Mi chiamo Sara

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Mi chiamo Sara e ho 25 anni. Sto per finire l’università. Manca davvero poco e la mia vita potrà cominciare così come l’ho programmata. Un anno sabatico prima di tutto. Zaino in spalla per viaggiare e permesso per lavorare in Canada. Non è un gran progetto ma è quello che sogno da anni. Ed è per questo che ora fisso con terrore questa maledetta striscia rossa e mi ripeto – no, non può essere – come un mantra, da circa un’ora. Ho 25 anni e non ho mai desiderato questo. Sono giorni che rimando, ma questa mattina la consapevolezza è arrivata con un pugno allo stomaco, facendomi piegare in due per la nausea. Ho aspettato che Giulia e Michela tornassero a casa. Perché in certi momenti non vuoi essere sola. Apro una bottiglia di birra e mi attacco direttamente, senza passare per il bicchiere. Giulia seduta calma sulla poltrona mi guarda seria: “Come tuo medico curante devo dirti che questo non ti farà bene”, altro lungo sorso mentre la guardo da dietro il vetro scuro. Schizzo in camera e conto le pasticche prese e quelle che mancano “impossibile, le ho prese tutte” sbotto indignata. Ma sono incinta.

Ho 25 anni, non ho mai voluto un figlio e sono incinta. E non è solo quella maledetta striscia rossa a dirmelo, sono i seni gonfi e doloranti, la perdita inspiegabile di peso nell’ultimo mese, la nausea al mattino. La sensazione del corpo che cambia. Ma io un figlio non l’ho mai davvero voluto. Da bambina mentre le mie compagne di giochi sognavano una famiglia e dei bambini a me veniva in mente uno zaino rosso fuoco con cui girare il mondo. Da sola.

Ho fatto le analisi di rito, per una conferma che personalmente non serviva. E ora sono seduta nella sala di aspetto di un consultorio, perché per l’interruzione di gravidanza devi prima parlare con uno psicologo. In questi giorni ho capito un paio di cose: in questo paese il tuo corpo non è realmente tuo. C’è chi crede di poter prendere una decisione migliore della tua. Ma soprattutto la tua decisione, nel caso di aborto, è guardata con fastidio, quasi fosse un capriccio di una persona immatura che vuole risolvere in fretta una scocciatura. Non è stata una scelta sofferta per me, ma comunque non l’ho presa con leggerezza. E non ho intenzione di giustificarla davanti a un estraneo. Per cui la rabbia strisciante che mi accompagna da giorni comincia a ribollire e a salire. La signora mi accoglie nello studio, sguardo freddo, sorriso complice. Diffidare sempre dai sorrisi complici degli estranei. Mi presento e senza girare troppo intorno alla questione le dico infastidita che ho intenzione di abortire. Prova a propormi “soluzioni” alternative. Le dico che ho già preso in seria considerazione le alternative e che la mia scelta è definitiva. Mi guarda a lungo in silenzio e poi, come faceva mia madre quando da piccola mi concedeva qualcosa, firma il foglio che dovrò portare in ospedale. “Il mio lavoro consiste per lo più nel dissuadere chi come te pensa che l’aborto sia l’unica soluzione, ma vedo che hai già preso una decisione e non sembra tu voglia cambiare idea”. Non è il caso che dica cosa penso del suo compito. Ringrazio senza un sorriso e vado via. Giulia mi aspetta fuori. Respiro a lungo per calmarmi. Ora devo solo prendere appuntamento in ospedale.

Solo prendere appuntamento avevo detto? Sono stata in 3 diversi ospedali della provincia perché nella città in cui vivo la lista è lunga e a quanto pare andrei fuori i tempi di legge. Non è che tutto il mondo abbia scelto l’interruzione di gravidanza proprio ora, no, semplicemente le operazioni vengono fatte una volta a settimana 6/7 persone alla volta. Non ci sono i medici e non ci sono gli infermieri per aumentare la frequenza, perché nella laica Italia i medici che lavorano negli ospedali pubblici e percepiscono uno stipendio pagato dalle tasse dei cittadini italiani possono decidere di dichiararsi obiettori. Alla fine riesco a trovare una data, vicina al termine legale, per l’operazione. L’ospedale è lontano e dovrò andare con il treno, anche se il dottore che mi ha visitata mi ha detto di cercare di tornare in macchina dato che sarò debilitata dopo.

Si soffoca oggi. Un caldo infernale. Michela mi ha accompagnato in ospedale, Giulia lavora. Davanti la porta dell’ospedale il terrore mi assale. Mi sento sola e spaventata. Sorrido a Michela ed entriamo. A testa alta. Ma le gambe non reggono bene.

