L’identità? Non bisogna metterla in sicurezza

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Un dialogo fra sordi, il dibattito sull’immigrazione che va avanti da decenni e che prevedibilmente sempre più impegnerà le nostre arene pubbliche, dati gli epocali cambiamenti che stanno interessando il contesto globale: la reazione più comune, da “uomo della strada”, propria di chi non abbia subito gli effetti di un’ideologia di segno vagamente progressista, è la paura, che prende possesso delle nostre emozioni e comincia a dominarle integralmente.

E quelli che, invece, un’ideologia progressista la subiscono o addirittura la propagandano? Occorre intendersi: ogni idea può diventare un’ideologia quando, al cospetto della realtà, preferisce fuggirla, chiudere gli occhi e continuare per la propria strada, nonostante i dati reali che potrebbe o dovrebbe prendere in considerazione; un’ideologia, cioè, è un’idea che non ha attivato delle efficaci pratiche auto-correttive che la trasformino al mutare delle condizioni esterne. Di conseguenza, l’ideologia progressista che più interessa il nostro caso è quella multiculturale, ovvero la convinzione a prova di fatti che, radunate etnie diversissime e lontanissime, si vada “naturalmente” tutti d’amore e d’accordo, in una grande festa meticciata delle culture. Nel momento in cui una tanto pacifica visione si rassegna a fare i conti con gli eventi, smette di essere un’ideologia e dalle nuvole della teoria scende fino al terreno sconnesso delle pratiche.

La paura, si diceva: temo che quelli che mostrano di non provarla mentano agli altri e conoscano invece con precisione il loro stesso carico di timori, spesso non inferiore a quello di chi li esibisce pubblicamente. Siamo tutti schiavi di associazioni automatiche che finiscono per impostare e condizionare ogni dibattito relativo ai temi più caldi della nostra contemporaneità: la più comune è quella di far corrispondere immediatamente la preoccupazione della sicurezza alla realtà dell’immigrazione.

Sembra inevitabile che ogni discussione sui flussi di migranti che interessano il nostro Paese sconfini e venga assorbita, sostituita da una vaga recriminazione sull’ondata di criminalità che ne deriverà: ciò che ci muove, si badi bene, è una comprensibilissima sensazione di insicurezza, slegata da ogni dato che non sia il nostro, privato ed epidermico. Altre questioni come quella della disoccupazione, che potrebbero altrettanto spontaneamente allarmare ed evocare la paura dell’insicurezza, non sembrano farlo, però: perché?

Istintivamente, il disoccupato al quale siamo portati a pensare è italiano, è “uno dei nostri”, si presenta alla nostra attenzione proprio come la vittima, magari, dei fenomeni migratori, e non di riforme inefficaci o del tutto mancate del mercato del lavoro. Allora, piano piano, va a delinearsi il nocciolo occultato: l’identità, non la sicurezza. Abbiamo paura per la nostra identità, più che per l’insicurezza del nostro habitat quotidiano: abbiamo paura, cioè, dello smarrimento della nostra identità e della mutazione dei nostri luoghi e dei volti che incontriamo.

La difficoltà aumenta, di conseguenza: abbiamo assistito, in questi anni, al tentativo di numerose amministrazioni di centro-sinistra di adeguarsi alla realtà mutata e di venire incontro alle necessità dei propri cittadini, anche contrastando alcuni dogmi ideologici del progressismo più irenico e lassista. Gli stessi atti discorsivi di certi uomini politici e dei teorici più aggiornati sono sembrati andare verso il riconoscimento delle paure diffuse, nel tentativo di arginare un fenomeno sempre più rilevante: quello di vecchi militanti di sinistra che si trasferiscono sul versante conservatore, o addirittura esprimono il proprio consenso per posizioni quasi razziste.

Se, però, la volontà di importare a sinistra un po’ della dottrina law and order si è tradotta, a volte, in azioni di governo del territorio anche efficaci, tutto si complica quando ci trasferiamo sul piano simbolico: se ci rendiamo conto che non è tanto l’insicurezza a rendere agitate le nostre notti, ma la nostra identità che si va sfarinando, che fare? Come può una sinistra che si è storicamente formata sulla solidità priva di fronzoli delle strutture di marxiana memoria salire al livello dei simboli e, da lassù, provare a dire qualcosa di significativo, anzi di rassicurante, tanto da produrre emozione e mobilitazione?

Innanzitutto, perché uno dovrebbe mettersi a difendere l’Occidente, quando generazioni intere di ragazzi sono cresciute sentendosi rinfacciare da tutte le parti esclusivamente le colpe e le vergogne dell’Occidente stesso? Valori occidentali? Perché, l’Occidente ha dei valori, ha un valore?

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