Asante Sana, Kennedy!

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Come una vera star, se infastidita se ne va scocciata...

Come una vera star, se infastidita se ne va scocciata…

Sbarcare all’aeroporto di Mombasa e partire immediatamente per un safari è forse il modo migliore per cominciare ad assaporare la natura del Kenya, intuire gli aspetti contrastanti di questo paese e magari soffrire di quel “mal d’Africa” del quale senti parlare da chiunque, spesso a sproposito o generalizzando.

Mal di Safari

In un safari vedi dal vivo, a ridottissima distanza, animali che hai sempre visto in tv, nei documentari, e ne rimani davvero e definitivamente affascinato. Gli animali sono i padroni, le star incontrastate di queste terre, conducono uno show i cui principi al turista medio sfuggono, come se avesse dimenticato che un tempo anche lui era parte di quello spettacolo, e non sempre come protagonista.

Ma sulle strade fra un parco e l’altro passi anche i villaggi Masai, dall’aspetto povero e precario, con miseria e polvere che ricoprono qualsiasi cosa e i bambini che ti salutano felici e bevono dai canali (un qualsiasi europeo schiatterebbe dopo atroci sofferenze intestinali).

Certo, se dalla tua tenda vedi il Kilimangiaro è già un certo lusso...

Certo, se dalla tua tenda vedi il Kilimangiaro è già un certo lusso…

Durante un safari si dorme nei lodge, o nei campi tendati, ed è un’esperienza da fare: in genere non tante tende, che chiamare semplicemente tende è molto riduttivo. Alcuni sono esageratamente lussuosi se pensi di essere all’interno di un parco, in tutti anche solo per un momento mi sono ritrovato a pensare che comunque non fossi in territorio “umano”, che nonostante la sicurezza lì non comandi veramente l’uomo. Mi sono anche chiesto con quali diversi equilibri siano vissuti in quegli stessi territori i Masai, prima che il progresso portasse i turisti, le recinzioni e una maggior distanza dai predatori della savana. E il primo contrasto avvertito è stato ritrovarsi, come capo servizio del ristorante del lodge, un Masai, dotato di camicia immacolata e inglese ordinato, dopo aver constatato quanto sia ancora abituale nei villaggi costruirsi e abitare capanne di fango, con tetti di foglie, allevare capre magrissime e vestire come probabilmente da sempre vestono i Masai.

Una classica strada all'interno di un parco.

Una classica strada all’interno di un parco.

Mal d’auto

Le strade principali sono lingue di asfalto essenziali, senza marciapiedi, in gran parte senza protezioni e spesso senza alcuna segnaletica a terra. La guida a sinistra, a memoria della dominazione coloniale britannica, non fa altro che amplificare il senso di pericolo ad ogni sorpasso o incrocio con altro veicolo. Soprattutto sulla strada principale, quella che unisce Nairobi (capitale, 5 milioni di abitanti) e Mombasa (3 milioni) e che taglia in due il Parco Tsavo, c’è un andirivieni continuo di camion, giorno e notte, probabile segnale di quanto il Kenya voglia crescere e stia crescendo, oltre a un buon numero di pulmini che fanno la spola fra le due città, coloratissimi, spericolati e sempre strapieni di persone sicuramente non ricche. In confronto le auto vere e proprie sono molto poche. Ai lati di questa strada prolifera una marea di baracche che vendono bibite o snack, effettuano riparazioni (rigorosamente appena al di fuori dei bordi, nello sterrato) o vendono carbone.

Zebre sulla vecchia ferrovia, sullo sfondo la nuova TAV Cinese.

Zebre sulla vecchia ferrovia, sullo sfondo la nuova TAV Cinese.

Negli ultimi anni la novità l’hanno portata i cinesi: con dirigenza cinese e manovalanza locale hanno costruito (termineranno a fine 2017, dopo due anni e mezzo circa di lavoro) 460 km di linea ferroviaria ad alta velocità, che sostituirà la vecchia linea ancora in uso e renderà ancora più netta la divisione dello Tsavo in Est e Ovest: nei punti in cui si aprono le entrate alle due metà del parco, non è difficile imbattersi in sparuti gruppetti di zebre o babbuini, che si aggirano tristemente a bordo strada, alla ricerca di cibo, e che poco hanno della regalità con cui i loro simili pascolano e si muovono in branchi all’interno.

