognata e temuta classe terza, poco prima degli esami finali, proprio la celeberrima frase di Mazzini che chiude splendidamente l’ articolo: era il tema sul quale un vero “Maestro” voleva saggiare da sé maturità, capacità di giudizio, preparazione scolastica e, soprattutto, alla cittadinanza di una classe di oltre trenta ragazzine di tredici, quattordici anni alle quali lui aveva dato il meglio di sé come letterato, poeta, filosofo, politico “contro”, ma rispettato e benvoluto da tutti, pur se operativo in un paesello di ridotte dimensioni e, forse, appunto, ridotte possibilità di istruzione e comprensione. Il tema non ci venne riconsegnato, né venne espresso da quel grand’ uomo alcun giudizio su nessuno degli elaborati. Indelebile nella mia memoria la sua frase che rispose, giorni dopo, ai nostri muti sguardi interrogativi: – Tutte supererete questo inutile esame di terza media; poche sapranno vivere senza belare.

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    • Paolo Agnoli

      Gentilissima Viviana, grazie di cuore per il tuo colto e gradito commento. Ho iniziato a leggere anche ciò che scrivi altrove su L’Undici e non posso non farti, subito, i miei complimenti per i contenuti e la forma delle tue riflessioni. Solo un’ultimo pensiero. Ho sempre sostenuto che Giuseppe Mazzini dovrebbe essere annoverato tra i più grandi italiani di sempre, a fianco di persone come Dante, Galileo, Verdi e Leopardi. Anche su questo abbiamo vedute simili!

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  7. Walter

    Appena finito di leggere il tuo saggio non posso fare a meno di esprimerti tutta la mia ammirazione per la vastità di argomentazioni e per l’accuratezza delle citazioni. Per quanto riguarda il mio parere devo ammettere che il concetto di epistocrazia suscita in me sentimenti contrastanti: se infatti da una parte sono attratto per non dire affascinato dalla possibilità di dare peso maggiore a chi può meglio decidere per il bene comune, dall’altra parte sono estremamente spaventato dalle possibili degenerazioni di tale sistema. Possiamo cioè essere sicuri che una maggiore istruzione e conoscenza portino sempre e comunque a scegliere il bene?

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    • Paolo Agnoli

      Grazie Walter! Certo, le degerenazioni sono sempre un pericolo (questo vale per tutti i siistemi politici però, guarda cosa ho scritto a Max, e solo come esempio). Quanto alla tua domanda sono del parere che tutte le nostre decisioni (in campo personale, scientifico, economico etc…quindi anche in campo politico) possono essere più affidabili se abbiamo più infomazione e conoscenza. Due esseri razionali non avranno cmq mai gli stessi ‘priors’, per cui per fortuna il voto sarà sempre differenziato!

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  8. Max Keefe

    Bellissimo articolo, stimolante per la riflessione, che merita una risposta articolata perché su tanti punti non sono d’accordo e che scriverò sul prossimo numero dell’undici. Un punto essenziale da ricordare è che il voto a suffragio universale è semplicemente una delle componenti di una sana democrazia. Poi ci sono una magistratura indipendente, una stampa libera e responsabile, forze dell’ordine vincolate dal rispetto della legge e dei diritti individuali, eccetera. Personalmente ritengo che non vi debba essere limitazione al diritto di voto, semmai sarebbero indispensabili requisiti minimi di scolarità ed etici per essere eletti a cariche pubbliche. Cercherò di rispondere a Paolo pur sapendo che non potrò avvicinarmi alla sua maestria e alla sua profonda conoscenza del pensiero politico.

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    • Paolo Agnoli

      Caro Max, grazie davvero per il tuo contributo e per l’interessamento. Leggerò con tanta attenzione il tuo articolo in merito! Lasciami anche qui sottolineare di nuovo intanto che io penso che dare risposte a queste tematiche e ai dubbi che ho provato a presentare sia un compito arduo e il risultato comunque sarebbe criticabile (al massimo ora, tra l’altro, la riflessione può configurarsi solo come puro esercizio intellettuale). Ma le risposte che diamo oggi a quei dubbi, apparentemente indiscutibili, non mi convincono. Pochi giorni or sono per caso su Nat Geo Sci ho visto uno speciale sul grande fisico Werner Heisenberg. Ho appreso che a soli 24 anni presentò la prima formalizzazione della meccanica quantistica, la più rivoluzionaria teoria sul mondo mai prodotta dalla mente umana. Eppure, oggi, uno come lui sarebbe considerato ‘inabile’ a votare per il nostro Senato, mentre lo sarebbe un ‘interdetto’! Non sarebbe auspicabile che provassimo a fare un pò meglio?

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