Gestire l’impotenza

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Abbiamo paura di molte cose.

Di restare soli, di ammalarci, di perdere le persone che amiamo o la sicurezza economica, di non saper aiutare i nostri figli, di invecchiare, di venir ingannati, di non essere all’altezza, di soffrire per amore, di smarrirci nei pericolosi meandri della mente. E allora ci impegniamo in tutti i modi per tentare di evitare di cadere nei buchi neri della nostra esistenza. Nel disperato tentativo di sfuggire agli inganni della vita, alle delusioni, all’inevitabile decadimento fisico e al degrado del pensiero ne studiamo una più del diavolo per restare a galla.

vegetarianiCosì diventiamo vegetariani o meglio ancora vegani che oggi va tanto di moda poiché la macrobiotica, che una volta pareva essere la panacea per tutti i mali, ormai non se la fila più nessuno. Andiamo in palestra per scolpire i muscoli, avere un aspetto migliore ed essere sempre desiderabili e per consumare calorie ed espellere anche la più piccola ed insignificante goccia di sudore che, si sa, con lei se ne vanno anche le tossine; ci facciamo beveroni di vitamine, thé verde o ingurgitiamo litri di acqua Rocchetta perché, dicono, è l’acqua della salute e fa fare tanta pipì. E poi ormai, sembra che se non ti porti dietro la bottiglietta d’acqua da estrarre ad ogni piè sospinto e portare alla bocca con assoluta naturalezza, dovunque ti trovi, rischi di essere considerato un alieno disidratato.

Leggiamo molto. Spesso non più per il piacere del farlo ma per imparare strategie di sopravvivenza e di autodifesa psichica e per impossessarci di nuovi e straordinari strumenti di potere, di evoluzione e potenziamento della mente e per nutrirci con qualcosa che ci possa dare sicurezza, forza e vigore. I manuali di self help vanno a ruba e non sono mai abbastanza, mai sufficienti per placare le nostre ansie.crescita spirituale

Andiamo alle conferenze ad ascoltare le testimonianze di chi ce l’ha fatta e ha trovato la pace dei sensi, la strada giusta, l’amore, la ricchezza e quant’altro e frequentiamo i seminari che ci promettono il successo e la crescita spirituale in cambio di quattro miserevoli soldi che spesso facciamo anche fatica a ragranellare ma che spendiamo volentieri se il nostro bisogno ci segnala che ne vale veramente la pena e perchè, in fondo, ormai l’abbiamo capito tutti, i soldi non danno la felicità!

La nostra pelle e quella dei nostri cari ormai ha chiuso definitivamente con la Palmolive e il Johnson Baby Oil in favore dei miracolosi prodotti bio senza parabeni, petrolati, coloranti e altre diavolerie che ci siamo spalmati sul corpo per anni e anni rischiando grosso, senza saperlo, e se siamo ancora qua siamo veramente fortunati!

Cerchiamo di tenerci stretti i nostri sudati risparmi non avendo ancora capito bene dove sia meglio depositarli, se sotto il materasso seguendo il ben rodato metodo classico o se sotterrarli in giardino giacchè la patrimoniale è costantemente alle porte e lo spread ci toglie il fiato. O spenderli allegramente perché tanto dobbiamo morire e quindi meglio goderseli finché abbiamo ancora fiato per farlo.

E poi le relazioni sono sempre più difficili, ci si parla sempre di meno, ci si whatsappa e ci si accontenta di questo, tvb, mmt, faccina che ride, faccina che piange, faccina arrabbiata e stop. Stiamo perdendo la capacità di rapportarci gli un agli altri, di guardarci negli occhi e di mostrare e riconoscere i nostri limiti e le nostre fragilità! E quasi ci piace questa novità che ci aiuta a tenere le distanze senza doverci giustificare e sembra risparmiarci inutili fatiche, ore di discussioni, abbracci che piacciono si, ma che allo stesso tempo ci spaventano e ci mettono a nudo, mostrando a noi e agli altri quanta strada dobbiamo ancora fare.

