Fecondazione assistita. Al quarto tentativo si vacilla

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Tre anni di calvario, un’odissea senza risultati, se non il ritrovarsi – all’indomani di ogni fallimento o, eufemisticamente, esito negativo – stretti in un rinnovato amore.
Questo è, ed era stato, l’unico frutto di tre tentativi di fecondazione assistita, all’alba di un quarto, col timore di approdare per l’ennesima volta nel medesimo travaglio, un nulla di fatto.

E allora si vacilla. Si ricomincia a pensare che, forse, il mondo non ha bisogno del tuo contributo alla specie umana. Sai che il mondo va avanti lo stesso, che il suo fluire è sorretto dalla statistica, e il tuo è solo uno dei tanti casi di coppie che hanno difficoltà a generare un figlio, anzi, nel nostro caso e nella nostra casa, una figlia: Sofia.

La statistica sorregge il mondo ma non te, e non la tua bambina. Tuttavia, nonostante tale assunto, una domanda ti martella: “Perché io, perché noi?”.

Mentre vai in giro, pensi a come sarebbe diversamente bello fare certi atti quotidiani in compagnia di quell’esserino su cui fantastichi da tre anni e oltre. Prima di farsi assistere, infatti, ci eravamo affidati – come la maggior parte delle persone – alla natura, la quale aveva sentenziato: “No, non vi posso aiutare”.Per mano

Ed ora che anche la scienza medica aveva, per ben tre volte, confermato la risposta della natura, non restava che dibattersi, e pensare. O sognare.

Il sogno è la terza strada, il percorso non pragmatico per eccellenza, nel quale può accadere di tutto, anche di concepire, mettere al mondo e veder crescere un figlio. Beh! Una figlia; colei che avrebbe cambiato il mondo – stiamo nel sogno –, che non avrebbe mai fatto del male a chicchessia, data la sua esemplare educazione.

Le avresti detto tante cose, o poche, le avresti parlato della libertà, di pensiero e di sentimento, che poi è il suo luogo di nascita, e di vita. Ciao Sofia, speriamo di incontrarci, prima o poi. Mamma e papà.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Un brano molto commovente, che stringe il cuore: una coppia che, amandosi, trova ovvio proiettare il proprio amore, la propria vita, il meglio della vita nel bisogno più antico e tenero del mondo: figliare.
    Ho conosciuto coppie stupende che hanno inseguito per anni questo istinto naturale e desiderio legittimo. So del loro dolore. E delle loro tribolazioni. Ma voglio scrivervi d’ altro.
    Quand’ ero piccola, mia nonna paterna mi raccontava di tanto in tanto che sua madre, la bisnonna, per nove anni dopo il matrimonio non riuscì a concepire. Nei nove anni seguenti mise al mondo nove figli, uno all’ anno e tutti sopravvissero nonostante la durezza dei tempi.
    Ricordo con commozione una collega di lavoro, appena conosciuta, che non trovava pace : durante le ricreazioni, raccontava a noi colleghe quanto attendesse ancora disperatamente il figlio che non arrivava, spasmodicamente cercato da dodici anni. Un giorno, mentre l’ ascoltavo, mi sovvenne improvvisa la vicenda misteriosa della mia bisnonna e gliela raccontai. Ricordo che le altre colleghe ammutolirono. Ci guardammo tutte intensamente negli occhi e, in silenzio, riportammo i nostri allievi nelle aule.
    Passarono circa quindici giorni, quando trovammo un di’ la collega ad aspettarci tutte sul portone d’ ingresso della scuola: era radiosa, come quel giorno dell’ imminente primavera. Tra lacrime e sorrisi ci sussurrò che era più di una settimana che non le arrivavano le mestruazioni. Era tremula come una candelina appena accesa nel vento. Tutte la abbracciammo con delicatezza, dicendole che sentivamo che il suo sogno si avverava, doveva ora solo pensare a sferruzzare i calzerotti e i golfini che aveva tanto rimirato per anni nelle vetrine. Per almeno un mese la collega non poté fare a meno di recarsi al bagno delle maestre almeno ogni mezz’ ora per controllare se la biancheria intima era candida come l’ aveva indossata al mattino.
    Partorì un figlio che pesava più di quattro chili. E venne con lui, un giorno, fino a casa mia, all’ improvviso, per pormelo fra le braccia dicendomi fra le lacrime che erano state le mie parole a sciogliere il nodo misterioso dei suoi visceri. Era incredibilmente esile e magra più che mai, eppure i seni, solo pochi mesi prima impercettibili sotto le magliette, erano ora gonfi e fuori taglia. Allattò quell’ incredibile bambinone nella mia piccola cucina di allora e mai vidi scena di maternità più bella e dolce. Anche i miei bambini e i loro compagni di gioco del condominio si sedettero stranamente silenziosi ed incantati ad osservare l’ atto più amorevole del mondo.
    Invece una vicina della casa di vacanza in cui un tempo passavo le mie estati, aveva vent’ anni di matrimonio alle spalle e nessun figlio. I medici non le davano speranza. Si decise ad adottare una ragazzina orfana dell’ est europeo. Quando la ebbe finalmente in casa, programmò col marito e la buona suocera un viaggio a Medjugorje per ringraziare la divinita’ che aveva sempre pregato. Era molto credente. Rimase laggiù quindici giorni e quando fece ritorno mi suonò il campanello di casa con le valigie ancora appoggiate sul pianerottolo, fra le nostre due porte. Mi gettò le braccia al collo sorridendo luminosa e bella come mai ed io compresi tutto in un attimo: aspettava un bambino!
    E l’ anno seguente un piccolo già sgambettante, pieno di ricci neri come il suo papà, batte’ in un assolato giorno di ferragosto i suoi piccoli palmi alla mia porta, di buon mattino:- Tono Oenzo!!!
    E iI suo babbo, pazzo di gioia ed orgoglio, pretendeva anche di fargli pronunciare bene , a poco più di un anno, quella spettacolare presentazione.
    - Sì, so che sei Lorenzo e sei proprio bello, ma soprattutto sei vispo e birbante ché, una mamma, un papà, una sorella e una nonna non bastano a starti dietro!
    Quanto me lo strinsi al petto quel miracolo! Ora anch’io avevo bisogno di un miracolo. Il miracolo più grande del mondo. Il miracolo che non è infine avvenuto. Il miracolo negato che mi ha fatto rinnegare nel tempo a seguire ogni dio di bontà e provvidenza. È strana la vita.
    Pochi giorni dopo, la mia vicina tornò dall’ ospedale più vicino al paese delle nostre vacanze con una grande busta piena di radiografie al seno:- È cancro!- mi disse decisa e diretta- Ma io non gli permetterò di strapparmi alle gioie che ho atteso per tanti anni!
    Ha lottato duro, ha tenuto duro anche quando le speranze di tutti vacillavano. Adesso è ancora qui, a crescere con forza e coraggio ben cinque nipotini che non lascia un secondo.
    È strana la vita.
    La vita è misteriosa, imprevedibile, capace di trovare uno sbocco a situazioni apparentemente impossibili. È vero il vecchio adagio: ” Finché c’ è vita, c’ è speranza”.
    Bisogna sperare, se si ha la fortuna di sentire ancora il cuore pulsare e il respiro riscaldare l’ aria che accarezza la pelle del volto.

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