“La realtà di Napoli è troppo articolata per essere raccontata da un solo punto di vista” – 11 domande a Maurizio de Giovanni

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Abbiamo raggiunto telefonicamente Maurizio de Giovanni, uno dei più noti scrittori del panorama nazionale e non – i suoi libri sono tradotti anche in Francia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti –, autore di gialli, racconti sportivi, opere teatrali, e adesso anche di serie tv (La serie dei Bastardi di Pizzofalcone andata in onda su RaiUno lunedì 9 e martedì 10 – primi episodi di sei – è tratta da un suo ciclo narrativo e in Tv ha avuto un riscontro di pubblico strepitoso: oltre 7 milioni di telespettatori e uno share del 25% ). Ci siamo fatti raccontare il suo approccio alla lettura e alla scrittura; ci ha spiegato le differenze che intercorrono tra la scrittura di un romanzo e la scrittura di una serie tv; ha condiviso con noi punti di vista mai banali sul Premio Nobel, sulla complessità della città di Napoli, sulla squadra di Sarri e su “Lui”. Il tutto con grande coinvolgimento e passione: da napoletano vero.Maurizio-de-Giovanni bastardi
1) Nei tuoi recenti romanzi è ricorrente la figura del maestro. Maestro di musica in “Serenata senza nome” e maestro panificatore in “Pane”. Trasmettendo da diversi anni le tue idee attraverso la scrittura, anche tu ti sei guadagnato questo appellativo tra i tuoi innumerevoli lettori. Senti la responsabilità di questo ruolo?
Non mi sento un maestro nella maniera più assoluta. I maestri sono quelli che conoscono profondamente un’arte e intuiscono anche le direzioni che prende, quell’arte. Maestro è stato, ad esempio, Pino Daniele, che ha compreso il cambiamento del suono della città, lo ha seguito e lo ha indicato. Maestro è anche Andrea Camilleri, perché è il primo che ha intuito l’evoluzione che poteva avere un certo tipo di letteratura nera italiana, ed è stato davvero innovativo. Io non credo di essere innovativo; sono felice che ai miei lettori piacciano le mie storie, felicissimo di essere riconosciuto e di essere salutato con affetto, cosa che mi succede per fortuna spesso; ma non mi sento assolutamente un maestro.

2) Oltre a Ed Mcbain, cui hai dedicato “Pane”, chi consideri i tuoi maestri o riferimenti letterari?
Più che maestri io direi modelli, cioè tipologie diverse di scrittura che chi scrive può cercare di seguire. McBain è stato senz’altro il mio preferito; è stato un autore di elevatissimo livello, perché nei suoi libri all’enigma da risolvere ha affiancato anche un grande sentimento, una grande emozione. Riconosco come grandissimi, oltre al già citato Camilleri, anche molti autori italiani contemporanei come Antonio Manzini e Donato Carrisi. In ambito europeo Jo Nesbø è senz’altro un grandissimo scrittore, così come in America lo è Joe Lansdale. Per quanto riguarda la scrittura in sé penso che la letteratura latinoamericana sia stata il grande evento innovativo del secolo scorso e dovendo citare un autore non posso che citare Gabriel Garcia Marquez, che io considero il punto più alto della scrittura mondiale del Novecento.

Alessandro Gassman fesateggia su twitter il successo di I Bastardi di Pizzofalcone

Alessandro Gassman fesateggia su twitter il successo di I Bastardi di Pizzofalcone

3) Su Raiuno sta per andare in onda la serie dei Bastardi di Pizzofalcone (l’intervista è stata realizzata il 7 gennaio, il primo episodio della serie è andato in onda il giorno 9. Regia di Carlo Carlei, nel cast anche Alessandro Gassmann, Carolina Crescentini e Massimiliano Gallo), ispirata ad uno dei tuoi tre cicli narrativi (gli altri due sono la serie del commissario Ricciardi e il filone sportivo). Che differenza c’è tra la scrittura di un romanzo e la scrittura di una sceneggiatura? Secondo te le serie tv sono destinate, in futuro, a rimpiazzare completamente i romanzi?
La differenza tra la scrittura di una sceneggiatura e la scrittura di un romanzo è enorme. Nella scrittura dei romanzi e dei racconti tu puoi affidare la descrizione di uno stato d’animo alle due o tre pagine del libro; nella sceneggiatura, invece, è l’espressione di un attore, la sua faccia, il suo comportamento, così come l’inquadratura del regista a dover esprimere lo stato d’animo. Quindi si tratta di elementi del tutto diversi. I personaggi non sono attori, sono vivi. Tu racconti quello che i personaggi ti raccontano. Gli attori invece fanno quello che tu gli racconti. Perciò la differenza è enorme. Venendo alla seconda parte della domanda, la risposta è no. Sono linguaggi profondamente diversi quelli delle serie tv e dei romanzi. Nelle serie tv, nei film, negli spettacoli teatrali lo spettatore non esercita la fantasia. Può coinvolgersi, può commuoversi, può emozionarsi, ma non esercita la fantasia. Non deve immaginare niente di diverso da quello che vede. Nella lettura il lettore invece immagina, costruisce, inventa ogni volta. È un’azione del tutto diversa. Non sono due cose sostituibili e se dovesse avvenire questa sostituzione, vorrebbe dire che gli esseri umani avrebbero perso la fantasia e questa è una cosa che nessuno di noi deve augurarsi.