Ma cos’è che ci disturba di più? Cos’è che ci fa davvero tanta paura? Che cos’è quel qualcosa che ci procura malessere, ansia, disorientamento? Dove affonda le sue radici quella sgradevole sensazione di essersi persi, di non saper più dove andare, cosa fare, come comportarsi. Quel fastidioso sentirsi disarmati, incompleti, spesso rosi dai sensi di colpa o dalla rabbia per non essere come vorremmo?

Si chiama impotenza.

Quando realizziamo che non possiamo controllare tutto, che il tempo passa inesorabile, che le forze a volte ci abbandonano, che abbiamo perso qualcuno a cui tenevamo lungo la strada e non abbiamo saputo come fare per evitarlo, che i nostri figli non sono come li abbiamo immaginati, che i nostri affari non sono andati come avremmo voluto, che i soldi non bastano più, che giusto e sbagliato sono solo opinioni, che non siamo in grado di capire certe cose, che le amicizie finiscono e così pure gli amori, che nulla è sicuro e che nulla è per sempre…. ecco, ci sentiamo impotenti.influenza-531051.660x368

L’impotenza è vedere il deserto davanti e intorno, le cose lontane e irraggiungibili, e sentirsi nudi, senza forze, senza armi per combattere, senza porte da aprire, senza colori da indossare. L’abbiamo fatta tutti questa esperienza in qualche momento, più o meno lungo della nostra vita. Ma, come molte altre cose della vita, anche l’impotenza arriva e come un’onda ci travolge, ci sconquassa e poi, piano piano perde potenza, diventa sempre più lieve e se ne va. E’ che quando ci siamo ben dentro restare a galla è davvero difficile.

Forse dovremmo imparare a gestire l’impotenza che è un po’ come gestire l’influenza!

Cosa si fa quando sale la febbre, i muscoli fanno male e ci sembra che un camion ci sia passato sopra? Quando tutto ci dice che non ce la possiamo fare e ci si rende conto che bisogna fare uno stop? Si accetta – per forza, non si può far altro! – di stare a letto una settimana, di prendere qualche medicina, di perdere qualche giorno di lavoro, qualche uscita con gli amici, qualche ora di palestra. E magari si approfitta per leggere un buon libro. Si sa che poi passerà e l’unica cosa è vivere con accondiscendenza il momentaneo disagio che l’influenza ci procura.crescita

Ecco, dobbiamo fare la stessa cosa. Accettare il momento (che non è subire!), immaginare che c’è qualcosa che possiamo cambiare, concederci qualche coccola, aspettare, avere fiducia. Passerà. Poi, quando ci sentiremo un po’ meglio potremo incominciare a realizzare che questo momento così difficile non è stato un castigo ma un dono che ci permetterà, se noi lo vorremo, di far chiarezza su molte cose, dentro e fuori di noi, su ciò che abbiamo sopravalutato e ciò che abbiamo sottovalutato, sui nostri limiti e le nostre potenzialità.

E se sperimentare l’impotenza ci servirà a sentirci un po’ meno fragili e un po’ più positivi non sarà stata un’esperienza inutile.

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Chi lo ha scritto

Daria Cozzi

Triestina, due figli, una vita vissuta con passione. Ascolto tutti, soprattutto chi la pensa diversamente da me. E imparo sempre qualcosa. Mi piace comunicare attraverso la parola scritta, ma non solo ... credo che ci sia sempre una seconda chance, che possiamo crescere e cambiare pensiero, modo di essere, obiettivi e programmi per avere davanti a noi ogni giorno un orizzonte nuovo su cui scrivere i nostri progetti, dipingere i nostri sogni, depositare le nostre speranze. Ho raccontato la mia storia in "Quattro giorni tre notti", il mio primo romanzo.  

