Dominio della rinascenza

3
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Le cose riparate sono le uniche che davvero si posseggono.
Le cose riparate da sé sono le sole che realmente ci appartengono.
Le cose vere, quelle di cui abbia senso circondarsi, si rompono o si danneggiano solo in parte o progressivamente, fino alla loro fine; non vale la pena di detenere cose che, perduto il proprio status di perfetta integrità, divengano istantaneamente del tutto inutilizzabili.

Utilizziamo quotidianamente mille cose senza farci tante domande; solo quando cominciano a disfunzionare diveniamo gradualmente consapevoli del reale rapporto che intratteniamo con esse e quanto realmente ne abbisogniamo.
La rottura delle cose svela e determina anche lo spartiacque tra ciò che va cestinato e ciò che va recuperato. L’azione di scegliere di non buttare e sostituire con una copia integra e funzionante il loro intero corpo danneggiato è un’opera di coraggio e misericordia, perseveranza e frugalità.

Il gesto di riparare un oggetto è un atto di appropriazione e identificazione, lo trasporta da un mondo alieno di progettisti, costruttori e venditori all’interno del nostro proprio recinto e lo incardina nella nostra coscienza.
Decreta l’inizio di un nuovo rapporto con l’oggetto, di un percorso verso una più profonda consapevolezza della relazione con esso e con noi stessi attraverso l’evento di rottura, lo svelamento della reale carica emotiva che il suo uso ci provoca, al di là della mera utilità; offrendo coi nostri sforzi una nuova vita ad una cosa, essa in cambio fungerà da elemento catalizzatore di un cambiamento.
La sostituzione di un singolo pezzo rotto, la stria di colla nel mezzo di una spaccatura, la cucitura di un taglio, la saldatura di una metallica separazione, il chiodo, la vite e il bullone che stringono e uniscono passando per nuovi fori, il nastro e lo spago che strettamente suturano, la sua similare benché stravolta topologia finale, la decrementata efficienza funzionale e i visibilmente umili elementi di neo-connettività e ri-unione, piuttosto che il proverbiale prezioso oro nelle ceramiche dei giapponesi, saranno ciò che spiritualmente caratterizzerà il ri-possesso dell’oggetto, costituendo il nostro ponte d’ingegno e impegno verso il mondo ideale delle sue proiezioni all’interno del nostro spazio complesso di immagini funzionali.

Anche il nostro corpo ci appartiene in quanto si rompe: si spezza e lo aiutiamo a ripararsi, si ferisce e lo fasciamo, si lacera e lo medichiamo, si ammorba e lo disinfettiamo, febbricita e lo forziamo al riposo, un componente organico smette irreversibilmente di funzionare e ne prendiamo in perenne prestito un altro da un nostro simile.
La stessa nostra psiche ci diviene, progressivamente, maggiormente appartenente quando, nel tempo, ragioniamo sulle sue storture, esorcizziamo le sue paure, osserviamo e risolviamo i suoi nodi, affrontiamo e superiamo i suoi traumi, rinunciamo alle sue fustigazioni, lecchiamo le sue ferite che dalla mente finiscono per penetrare e diffondersi all’interno del nostro spirito.

Gli indesiderati avvenire dei traumi, che siano insignificanti oscillazioni dalla zona di conforto o crudeli, orridi, e mostruosi accidenti o lutti menomanti, ci fanno sporgere o ci catapultano verso oscuri territori inesplorati per un tempo lungo e imperscrutabile, in cui veniamo totalizzantemente sottoposti a faticose prove dalle quali fuoriusciremo diversi, spesso catarticamente alterati, ancora assai deperiti o forse già parzialmente guariti, sicuramente più o meno segnati, comunque per sempre smaccatamente differenti da chi non sia stato provato da comparabili esperienze.

Le conseguenti cicatrici, corporali e spirituali, il neoplastico tessuto cicatriziale e l’accresciuta consapevolezza di sé, ci permangono quale dono di guarigione e monito di durevole memoria e avvertimento; fieri le mostriamo o pudici le nascondiamo a seconda del nostro grado di accettazione, comprensione ed elaborazione del trauma originante e del nostro percorso di guarigione.

Anche le altre persone divengono da noi meno distanti quando le osserviamo più attentamente, quando comprendiamo che nel folto del ginepraio delle nostre diversità si cela in loro una fragilità simile alla nostra, quando entriamo in relazione con esse e scopriamo di provare compassione, quando ci diamo da fare per non ferirle, per prendercene cura, quando una parte di noi finisce in loro, sia un attimo di attenzione, un frammento morale, una scheggia intellettuale, un atto di mero tempo.

Il tempo, soprattutto il tempo che dedicheremo, in primo acchito forse malvolentieri, alle cure e all’attesa della guarigione, il tempo naturalmente necessario all’asciugatura della colla, all’abbassarsi della febbre, all’elaborazione del trauma e del lutto, in cui avremo umilmente e pazientemente atteso, accettando di privarci della facoltà di utilizzare, di toccare, di intervenire, evitando così prematuri e più gravi danneggiamenti, ci si “ritorcerà” poi immancabilmente contro e riaffiorerà, dopo aver percorso tortuosi e incomprensibili sentieri, svelandoci inaspettatamente, un giorno, un nuovo angolo di orizzonte sconosciuto del fuori e del dentro di noi.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Stellanigra

Nel mezzo del cammin della mia vita, mi ritrovo in una selva oscura, da tempo smarrita la via qualunque essa fosse, sopravvivo tra domande e dubbi su ciò che mi circonda. Un mio motto potrebbe essere "Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà!" (ovviamente è una citazione).