La stanza è piccola e affollata di donne. Mi mettono su un lettino in attesa del mio turno. Qui si lavora a ritmo serrato. Esce una, entra un’altra. Sembra una fabbrica dell’aborto. Lo dico a Michela e scoppiamo a ridere. Un’infermiera si ferma a guardarmi accigliata. Ma ormai non ci faccio più caso. Da quando è cominciata questa cosa ho imparato a ignorare certi atteggiamenti. Solo dai dottori e dagli infermieri che si occuperanno dell’operazione non ho ricevuto sguardi di riprovazione.

“Conta con me fino a 10”. Credo di essermi fermata a 3.

Sono in camera mia, a letto, mia sorella è seduta sul comodino, il cane allungato al mio fianco. Ridiamo di qualcosa e all’improvviso scoppio in lacrime. Mi svegliano le carezze di Michela, mi guarda con infinita pena. Il dolore è lancinante. Fitte fortissime al basso ventre. Come ci torno a casa così? Ho il naso tappato e gli occhi gonfi. “Ho pianto?” “Un po’ ma adesso passa” nel letto affianco una ragazza si lamenta. È sola. Nessuno dovrebbe essere lasciato solo con questo dolore. Chiedo a Michela di andare a confortarla.

Appoggiata a una colonna della stazione ferroviaria cerco di resistere al dolore. Il caldo mi bagna di sudore che sento scivolare lungo la schiena eppure sento il corpo freddo. Il viaggio verso casa è un’allucinazione dolorosa e asfissiante. Passo i due giorni che seguono a letto, coccolata e accudita dalle mie compagne. Continuo ad avere perdite ma il dottore dice che è normale. Comincio a preparare la tesi, voglio andare avanti. Dimenticare tutto.

Dopo un mese le perdite non si sono ancora fermate, per cui decido di andare in un consultorio per parlare con un ginecologo. Onestamente avrei dovuto aspettarmelo, ma a volte si pecca di ingenuità. La dottoressa che mi visita, dopo aver constatato che è tutto a posto e avermi segnato del ferro, aggiunge un acido “Prima fate i danni e poi venite a piangere”.

Mi chiamo Sara, ho 25 anni e non ho più un briciolo di speranza per questo paese.

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10 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Marta

    Non ho mai voluto figli, l’ho sempre saputo. Non ho mai giocato a fare la mamma, non faceva per me. A 20 anni ho deciso che mi sarei fatta chiudere le tube, cosi da non dover prendere farmaci come la pillola. Ho scoperto che viviamo in un paese maschilista dove è permesso a un uomo di fare la vasectomia e non è permesso a una donna di chiudere le tube ( si può fare solo dopo due cesarei o tre figli) altrimenti si rischia il carcere. Non so se in questi vent’anni la legge è cambiata, ma andrebbe modificata di certo.

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  2. Chiara

    Toccante questo racconto, molto bello anche il racconto di Viviana.
    Il corpo delle donne a volte è solo un campo di battaglia, su cui la donna non ha nemmeno voce in capitolo. Che amarezza.

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  3. Arturo

    Siamo vittime di questo Stato falsamente laico, incredibilmente bigotto e perbenista. Ma ho speranza. Magari non la mia generazione, purtroppo, ma sicuramente la vostra vedrà un’Italia diversa. Perché siamo la maggioranza.