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Anna

    Daria sei bella e giovane, mi piaci, ho la tentazione di parlarti, ho letto Viviana e posso capire la sua immersione nel libro, come a cinema quando un film mi colpisce, lo ” vivo”, al termine ucciderei tutti perché i titoli di coda con la musica in sottofondo ancora, servono a tornare alla realtá…piano piano, invece questi che scattano su immediatamente e ti passano ovunque, parlano ….li ucciderei! Dunque il tuo libro dev’essere forte! A presto per ora, ciao❣

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    • Viviana Alessia

      Mamma mia, quanta voglia di ammazzare gente per così poco tiene lei, Anna! Sono quasi quasi sconcertata! E sì che io non mi meraviglio piu’ di niente!
      Perché voler sterminare chi esce innocente da una sala buia e generalmente mefitica dopo due ore di film, che magari non è piaciuto? Se uno vuole rivedersi il film aspetta educatamente la successiva proiezione e se la rivede per bene, e così avanti … fino alla chiusura della sala cinematografica a notte fonda…” E le stelle stanno a guardare ” e pure ad aspettare i nottambuli per illuminare la via del ritorno. Se poi uno vuol rivedersi ancora il film può sempre acquistarne la cassetta per pochi euro sa? Oppure aspettare che lo diano in tivù . Di solito lo fanno abbastanza presto dopo la prima cinematografica e lo trasmettono a ripetizione sugli infiniti canali che invadono il monitor. Non vada a cercarsi l’ ergastolo per strage plurima al cinematografo per così poco, suvvia! Basta un minimo di buon senso ed ingegno! Ma, mi spieghi cara e apocalittica Anna, da quando in qua un film, per quanto bello, si può paragonare ad un libro?( anche se molti film sono tratti da romanzi). Il cinema, suol dirsi che e’ un’ Arte, precisamente la settima ( ma sui numeri delle arti c’ è sempre stato un notevole battibeccare ). In quanto Arte, il cinema gode di un’ autonomia tutta sua. Che c’ azzecca dunque il cinematografo col mio commento irrilevante, lontano anni luce dalle vette di Poesia, Letteratura, Cinema? Ci sono non pochi film che ho visto diverse volte perché è sempre sorprendente rivederne le scenografie, riascoltarne i dialoghi, cogliere quel particolare d’ ambiente, quel gesto, quell’ espressione che ti erano sfuggiti o che mi piace rivisitare. Il Cinema si coglie nell’ immediatezza, per sua natura. Un libro, e la scrittura in generale, presuppongono atteggiamenti e comportamenti diversi da parte dell’ utente, ci mancherebbe altro!. Un libro lo comperi innanzitutto perche’ recensioni e brani di anteprima esercitano un fascino e una curiosita’ specifici, lo rileggi solo se è molto valido, se senti il bisogno di approfondire alcuni passaggi o chiarirti alcuni messaggi che non sempre la parola e il contesto concedono di cogliere compiutamente ad una prima lettura. Io credo, invero, che nessuna persona attenta e appassionata di lettura si cimenti con un libro una volta sola: o il libro non ha spessore alcuno , o glielo ha dato da leggere forzosamente il solito professore di letteratura per le vacanze estive, e capirai..! Per quanto concerne ” i raptus ” da cinematografo, mi sento oltremodo sconcertata se le parole meste e modeste di un commento vanno a produrre stati catatonico-cinemamatografici nel lettore che magari è un esimio letterato, scrittore, poeta: e chi può dimostrare il contrario considerato l’ uso diffuso dei nickname? Ma qui, Anna, la inviterei caldamente a leggere bene il romanzo di Daria Cozzi, a rileggerne l’articolo qui sopra, a rileggere, se è paziente oltreché veemente coi clienti dei cinematografi, il mio commento e magari altri commenti della scrivente che potranno chiarirle come mai detta scrivente si soffermi, sofferente e lontana, sul libro dell’autrice. E qui mi tocca purtroppo andare a costruire il “controcanto ” della famosa frase di Italo Svevo : ” Legga! Legga! Vedrà come arriverà a vedersi intero “(Svevo dice” Scriva! Scriva! ecc…). Con tutto il rispetto per la sua evidente fattivita’ e attivita’ onirica commenti-dipendente, io le consiglierei una ristoratrice pausa di letture buone e corroboranti!. A me, vede, terminato il romanzo di Daria Cozzi, non e’ passato per l’ anticamera del cervello di ammazzare mio marito che tornava da me, a casa sua, come sempre, anche se ero assorta nei miei pensieri, anzi dopo un po’ mi sono adoperata con spirito PIU’ LIEVE a preparare una cena CALDA e CONFORTEVOLE per entrambi ( rilegga, di grazia, il commento ) : potere catartico di un libro artistico, appunto ! Non le auguro certamente di “vivere” il libro per gli stessi motivi per cui è stato “così ” vissuto in casa mia, da me e dopo di me da altri componenti la famiglia e pure da cari amici che si sono dolorosamente fermati a rifletterci sopra. Temo fortemente che a spiegarglieli andrei, ahime’, a ricrearle in testa un’altra involontaria pellicola cinematografica: no ! Per l’ amor di dio, ché non vorrei morti ammazzati in uscita dal cinema sulla coscienza! Piuttosto, lei, cara Anna, che ha cosi’ tanto e fantasmagorico ” senso cinematografico ” perché non tenta di affrontare qualche provino sul set? Vedi mai! Alle volte si arriva alla vera meta della vita per vie inaspettate. Cordialmente la saluto e le auguro tante belle cose.