Costanza

In costante evoluzione. Spirito nomade, animo irrequieto,  in movimento lungo un percorso di partenze e arrivi, soste temporanee e amori folli, come il Brasile, incantatore, magico, incoerente e indimenticabile. Curiosa come  Amelie  nel suo mondo favoloso, alla ricerca di quella bellezza “che può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune". E mi diletto in cucina, chissà se con i risultati attesi, perché in fin dei conti non si può essere soltanto ingegneri.

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Avete descritto in modo molto aderente ciò che è la rottura e il dolore per l’ essere umano.
    È vero: siamo in grado di sentire più nostro un oggetto riparato. Esso appartiene al nostro ingegno, a tutto ciò che noi siamo e sappiamo fare, al nostro io.
    E parimenti lottiamo per riunire il nostro io quando lutti ingiusti ed inaccettabili separano inevitabilmente corpo, psiche, mente, anima. È vero che la riparazione ci renderà comunque soggetti diversi da quelli che eravamo, è ovvio. È vero che il tempo che ha cullato la ricomposizione, ad un tratto ci metterà di fronte ad una crepa nuova, inesplorata. E anima, mente, psiche, corpo si staccheranno ancora nella sofferenza, inesorabilmente. Chi è colpito da iniqua sorte non pretende di essere diverso da questo suo essere-non essere nel maledetto fluire del tempo. Bisogna accettare che il tempo tiranno avanzi pressando ancora lo strazio, e vada poi oltre, lasciando che i pezzi di un io martoriato si ritrovino e si riuniscano ancora, per poter vivere ancora in qualche modo. Un modo che sarà diverso da quello precedente, è vero. Alla fine della strada certamente vedrai di aver vissuto mille vite, una diversa dall’ altra. Di questo sentire sei consapevole già lungo il doloroso cammino. Ma è l’ unico modo che la vita ti concede per arrivare al traguardo, nonostante te e quello che eri, nonostante gli altri che ti vorrebbero come eri. No! Sarai diverso ogni volta che riuscirai a ricomporre i tuoi dolenti cocci. È già tanto riuscire ad esplorare la regione di strazio che il tempo beffardo ti ripresenta puntualmente. È già tanto riformare il tessuto cicatriziale. È già tanto proseguire il cammino. Bisogna esser grati alla sorte di poterlo fare. Diversamente è il buio. La follia. La morte senza la luce della riunione totale.
    Io voglio morire nella consapevolezza che la mia anima è parte di un’ Eternità in cui ritorvero’ tutto ciò che apparteneva ed appartiene al mio io.

    Rispondi
    • Costanza

      Io voglio ringraziarla, e non soltanto per questo singolo commento, ma per tutti i pensieri, le parole, le emozioni che ogni volta lei ci dona. Dimostra una coerenza, uno spessore e una dignità esemplari. Io ho letto credo 10 volte il suo commento, e ciò che posso dirle, apertamente e con massima sincerità, è che mi ha fatto commuovere e offerto molti spunti di riflessione. Io ho alle spalle una vita breve, sicuramente intensa, ma mi rendo conto di avere ancora una consapevolezza acerba del mondo, della realtà, della gioia, della sofferenza e così una mente, un’anima e un corpo che hanno, chissà, ancora un lungo percorso da affrontare. Non ci sono dei valori medi e delle statistiche che permettano di fare una comparazione e capire se si è fortunati o meno, si si è sofferto abbastanza, o troppo, o troppo poco. Ogni volta sembra di essere coinvolti in un processo di distruzione e ri-creazione, costretti all’accettazione di rinunce e perdite a causa di rotture, di strazi, di dolori, che possono presentarsi in innumerevoli forme differenti. Ma credo che quel senso di appartenenza si possa raggiungere quando, durante le tappe transitorie di riparazione, di elaborazione e di interiorizzazione, mentre si guardano ripetutamente le nuove cicatrici intenti a recuperare lentamente le funzioni di un corpo o di un’anima sofferente o in fin di vita, si tenta di mantenere viva la dignità comprendendo, profondamente, che la forza, il coraggio,la determinazione e anche la creatività necessari per resistere, lottare e raggiungere, forse, un nuovo inizio provengono direttamente da noi. Il tempo è beffardo, e se ne infischia del nostro tempo, di quello che ancora si vuole o si deve fare; ma gli arresti, le ripartenze, le cadute, i ricordi e i moniti che hanno segnato il nostro cammino certamente raccontano di noi, in maniera autentica.
      Io mi auguro che continuerà a leggerci e così a donarci le sue preziose testimonianze. E sarebbe per me un immenso piacere un giorno poter leggere un suo articolo.
      Lei di certo ha molte più storie da raccontare rispetto a me, e come dimostra ogni volta, sa farlo meravigliosamente bene. Io pubblico articoli, lo faccio per passione, ma sicuramente ho una capacità di scrivere decisamente inferiore alla sua.
      Le mando un affettuoso saluto.

      Rispondi