Minniti primo Ministro (dell’Interno)

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“Accoglienza e severità”: e ci voleva tanto? Il motto del nuovo – e spero eterno – Ministro dell’Interno, riassume ciò che non siamo riusciti a dirci, nel corso di tutti questi anni, risolve in tre parole la questione di quale approccio tenere, nei confronti dei flussi migratori che sembrano assediare il nostro Paese.

Il protagonismo di Marco Minniti, però, gli sta attirando una selva di critiche, anche molto dure: da che si è insediato il governo presieduto da Paolo Gentiloni, l’unico suo membro in grado di occupare le prime pagine dei giornali e di impostare il nostro dibattito quotidiano è sembrato proprio il Ministro dell’Interno, come se i suoi colleghi non fossero altro che una copia sbiadita dei propri predecessori, cioè di loro stessi, in molti casi, data l’alta affinità dell’attuale compagine governativa con quella precedente, guidata da Matteo Renzi.

I suoi più acerrimi oppositori, tuttavia, sono davvero convinti che Minniti covi di nascosto ambizioni politiche più ampie e che le sue mosse siano dettate da smanie di conquista del potere, di un maggiore potere? Il profilo del Ministro dovrebbe testimoniare tutt’altro, essendo quello di uno specialista della sicurezza, di un fu dalemiano che è rimasto a lungo nell’ombra, aspettando il momento giusto per mettere a frutto la propria professionalità, maturata in lunghi anni di esperienza. Non è possibile, quindi, che il suo apparente protagonismo altro non sia che l’esito del confronto impietoso con colui che ha in precedenza ricoperto il medesimo incarico, cioè Angelino Alfano? A volte, il movimento e l’intraprendenza espressi da uno che sia appassionato del proprio mestiere risaltano, messi a confronto con le figurine immobili di chi si presta inerzialmente a compiti che non gli si addicono.PCI

Le differenti culture politiche producono differenti pratiche, una volta messe alla prova dell’effettualità quotidiana, cosicché il retaggio democristiano di Alfano ha finito per concretizzarsi in un programmatico lassismo, in una mollezza che ha prodotto effetti incontrollati, percezioni diffuse: insicurezza del corpo sociale e timidezza paralizzante dell’attore politico, tanto che sembra realistico concludere che il ministero occupato dal leader del Nuovo Centrodestra sia stato il vero punto debole dell’esperienza governativa di Renzi.

Adesso, una lettura superficiale e conformistica spinge a considerare Minniti come “più di destra”, rispetto ad Alfano, ma soltanto chi non legga longitudinalmente le tradizioni politiche può incappare in un errore così grossolano: il Partito Comunista Italiano, dal quale Minniti proviene, faceva della legalità a tutela dei più deboli un proprio vessillo e la precondizione della solidarietà, e tali valori sono radicati nel vasto popolo che si riconosce nel Partito Democratico, specialmente per quanto riguarda le generazioni più anziane.

CIE2Già, legalità e sicurezza: è il rispetto delle garanzie di base della convivenza civile che gli stessi migranti regolari richiedono a gran voce, affinché sia valorizzata e difesa la loro condizione di rifugiati, nel maremagnum di tutti coloro che, invece, non hanno diritto a tale status. “Non possiamo parlare di accoglienza senza legalità”: è la posizione di Khalid Chaouki, deputato di origini marocchine, la stessa di altri esponenti del Partito Democratico come il genovese Simone Regazzoni che, da vari territori, chiedono l’abbandono delle retoriche del politically correct e della tolleranza più ipocrita, che ha rappresentato per troppi anni il paravento ideologico di chi ha preferito lasciare le cose come stavano, per pigrizia o per il proprio tornaconto (anche economico, basti pensare alle cooperative che hanno fatto un business dell’accoglienza generalizzata).

Nel frattempo, da più parti continuano ad arrivare segnalazioni dell’avvio di ronde “democratiche”, cioè di ronde “di sinistra” costituite da pattugliamenti di volontari che non hanno niente a che vedere con i loro analoghi leghisti, ma che sono elettori del Partito Democratico o addirittura suoi iscritti: a partire dai comuni della provincia bolognese, nel cuore di quell’Emilia dove i consensi per Matteo Salvini hanno cominciato ad assumere proporzioni inedite.CIE

Insomma, fenomeni che rispondono a un’esigenza di riconquista simbolica degli spazi, ancor più che a reali emergenze di sicurezza: va in questa direzione anche la proposta di Minniti di ripristinare i Centri di Identificazione ed Espulsione, con la promessa del Ministro che non si ripeteranno le scene di vergogna del passato e che questi nuovi CIE possano essere luoghi in cui l’integrità fisica e psichica dei soggetti vengano salvaguardate.

Ma come riuscire a far digerire agli elettori di sinistra la necessità delle espulsioni, dei respingimenti? Come spiegare che il flusso di migranti non deve essere fermato, ma che abbiamo bisogno di controbilanciarlo con il flusso ben più ingente dei rimpatri di chi non ha il diritto di restare nel nostro Paese? A Minniti ha subito replicato l’iper-renziano Dario Nardella, che ha visto nella proposta del Ministro il pericolo di creare “tante Guantanamo”, proprio nei giorni in cui Giuliano Ferrara evocava invece l’esigenza di “una Guantanamo europea”, dopo quanto successo con la vicenda di Anis Amri, l’attentatore di Berlino eliminato a Sesto San Giovanni e lasciato libero di scorrazzare per l’Europa dopo la liberazione da un carcere italiano.

AmriCerto, una svolta culturale sul tema, che riprenda l’ispirazione legalitaria del vecchio PCI, potrà causare al Partito Democratico una relativa perdita di consensi, che potranno però essere compensati da quelli di tanti italiani che, finalmente, all’improvviso, grazie all’operato di Minniti si sentono più difesi, più sicuri, e rinfrancati da una gestione pragmatica ed efficace della questione migratoria: il corpo elettorale non è costituito soltanto dal sopravvalutato e sovraesposto pubblico dei social, tanto informato quanto ideologizzato. La domanda, a questo punto, è una soltanto: che cos’è che legava le mani ai precedenti ministri dell’Interno e impediva loro di adottare provvedimenti simili a quelli che sono in attuazione? L’impressione è che, se Minniti fosse stato ministro prima, ci saremmo risparmiati molte perdite di tempo e Matteo Salvini starebbe ancora a raccontare le proprie storie davanti ai compagni dell’osteria.

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