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  4. Viviana Alessia

    Saro’ sincera: non avevo tanta voglia di dire la mia e potevo non farlo, ovviamente, anche considerati gli interventi essenziali e lapidari di chi mi ha preceduta. Tuttavia questo bel brano verista e schietto suscita in me ricordi e pensieri che credevo perduti e sopiti nel tempo e così mi son decisa a condividerli.
    Voglio testimoniare che trovo inaccettabile e mostruoso che un sistema sanitario ” morale” rischi di portare all’ impossibilità decisioni del tutto personali e legittime. Ma è un sistema che, a quanto pare di leggere, sentire e vivere in prima persona ne combina di cotte e crude. Io ne so qualcosa. Scommetterei un occhio che molti di questi pii obiettori lavorino ben pagati nelle cliniche private e mi sorprende, cara Greta, che non le sia stato infilato in tasca nessun bigliettino di una qualche clinica o ambulatorio privati come era in uso fare prima che la mia generazione lottasse con fermezza prendendole da tutte le parti prima di essere civilmente chiamata ad esprimrsi sul divorzio e l’ aborto assieme a tutti gli elettori italiani.
    Il nostro sistema assistenziale è duplicato in diversi campi, non solo in quello abortista, si sa, e inutilmente si chiede di por fine al doppione infame che costringe a pagare, e profumatamente, quello che il lavoratore ha già pagato. E quel che è peggio è un sistema che sta sempre dalla parte giusta. Provare ad alzare la voce contro per credere!
    Una gravidanza è un evento fisico e psicologico fortissimo e unico dal suo primo manifestarsi. C’ è un nuovo essere che opera e lavora per farsi avanti all’ interno di una calda culla che è l’ habitat cui s’ aggrappa con forza, che lo si voglia o no. E bisogna decidere per sé stesse e per lui, e farlo presto, prima di sentire l’ incredibile frullare che si manifestera’ nel ventre. Rinunciare è fisicamente doloroso, questo si sa, e probabilmente, Greta, nonostante tutta la determinazione del mondo, lo è anche psicologicamente, ché altrimenti non mi spiego tanta sofferenza e lacrime che mi son difficili imputare solo alla corporeità, e l’ interesse commovente per chi sta soffrendo nel letto accanto. Mi sovviene, a tal proposito, cio’ che è accaduto a me dopo il secondo parto.Ho partotito molto rapidamente, ma poco dopo, in corsia, si manifestarono fortissimi dolori che non smossero di un dito la sensibilità né delle altre puerpere né delle infermiere di reparto. Solo una giovane generica addetta alle pulizie vedendomi in quello stato corse a chiamare l’ ostetrica di turno che venne da me con flemma e sufficienza, mi fece un paio di domande dopo aver sollevato con malagrazia le lenzuola per controllare le perdite e mi disse sempre di malagrazia perché cavolo mi lamentassi “rompendo gli zebedei a tutti” E se ne andò. Mio marito, che ben mi conosceva in quanto a difficoltà a mostrar agli altri sofferenze di vario genere, andò a parlare dei miei dolori fortissimi col medico di famiglia che lo rassicurò dicendogli che il parto era stato troppo veloce e le doglie dovute toccava patirle dopo. OK! Ma io non volli restare in quel reparto, dove neanche la vita che arrivava portava un qualche senso di rispetto, un solo giorno di più e al mattino del secondo giorno dal parto ero a casa mia, sotto la responsabilità della mia sola firma e il parere contrario di tutti quei soggetti da circo. Era il giorno di natale, la mia casa era povera allora , ma calda e profumata di brodo di carne buona e la cura di due piccoli e un marito amatissimi lenivano quei dolori terribili e la febbre che a lungo mi tormentarono, nonostante le cure del mio medico di paese.
    Già solo due anni prima m’ era capitato di sentire un pallone di isterica ostetrica urlare a una giovane mamma che aveva appena dato alla luce il suo quarto figlioletto perché costei si lamentava, mezza incosciente, proprio per i dolori sopraggiunti a causa di un parto molto rapido. Anche se allora ero assai giovane e primipara, noi potei fare a meno di indignarmi: non potevano cambiar mestiere se non sopportavano i lamenti di una partoriente? Nella mia mente passò perfino, chiaro e fulmineo come un’ illuminazione profetica, il pensiero che un giorno tutta quella brutta gente avrebbe fatto carte false per un reparto pieno di culle urlanti! Oggi, guarda tu, sfilano in protesta per i drastici tagli ai punti nascita. Peccato che alle madri tocchi di partorire all’ ultimo momento persino nei corridoi degli affollati ed indaffarati pronto soccorso acchiappati al volo lungo percorsi stradali interminabili, altrimenti non esiterei ad avvicinare una qualche scarmigliata dal camice bianco, urlante assatanata del ” Vogliamo il punto nascita nel nostro territorio” sibilandole che, per quel rispetto che portavano alle donne madri o non madri, potevano andare pure ad allevare pecorelle per i presepi viventi che presto avrebbero fatto la loro comparsa in mezzo a lande sperdute fra un punto nascita l’ altro. Si’ penso proprio che in questo paese si vedranno a breve stalle o grotte o catapecchie con tanto di bambino, mamma, babbo intenti a provvedere alla loro solitaria natività, che non c’ è né posto né tempo per naturali “quisquilie” del genere. C’ è la crisi. Ci si arrangi. O, meglio, si paghi il servizio privatamente e chissenefrega se lo hai già pagato al sistema pubblico, peggio per te che non hai iniziativa e furbizia!
    Io non mi sono mai trovata nella condizione di rifiutare la condizione materna, tuttavia so bene cosa significhi il verificarsi di tale condizione fuori tempo, come si diceva un tempo. E anche per questo motivo mai mi permetterei di entrare nel merito di decisioni su questa difficile, personale accorata e tribolata situazione. Trovo sciocco ed offensivo che si sia costretti a parlare con uno psicologo prima di un atto libero e volontario riconosciuto dalla legge a chi è capace di intendere e volere. Trovo indecente che si possa abortire solo quando il sistema “è in grado”, come se si trattasse di togliere un pelo superfluo dal naso.
    In questo paese manca il rispetto per qualsivoglia decisione e condizione della donna in particolare, della gente in generale, non tema di esser sola, cara, sincera Greta.
    Povera patria e poveri noi.

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