Il paese di pietra

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Erano anni ormai che lottavo contro il perpetuarsi di una situazione fatta di crudeltà da una parte e di una totale passività dall’altra. E anche le ripercussioni corporali contro me stessa, i miei tagli, i digiuni prolungati, in veste di vittima e carnefice, con l’illusorio obiettivo di una rivoluzione costruttiva, si mostravano inconcludenti se non negli istanti successivi alla loro scomparsa. Quella notte, dopo l’ennesimo episodio di urla e percosse, nel silenzio, come sempre, decisi con la mia solita impulsività di abbandonare quelle quattro mura dopo aver preso il mio zaino con all’interno quei pochi oggetti che potessi considerare davvero miei.

Camminai frettolosamente senza come ogni volta tornare al passato e senza pensare se la mia fuga potesse essere motivo di attenzione, di qualsiasi genere. Arrivai alla stazione e salii sul primo autobus disponibile, dopo essermi accertata che il viaggio superasse le quattro ore di percorrenza, secondo un’idea, chissà se illusoria, che una maggior distanza fisica avrebbe garantito un distacco, emotivo e razionale. Poggiai il mio zaino assistendo soltanto all’attimo della partenza, vissuto come un inizio di una sopravvivenza senza alcuna minima altra certezza.

Fu una voce femminile a svegliarmi annunciandomi l’arrivo al capolinea. Aprii gli occhi stordita e uscii con lo zaino in spalla. C’erano pochissimi lampioni e una fioca luce che lasciava intravedere un paesaggio di sole montagne altissime; appena qualche pianta lungo il ciglio della strada e un albero di fichi d’India davanti a me, quasi come a dare il benvenuto ai pochi giunti. Chiesi informazioni all’autista che mi indicò una casa per ferie, in un paese arroccato sulla cima. Percorsi il tragitto a piedi, nel completo silenzio. Giunsi, esausta; finalmente una camera, dopo un lunghissimo corridoio e una sala con pochi tavoli di legno, inanimata come tutto quello che vidi dal momento dell’arrivo.

L’indomani con il mio zaino lasciai la stanza, incontrando un sole bellissimo e un insieme estremamente ordinato di piccole case dalla tonalità pastello. Entrai in un vicolo e arrivai in un vastissimo prato con tanti alberi dal tronco sottile che sembravano disegnare una figura geometrica dai contorni minuziosamente definiti. Su una panchina, illuminata dal sole, vicina al perimetro del prato da cui si apriva la selvaggia natura che circondava il paese, si trovava un vecchio. Aveva una camicia a quadri, le scarpe da ginnastica e i pantaloni di velluto marrone che mostravano calzini bianchi di spugna; un cappello sportivo con la visiera, bianco e verde, la pelle aggrinzita e abbronzata, la barba biancastra e lo sguardo distratto. Era fermo con la braccia lungo i fianchi, concentrato su un qualcosa che sembrava trovarsi al di là, in uno spazio vero soltanto per lui. Lo raggiunsi e sistemai lì accanto il mio zaino, da cui estrassi una di quelle bevande alla frutta dietetiche e ipocaloriche come tutto quello che decidevo di mettere in bocca, chissà da quanto tempo ormai.

Il vecchio sembrò incurante del mio arrivo; eppure, ad un tratto, iniziò a pronunciare alcune parole, con quel tono di voce e quella cadenza di chi ha già visto e vissuto e assaporato, e continua a riviverlo, con gli occhi e con la mente, come unica possibilità di un prosieguo di vita. Il paese di pietra; questo il nome del suo paese, un gruppo di case a quattrocento chilometri dalle mie mura abbandonate.

Mi volle raccontare una storia, mentre il suo sguardo continuava a essere catturato da quel particolare a me nascosto; la storia di una donna che cento anni fa arrivò in quel posto.