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  2. Viviana Alessia

    Insuperabile Daria! ” Poi, quando ci sentiremo un po’ meglio potremo cominciare a realizzare che questo momento cosi difficile non è stato un castigo, ma un dono che ci permetterà, se noi lo vorremo, di far chiarezza su molte cose, fuori e dentro di noi…”
    La capacita di volgere tutto in positività, accettazione profonda, comprensione della giusta collocazione che gli eventi vanno a prendere nella trama della vita, fiducia che anche il disorientamento più profondo può portare consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre potenzialità, consapevolezza di quanto abbiamo saputo valutare e di quanto vorremo modificare, conseguentemente, i nostri atteggiamenti e le nostre azioni.
    Cara Daria! Un’ inesauribile sorgente di luce, di vitalità rinnovata, di accettazione umile ed intelligente, creatura lieve, misteriosamente consapevole di destini tracciati ed interconnessi.
    Daria, avevo commentato tempo fa un tuo bellissimo articolo. La tua risposta accorata ha aperto un varco nella mia anima chiusa e sofferente come tu avevi ben colto.
    Il tuo libro “Quattro giorni tre notti ” è arrivato in casa mia prima di natale, durante una brutta influenza che mi costringeva a ricercare doni, spese, derrate alimentari per le feste imminenti usando il PC e il telefono. Era un freddo e umido giorno quello dell’ antivigilia, quando il corriere espresso mi suonò imperiosamente il campanello di casa ed io trovai la forza di alzarmi dal letto, pur carica di febbre e dolori. Firmai la ricevuta, augurai Buon Natale allo sconosciuto che mi osservava perplesso e divertito per il mio abbigliamento polare e mi precipitai quindi in cucina, con il presentimento che era arrivato il pacco più atteso. Lo scartati e vidi il tuo libro, Daria. Ero sola in casa quel giorno e compresi che era un bene, nonostante le mie condizioni. Era gia’ ora di mangiare qualcosa, che devo stare alle regole ferree degli ultimi specialisti. Tirai con tutta la mia forza il tavolo imponente e pesante in cristallo temprato della mia cucina accanto ai fornelli del piano di lavoro del mobile a muro, misi sul fornelloun pentolino di acqua, sale, riso brillato e accesi il gas più piccolo. Stesi sul tavolo il primo canovaccio pulito che trovai, ci misi sopra un piatto, un cucchiaio , un bicchierone d’ acqua, un panino fresco e profumato di giornata come voleva il nutrizionista. Mi seddetti tra tavolo e fornello aprendo il tuo libro. So che un po’ mescolai una ingrata sbobba di riso stracotto da seduta, so che un po’ piluccai tutto il panino ordinato di buon mattino, so che trangugiai acqua di buona fonte, come sempre, e, mentre il risotto in bianco e il panino scomparivano distrattamente dalla tavola, so che leggevo e leggevo. Ricordo con certezza che non riuscivo a staccare gli occhi dalle pagine del tuo romanzo, so che lo lessi tutto d’ un fiato, incapace di fare e pensare altro, proprio come quando ero giovane e forte e spensierata e la lettura mi accompagnava ovunque. Non percepivo me stessa, non percepivo suoni e rumori dagli appartamenti vicini, non udivo il ticchettio del grande orologio in rame della cucina. Il tempo s’ era miracolosamente fermato e con lui erano rimaste sospese tutte le mie antiche sofferenze. So che rilessi le pagine in cui descrivi la tua presa di coscienza della necessità del tuo splendido uomo di potersene andare, di lasciarti, perché capivi la sua estrema sofferenza per l’ incredibile atto d’ amore che lo teneva