Lenti

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Un giorno mi svegliai dopo aver vissuto un incubo. O, meglio detto, mi addormentai dopo aver vissuto inutilmente.

Ero appoggiato con le spalle sull’ombra stampata su un muro bianco bruciato dal sole, in attesa dell’arrivo dell’autobus. Intorno a me, la città brulicava di persone indaffarate, uomini, donne, adolescenti e bambini, ciascuno con uno zainetto sulle spalle oppure con una borsa, silenziosi e preoccupati, e come se fossero presi da affari tremendamente importanti e terribilmente urgenti. Camminavano rapidamente davanti al mio campo visivo, a destra e a sinistra, davanti ed indietro, sopra e sotto, guardando per terra con gli occhi fissi, senza rivolgere la parola a nessuno. Non capivo come potessero spostarsi così rapidamente senza scontrarsi l’uno con l’altro.

Dopo averli osservati per qualche tempo, chiesi ad una donna con delle splendide gambe lisce e un volto da anziana se sapeva l’ora, ma lei si voltò appena e, prima di andarsene con un mormorio che pareva una preghiera o una bestemmia, mi mostrò i suoi occhi, rossi come quelli di un serpente.

Un grasso sapiente professore universitario uscito dalla stazione o un capostazione grasso e sapiente uscito da un’aula universitaria si fermò accanto a me per respirare. Dopo qualche secondo, sospirò e ripartì. Anche lui aveva gli occhi rossi.

Un ragazzo e una ragazza che si tenevano mano nella mano con i volti a terra come piegati da invisibili libri di scuola, avevano anche loro gli occhi rossi.

Tutti gli abitanti della città avevano gli occhi rossi. Scoprii che questo fenomeno era dovuto alle lenti elettroniche con cui entravano direttamente in internet. Era un’illusione che non vedessero. Erano invece in grado di vedere molte più cose di me. Mentre camminavano o mangiavano o facevano l’amore potevano leggere un libro, vedere le ultime notizie, consultare il Kamasutra in cerca di nuove posizioni. Internet informava, suggeriva, spiegava, mostrava i pericoli per strada, recensiva i locali di tendenza, nonché i monumenti equestri dei duchi rinascimentali; era sempre con loro, direttamente nei loro occhi e nelle loro menti.

Ero l’unico senza le lenti e all’inizio mi sembrava che godessi di grande libertà diversamente dagli altri. Provavo addirittura pietà per gli abitanti della città: mi sembravano robot privi di emozioni, che si spostavano meccanicamente da un luogo all’altro senza sapere nulla di quanto li circondava, né i colori, né gli odori, né gli innumerevoli giochi di ombre che la violenta luce solare creava attraversando il fogliame degli alberi sui viali.

Eppure, non passò molto che mi accorsi che senza le lenti non riuscivo a parlare con nessuno, né sapere cosa stesse accadendo nel mondo. Quindi, dopo averci pensato un po’ su, pur con qualche resistenza residua, decisi di comprare un paio di lenti e di provarle per qualche minuto, giusto per raccogliere qualche notizia e scoprire l’orario dell’autobus che dovevo ancora prendere.

Il primo giorno le indossai per non più di cinque minuti, rimanendo stordito dalla confusione di voci, immagini, musica, urla ed odori che mi investirono, come se fossi entrato in un concerto in cui suonavano contemporaneamente i Rolling Stones, i Gorillaz, la London Philarmonic Orchestra e i Blues Brothers, mentre alle pareti dell’immenso stadio andavano venti film hollywoodiani, commentati a voce alta da milioni di persone.

Il secondo giorno, incuriosito da una dolcissima risata che avevo fortuitamente captato nell’infinito rumore, spesi un’ora intera con le lenti sugli occhi. Trovai infine che la risata apparteneva ad una donna che mi raccontò della sua esperienza di scoprire i colori dell’autunno con i suoi veri occhi e che persi come si perde la mano bagnata di un naufrago tra una risacca incessante.

Il terzo giorno lo passai interamente a cercare la donna, tra mani che si tendevano e mi cercavano, non so se per amarmi o per vendermi qualcosa. Fui così assorbito dalla ricerca che mi addormentai con le lenti negli occhi.

Allora mi svegliai come dopo aver vissuto un incubo. O, meglio detto, mi addormentai dopo aver vissuto inutilmente.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

Cosa ne è stato scritto

  1. Costanza

    Bellissimo il tuo scritto Max! Romantico, nostalgico, forse malinconico. Ha il sapore delle cose perdute, degli oggetti lasciati lungo il cammino, delle mancate occasioni. Ho vissuto io stessa con quelle lenti rossi durante la lettura; ma forse le avevo con me già da un bel po’.

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