“Non aveva il dono della parola e  dell’ascolto e conosceva il mondo guardandolo e toccandolo. Ai tempi non esisteva nulla se non alberi altissimi e vasti campi, un fiume nella valle in fondo e questo prato dove siamo seduti. Arrivò proprio qui, senza preavviso. Si sdraiò sull’erba e rimase così, per tre giorni, tre lunghe notti, con gli occhi fissi al cielo e le mani che accarezzavano l’erba umida. Fu un uomo, che viveva in una capanna al di sopra della piana, a testimoniare di quella donna, su dei fogli bianchi, giorno dopo giorno, con il suo calamaio, spiandola dalla sua finestra senza vetri. Il terzo giorno la donna si alzò; aveva  lunghissimi capelli neri che scendevano su di una veste bianca di cotone che le copriva le caviglie. Si diresse verso il fiume, raccogliendo durante il percorso rami sottili e foglie. Si distese lungo la riva. Sorrise quel giorno. Si alzò; la vide l’uomo costruire un cesto con i rami e le foglie colti.

Da quel momento ebbe inizio la raccolta delle sue pietre. Ogni giorno entrava in quel rio, dove l’acqua sembrava limitata dalle rocce che emergevano dal fondo. Si lasciava bagnare la veste, quasi senza prestarvi attenzione, mentre si adoperava a recuperare ogni genere di pietra, che veniva poi collocata con cura nel cesto, fino a riempirlo. Al seguito, ripercorreva il tragitto al contrario per riporre le pietre sul prato. E così, fino a sera, quando, al fiume, si spogliava del suo abito bianco, lo immergeva in acqua, e vestita soltanto di quella lunghissima chioma corvina si addormentava, attendendo l’arrivo del sole e quindi di un nuovo giorno.

Le pietre avevano ormai ricoperto oltre la metà del vasto prato. Fu così che un giorno decise di interrompere i viaggi fino al fiume. L’uomo nel frattempo continuava ad annotare con segni, parole e figure l’evolversi ridondante delle giornate di lei. La donna si sedette sull’erba e iniziò a spolverare le pietre con le mani, una dopo l’altra. Ci vollero dieci giorni per terminare”.

La voce dell’uomo si interruppe. Un sospiro, un cenno di sorriso, e continuò.

“C’erano alberi, all’epoca, allineati quasi a formare una sorta di labirinto. La donna ricoprì l’interno spazio verde con un manto di pietre appena spolverate. Iniziava la sua opera di creazione. Selezionava accuratamente un gruppo di pietre tra quelle restanti, sulla base di colore e grandezza, e le incastrava tra di loro, fino a quando poteva scorgere un’immagine. Al termine, si sedeva dinnanzi all’oggetto appena costruito, con le gambe distese sul prato, e restava ad ammirarlo mentre delle lacrime scendevano sul volto. L’uomo dalla finestra ripercorreva con i suoi fogli ogni singolo gesto. Il tempo era scandito da un orologio a pendolo disposto all’angolo della sua dimora. Contava i battiti tra le azioni successive della donna così come il numero di pietre, distinguendo per forma e colore; sempre cento battiti tra una pietra e l’altra, sempre cento pietre bianche, cento nere e cento dal fondo bianco e le chiazze scure per ogni creazione e ogni volta cento battiti delle sue lacrime al termine di ogni lavoro. Ogni giorno un oggetto diverso, ripetendo la stessa procedura, quasi come una sorta di rito di iniziazione per una nuova figura pensata, toccata e poi osservata, quasi come fosse stata una parte di lei. Con il tempo prendeva forma qualcosa che si disperdeva nel labirinto, quasi come se quel gioco di forme diverse trovasse nella costruzione di pietre la sua perfetta armonia.

Una piccola fontana circondata da panchine, una piccola dimora dalla pianta ovale e il tetto a cupola che s’intravedeva nel triangolo degli alberi sul fondo; nasceva il mondo delle sue pietre osservate, spolverate e prima levigate da quel passaggio di acqua che aveva anche accarezzato la sua pelle. Quelle pietre, restando lì, fino a un momento prima del suo arrivo, avevano vissuto il fiume e il suo cammino, vivendo quel cammino, perpetuamente, come anche a lei ora era concesso, percependo il frastuono dell’acqua e il suono costante che lo accompagna fino al lago, mentre già viene succeduto da un altro suono di un nuovo scorrere. Lei riusciva a sentirsi in piena simbiosi con la natura e le sue pietre e ad avvertire lo spazio intorno nella sua più intima complessità”.

L’anziano sulla panchina raccontava in questo modo la vicenda della donna, quasi come se egli stesso fosse stato dietro quella finestre a contare i battiti del pendolo. Mi guardò allora, sfiorandomi i capelli, e riprese il suo racconto.