ancora vigile accanto a te, impaurita e nolente a lasciarlo andare in un luogo in cui tu non potevi entrare. Illuminata dalla Verità lo accompagnasti corpo stretto a corpo nel giardino da cui lui poteva vegliare su te e su suo figlio che ti aveva donato con tanta stima ed immenso amore. Arrivai in fondo a quel gioiello di libro quando fuori era buio pesto e mio marito apparve sulla porta della cucina senza che io avessi potuto udirlo entrare, presa com’ ero da quella inusuale marea di vicende, di sentimenti potenti, di parole pregnanti e lievissime al contempo. Immagini vivide si inseguivano nella mia mente, lontana e avulsa da ogni altra realtà. Mio marito, stupefatto e fermo sul vano della cucina, mi chiese cosa mi fosse successo. Gli risposi con voce rotta che era arrivato il libro che aspettavo. Non mi mossi subito dal mio posto. Rimasi a guardare mio marito negli occhi, gli dissi che lo avevo letto tutto, per tutto il giorno. Poi richiusi il libro con cura. Lo riposi con cura nella libreria del salotto. Mio marito, silente, rimise il pesante tavolo al suo posto, riassetto’ la cucina, lavò le poche stoviglie. Io mi risedetti muta, lontana, pensosa, avvolta dai caldi indumenti che mi riscaldavano il petto e le ossa. Quando riuscii ad incrociare di nuovo lo sguardo acuto e titubante di mio marito gli dissi semplicemente che avevo trovato il mio gioiello, avevo letto un piccolo grande gioiello che parlava del vero amore e del destino cui non possiamo sfuggire perché siamo parte di un disegno vasto e lontano, le cui tessere dovevano combaciare per creare il senso della nostra vita. Poi, inaspettatamente, piansi come da innumerevoli anni non facevo. Mio marito abbassò la fronte. Rimase accanto a me senza dire una parola, senza toccarmi. Pian piano le lacrime si quietarono. Mi alzai dalla sedia. Mi girai verso il frigorifero e presi quanto serviva alla nostra parca cena. Lui andò come sempre a lavarsi e cambiarsi in bagno, preparando la sua biancheria per gli impegni di domani. Preparai con una bella tovaglia la nostra tavola e vi disposi le calde e confortevoli pietanze. I miei occhi erano sempre umidi, ma mio marito seppe tacere. Quando terminammo la cena, mi guardò ancora a lungo , interrogativamente. Ripetei che il tuo libro, Daria, era un gioiello che mai avrei sperato di trovare tra i sassi aguzzi e le spine che mi avevano ferito per tanti anni lungo il cammino. Ora avevo solo bisogno di rileggermelo per poter comprendere meglio, per interiorizzare i messaggi. Avevo bisogno di tempo. E di concentrazione.
    Quella fu una delle prime notti in cui i miei incubi contorti, e svaniti al risveglio, non destarono di soprassalto mio marito nel cuor della notte, costringendolo spesso a lenire la mia arsura e il mio malessere con una tazza di acqua tiepida leggermente zuccherata.
    Sapevo che ti avrei parlato ancora di me, Daria e so che dovrò parlati ancora.
    Grazie, e Buon Anno, Daria carissima.

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    • Daria

      Cara Viviana,
      ho letto con commozione la tua lunga lettera.
      Quando le mie parole riescono a toccare l’Anima di qualcuno per me è sempre una grandissima gioia.
      Per questo io ti ringrazio.
      Grazie per le tue emozioni, per la tua voglia di comunicarle, per la tua sensibilità e per la tua splendida attenzione alle piccole cose, ai sospiri, agli sguardi, ai silenzi.
      Un abbraccio pieno di bene!
      Buon cammino, buona vita, buona luce! :-)

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