4)E’ vero che nel 2019 ti ritirerai dalla scrittura per ‘pigrizia’?
Sì, è vero vorrei riposarmi. Magari non smetterò di scrivere del tutto ma probabilmente mi limiterò a rallentare. Quello che vorrei finire però sono le serie, sia Ricciardi che i Bastardi, diciamo tra il 2019-2020. Vorrei sperimentare altre strade, provare a scrivere altre cose, magari dedicarmi alla scrittura teatrale che mi interessa molto.

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5)Cosa pensi dell’assegnazione del Premio Nobel della Letteratura a Bob Dylan? Va letta come una conferma di un progressivo ridimensionamento della letteratura ‘in senso stretto’ a vantaggio di altre forme espressive, in questo caso del cantautorato?
Io adoro Bob Dylan, è uno dei miti della mia adolescenza ed è sicuramente uno straordinario poeta. Ma io ho provato a leggere i suoi testi senza la musica e l’impatto è nettamente diverso, almeno per me non coinvolgenti allo stesso modo. Sono testi nati per la musica, per essere ascoltati. Per me il concetto di letteratura è restrittivo. Per me la letteratura è una pagina che io leggo e che in qualsiasi condizione io mi trovi mi porta via con la fantasia e la mente. Cosa che la musica non fa. Posso fare qualcos’altro mentre ascolto musica, ma non posso fare altro mentre leggo un libro. Sono concetti diversi. Trovo Bob Dylan di certo meritevole di un premio all’arte, qualsiasi esso sia, ma il Nobel per la letteratura non lo avrei dato a lui.

6)Nei tuoi romanzi si assiste ad una doppia ‘denudazione’. Quella degli assassini, cui togli i vestiti sporchi di sangue, e quella dei poliziotti, cui sfili le uniformi. Resta l’uomo. Nel primo caso un uomo deviatamente passionale, e nel secondo un uomo inaspettatamente compassionevole. Si può dire che tutto sommato nutri una sana fiducia nel genere umano? Ti senti un po’ dostoevskiano, in tal senso?
Io più che avere fiducia nel genere umano come Dostoevskij, sono incline a credere che noi spesso conferiamo dei ruoli che riteniamo debbano essere del tutto privi di ogni forma di umanità. Io non sono manicheo. I cattivi nei miei libri non esistono. Spesso le vittime sono persone peggiori degli assassini. Non c’è un giudizio etico. Non è compito mio dare un giudizio etico. Penso che gli scrittori debbano raccontare storie. Sta al lettore tirare fuori il giudizio etico, estrarne un messaggio che cambia di lettore in lettore. È il singolo lettore che deve fare una strada leggendo la storia. Gli scrittori devono soltanto mettere a disposizione dei lettori la materia cruda, la storia da cui il lettore tira fuori il suo messaggio.

mergellina anni trenta

Mergellina anni trenta

7)La serie del commissario Ricciardi è ambientata negli anni ’30. Come mai hai scelto la Napoli del Fascismo come teatro delle sue investigazioni?
Gli anni ‘30 hanno per me una origine incidentale ed una origine strutturale. Incidentale perchè Ricciardi nacque in un concorso di racconti al quale io partecipai per sfida di alcuni amici che mi avevano invitato e questo concorso di racconti si faceva al Gambrinus; quindi, trovandomi in un contesto liberty, a me venne voglia di ambientarlo in quell’epoca. Ero convinto che quel racconto non avrebbe avuto alcun seguito. La causa strutturale invece è che quella è un’epoca che non è stata molto raccontata, era un’epoca piena di ottimismo, si usciva da una crisi, la guerra era ancora molto lontana. Quindi i primi anni ‘30 in una città come Napoli, che era una città povera, disgraziata, ma molto dignitosa, vedevano tantissime storie. Come adesso, Napoli era sedimentaria, c’erano i quartieri popolari a ridosso dei grandi quartieri ricchi. Ma c’era anche profonda e fortissima la separazione tra i ceti sociali e quindi ciò dava vita a confronti e a cortocircuiti di grande interesse. Per questo personalmente mi piace molto raccontare quell’epoca.