“La donna costruì il suo paese fino a ricoprire l’intero  prato. Un giorno il sole stranamente rimase nascosto dietro una nube grigia. Lei si tolse il vestito e tenendolo tra le mani ripercorse l’intero viaggio sino al fiume. Entrò in acqua e lasciò che la veste fosse travolta dallo scorrere, lento e continuo. E restò così. All’improvviso sopraggiunse un vento fortissimo, mentre il cielo si fece ancor più scuro. Fu un velocissimo passaggio che travolse ogni oggetto costruito. Il nostro testimone, nel frattempo, aveva abbandonato la sua casa, prendendo i suoi oggetti, il pendolo, gli scritti, la penna e il calamaio. Voleva raggiungerla per cercare di portarla con sé. Arrivò al fiume, vide il vento, vide da lontano le pietre volare insieme a lui. Lei non c’era più, mentre la sua veste bianca era rimasta impigliata tra le rocce, poco più avanti. La guardò, senza toccarla, mentre il sole sembrava tornare a splendere nuovamente. Nulla restava di quel mondo appena sorto; soltanto il prato verde, gli alberi e il loro labirinto, il cielo limpido, il suo pendolo e quell’abito bianco che, con le pagine da lui scritte, raccontava della storia del paese di pietra e delle lacrime, ricoperte dai lunghi capelli neri, che avevano scandito l’intera creazione. L’uomo pianse a lungo, per giorni e giorni. Pianse in silenzio, mentre il sole lo illuminava, il cielo si scuriva per lasciare poi di nuovo posto al chiarore dei nuovi raggi.

Amava quella donna. Amava la storia di quegli oggetti portati via dal vento.

Dopo innumerevoli lacrime si alzò e s’incamminò lungo una strada in discesa fino a raggiungere una pianta di fichi d’India. C’era la luna piena quella notte. Si fermò, forse stanco dalla costante veglia dei giorni passati, e si sedette sul ciglio della strada; si addormentò, tenendo tra le mani le uniche cose che creavano un legame con quel passato veloce e intenso. Riaprendo gli occhi, vide due uomini giungere con un carro. Li fermò, e decise di consegnare ogni suo bene nelle loro mani”.

Mi accorsi che l’anziano stava piangendo, in silenzio, come aveva pianto cent’anni prima l’uomo davanti alla veste bianca. Sembrava affaticato dalle emozioni della storia narrata. E fu così che gli rivolsi la prima parola, pregandolo di non fermarsi. Capivo di essere lontana dai miei ricordi e che il mio animo si stava placando. Erano passati due giorni da quel gesto impulsivo e non sapevo cosa in quello stesso istante stesse accadendo. E forse non mi interessava. Guardavo il prato e iniziava a raffigurarsi l’immagine dei lunghi capelli neri davanti agli oggetti di pietra. La mia richiesta arrivava con la stessa disperazione che mi aveva condotto proprio lì e che a oggi rappresentava la base per la ricerca di uno spiraglio, di luce, e forse di vita futura, senza troppe speranze. Non so se per compassione o soltanto per un desiderio di assecondare le sue emozioni, ma decise di continuare.

“Uno dei due uomini sul carro tornò a casa con tutti gli oggetti. Suo figlio curioso prese in custodia ogni cosa. Lesse tutto in una notte, ascoltando i battiti del pendolo. Poi lo lesse di nuovo. Si racconta che fu questo l’inizio. La voce del bambino si fece portatore del paese di pietra e del suoi racconti. Non si sa esattamente come andò; la leggenda racconta che quel bambino, una volta adulto, volle raggiungere quel luogo e quel fiume accompagnato dai tesori custoditi gelosamente, dopo aver radunato nove compagni del suo villaggio. Una volta arrivati, iniziarono a ripercorrere le fasi scritte sui fogli, rispettando i battiti del pendolo e il susseguirsi dei soli e delle lune, fin quando quel paese tornò ad animarsi. Quel labirinto tra gli alberi offrì di nuovo la perfetta cornice agli oggetti di pietra, e come fece l’uomo alla finestra, ogni singolo passaggio fu riportato a penna su dei fogli bianchi. Al termine dell’opera di nuovo il cielo improvvisamente si scurì e giunse quel forte vento che distrusse ogni cosa.

Questa è la leggenda della signora del vento che chiede, come atto di amore e riconoscenza, che quel paese di pietra venga ciclicamente creato, seguendo le stesse tappe e le stesse cadenze, per poi lasciare a lei il potere, con il suo vento, di impossessarsi dei suoi tesori. E così, ogni anno, esattamente dopo cento giorni dalla comparsa della prima luna piena, si ripete il rito. Ogni volta sembra che quel fiume, con il suo scorrere, riporti le stesse pietre antiche. Gli uomini poi, terminata l’opera, voltando, raccontano ognuno ad una persona differente il passaggio di azioni fino alla creazione finale. Queste persone, l’anno seguente, contando i giorni,  dovranno procedere allo stesso modo, tramandando oralmente quanto ascoltato e vissuto; narrando la storia del vento, dei capelli neri e della veste bianca, dell’ascolto e del tocco congiunto, delle pietre e dello scorrere dell’acqua, tra di esse, su di esse, perché tutto nasce e viene distrutto per poi essere creato nuovamente”.

Il vecchio uomo terminò la narrazione; si alzò, mentre lo sguardo restava disperso nel labirinto lontano.

Io mi sentivo distante da quella panchina, dal mio zaino e dalla mia casa. Dentro di me avvertivo la pesantezza di un passato di frustrazioni e dolori intensi, costanti e silenziosi, che mi aveva impedito di trovare una via di fuga così da poter porre le basi per un nuovo inizio, un percorso verso qualcosa che potesse parlare di me.

Avevo soltanto tentato di mutare la realtà in quelle quattro mura abbandonate, sino a farmi del male con le mie stesse mani, forse senza una precisa volontà, ma mai con i risultati sperati, se non in un brevissimo lasso di tempo. Lo scorrere del tempo si fermava al di fuori di quella vecchia casa; non esisteva un pendolo che scandisse i battiti, nessuno che potesse scrivere una storia con un inizio, una trama di esperienze, sorprese, emozioni diverse e condivisione. Tutto si riconduceva a un solo istante, reiterato all’infinito. Ero partita quella notte senza alcuna meta, ma solo con la voglia di trovare altrove un’immagine, un suono o una luce da cui ripartire, un simbolo di movimento, cambiamento o evoluzione. Ora potevo ascoltare il racconto delle gesta di colei che quel pendolo ancora oggi accompagna con i suoi battiti, scandendo il susseguirsi di partenze e arrivi e un’alternanza vitale di creazione, distruzione e rinascita. Un piccolo paese sperduto marcato indissolubilmente dal passaggio di una donna che torna a vivere di nuovo, anno dopo anno, creando così una legame tra passato, presente e futuro.

Ripercorsi l’intero tragitto sino al fiume, per arrivare al fico d’India, lì dove la leggenda prese inizio con la consegna delle pagine scritte, forse quel qualcosa da sempre ricercato. Una volta lì vidi da lontano un carro muoversi verso di me. Allora presi lo zaino, con la bottiglia di bevanda ipocalorica, ma decisi di lasciarlo in un angolo. Feci un cenno. L’autista si fermò. Salii accanto a lui e percorremmo il tragitto insieme; io mi muovevo in quella natura incontaminata, sentendo il calore del sole e il suono dello scorrere d’acqua lontano. E mi ritrovai a sorridere.

Io come lei, condotta qui con la stessa impetuosità del vento. Io come colui che riempì quelle pagine scritte rivolte al mondo, io come quelle pagine, che stavo uscendo allo scoperto per creare, disfare e ricercare il mio universo. In altri luoghi, in diversi scenari, seppure ancora ignoti. Io con me, io fuori da quelle mura. Io dentro di me, e altrove.


La versione originale de “Il paese di pietra” è pubblicata nel libro “I racconti dell’Undici”, una raccolta di racconti degli autori della nostra rivista. Il libro è disponibile sul sito: http://www.lundici.it/wp-admin/post.php?post=49517&action=edit&message=10

 

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Chi lo ha scritto

Costanza

In costante evoluzione. Spirito nomade, animo irrequieto,  in movimento lungo un percorso di partenze e arrivi, soste temporanee e amori folli, come il Brasile, incantatore, magico, incoerente e indimenticabile. Curiosa come  Amelie  nel suo mondo favoloso, alla ricerca di quella bellezza “che può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune". E mi diletto in cucina, chissà se con i risultati attesi, perché in fin dei conti non si può essere soltanto ingegneri.

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