8)La serie dei Bastardi di Pizzofalcone, invece, è contemporanea. Nell’ultimo episodio, “Pane”, parti da un delitto comune per difendere Napoli dai pregiudizi che purtroppo l’accompagnano da sempre. Pensi che il differente approccio ‘gomorriano’ contribuisca ad alimentare quei pregiudizi?
Credo che un luogo comune diventa luogo comune nel momento in cui incontra enorme diffusione. La Napoli di Bellavista di De Crescenzo diventò un luogo comune per il grande successo che ebbe il libro e poi il film. Così per la Napoli milionaria di Edoardo De Filippo, la Napoli de La pelle di Malaparte. Gomorra non ha avuto altre colpe se non quella di avere un grande successo. È diventata uno stereotipo proprio per il successo meritato sia dal libro che dalla serie. La serie tv Gomorra è bellissima, uno dei prodotti più belli della fiction italiana se non il più bello in assoluto. Farlo diventare uno stereotipo, un luogo comune è degli spettatori. È nel bersaglio che raggiunge. Con essa si racconta una storia riferita ad un determinato contesto sociale le cui caratteristiche poi diventano un luogo comune. Ma Napoli non è una realtà che può essere raccontata da un unico punto di vista, è sempre sbagliato, qualsiasi sia il punto di vista. Non si può raccontare Napoli dicendo la pizza e il mandolino e pensare che Napoli sia quella, eppure pizza e mandolino ci sono. Né puoi dire che Napoli è Gomorra, eppure Gomorra c’è, in certi quartieri possono trovarsi queste situazioni. È una realtà così articolata che non può descriversi con un solo punto di vista.Maurizio De Giovanni Vieni a Napoli

9)Prima di diventare uno scrittore di successo lavoravi in banca. La tua storia assomiglia un po’ a quella di un altro maestro, anche lui di nome Maurizio, tuo coetaneo: Sarri. Secondo te è l’uomo giusto per scrivere la storia del Napoli, magari a cominciare dalla sfida con il Real Madrid?
Lui è un maestro davvero. Comunque su una o due partite il calcio è bello e ti può dare qualsiasi risultato. Ma sul lungo termine non credo che il Napoli sia pronto ad accedere a grandissimi risultati. Questo Napoli a livello internazionale non può competere con la squadra prima in classifica di cui adesso non ricordo il nome. Quindi non possiamo aspettarci un Napoli campione d’Italia perché nel lungo termine, su 38 partite, viene a galla la differenza di valori, l’ampiezza della rosa, la possibilità o meno di sostituire un giocatore infortunato con un altro parimenti forte ecc. Ed invece sulla singola partita credo che questo Napoli possa dare risultati anche al di là di ogni aspettativa. Il Napoli può tranquillamente giocarsela con il Real Madrid e magari vincere. In questo senso Sarri entrerebbe nella storia. Ricordo quando il Napoli ha giocato 30 anni fa contro il Real Madrid. Io c’ero e ricordo la immensa delusione che fu quella partita. Se il risultato fosse stato diverso non oso immaginare cosa sarebbe successo tra gli oltre centomila tifosi napoletani presenti. Quindi affronto questa partita con la consapevolezza che il Napoli dovrà giocare con serenità, come una partita persa in partenza e che può regalarci perciò solo una bella sorpresa.

10)Ne “Il resto della settimana”, uno dei titoli della tua serie sportiva, assecondi completamente, senza freni inibitori, la tua passione per il calcio, per il Napoli. Si vede che sei tu a parlare, non i tuoi personaggi. Vista anche la rilevante componente umoristica, si può dire che in qualche modo ti sei ispirato ai grandi narratori sudamericani, come Galeano o Soriano?
Sicuramente avevo ben presenti questi autori meravigliosi che naturalmente ho letto; ma è impossibile anche solo pensare di imitarli. Non era quello il mio intento. Volevo raccontare storie che mi sono realmente successe e sono contento di averle raccontate perché così ho fissato anche nella mia stessa memoria i ricordi bellissimi e forti che ho nel mio passato. È un album di fotografie.

maradona

E’ innominabile, ma è mej’e Pelé

11) L’ultima domanda è quella più importante. Sempre nello stesso libro, Il resto della settimana, rifuggi dal nominare esplicitamente Diego Armando Maradona. Fai sempre riferimento a “Lui”, quasi come fosse una bestemmia nominarlo per intero, rievocando per certi versi il cardinale Voiello in The Young Pope. Perché non si può nominare? Nel frattempo mi scuso per averlo fatto…
Ci sono due motivi. Il primo è un motivo di fede. Non mi va di nominarlo. Nominandolo lo si tratterebbe come un qualsiasi essere umano ed invece lui non è un essere umano. Il secondo motivo è perché si capisce che mi riferisco a lui anche senza nominarlo. Similmente io non nomino mai la città di Napoli. Il nome Napoli nei miei libri non c’è mai. Eppure nessuno può avere un dubbio che le mie storie siano ambientate a Napoli. Con questo immenso calciatore io faccio la stessa cosa, lo sottintendo ma capiscono sempre tutti che mi riferisco a lui. Dico addirittura che è alto, biondo e con gli occhi azzurri…

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