Al di fuori delle strade principali, i percorsi sono tutti sterrati, più o meno dissestati, ma sempre di quella terra rossa che in breve tempo ti ritrovi ovunque. Specie nei villaggi sulla strada dallo Tsavo Ovest a Watamu, il rosso stabilisce un contrasto cromatico abbagliante con il verde rigoglioso delle palme e i colori saturi dei vestiti e dei mercatini locali. Per Natale in Kenya è tradizione regalare ai bambini vestiti nuovi, e il pomeriggio della vigilia i mercatini apparivano brulicanti di persone, colori, voci. Dappertutto, i bambini ti salutano felici come se fossi il primo bianco che vedono in vita loro, e se li saluti tu per primo sembra che la loro felicità sia ancora maggiore.

Il paradiso, di sicuro, non è molto diverso da così.

Il paradiso, di sicuro, non è molto diverso da così.

Mal di mare

Quando arrivi sulla costa, nei residence di Watamu, la musica cambia. Innanzitutto, passare dalla savana sterminata a una spiaggia bianca, con le palme, l’acqua azzurra come se fossero i Caraibi, è un bel salto. E poi, perlomeno a Watamu, gli italiani hanno costruito e creato lavoro. Non c’è solo Briatore: gli italiani che posseggono case, ville o resort sono anche altri, meno noti. La storia degli italiani in Kenya ha radici lontane, abbastanza da ritrovarsi quasi senza bisogno di imparare alcunché della lingua locale (Swahili) per farsi capire. Lo Swahili è una lingua africana di origine araba, ha preso qualcosa dall’Inglese anche se le parole arabe sono comunque la maggioranza. Non è difficile per la vita quotidiana, ma potrebbe risultare un minimo ostica da imparare. I lavoranti dei resort, parlano tutti, a vari livelli, un po’ di italiano e oltre ad usarlo per renderti la vacanza davvero semplice se ti senti pigro, lo useranno per spiegarti l’essenziale della loro lingua.

Non sei obbligato a farlo, ma si mostreranno felicissimi che tu abbia imparato “Hakuna matata” (Nessun problema), “Asante sana” (Grazie), “Karibu sana” (Prego) o “Karibuni” (Benvenuti), oltre all’immancabile forma di saluto, “Jambo”. Con alcuni, più a loro agio con l’italiano, non è difficile parlare più approfonditamente del Kenya, della bellezza del safari appena fatto e spuntare persino un invito a casa loro: molti tengono particolarmente a mostrarti come si vive in Kenya, quali sono le loro tradizioni, dove vivono con le loro famiglie.

Oltre ai lavoranti, chi ti parla Italiano sono i famigerati Beach Boys. Chiamarli famigerati è fin troppo, è quasi sovradimensionare il problema, ma anche loro sembrano quasi fregarsene per cui manterrò l’aggettivazione.
I Beach Boys lavorano sulla spiaggia, ti vendono le stesse escursioni che si possono comprare dai resort o dalle agenzie di Watamu, solo cercando di far propria l’inevitabile commissione. I resort ti mettono in guardia dai Beach Boys, i Boys fanno lo stesso nei confronti dei resort. Ma fin qui è storia conosciuta, credo qualcosa di simile capiti in molte se non tutte le città turistiche italiane. Quello che qui cambia è l’approccio.

E a Natale, con i vestiti nuovi, si va in spiaggia!

E a Natale, con i vestiti nuovi, si va in spiaggia!

I Beach Boys ti braccano, fin dal primo giorno: se passeggi, ti accompagnano, rigorosamente in due, ti accerchiano e ti riempiono di luoghi comuni, storie, racconti, secondo un copione sempre diverso e sempre uguale a sé stesso. Insistenti fino alla noia, per loro un “vedremo” equivale spesso ad un accordo raggiunto.

E poi, non ce n’è uno che si presenti con il proprio nome Swahili, tutti indistintamente hanno un soprannome in italiano: “Catania, “Capitan Findus”, “Granchio Pazzo” e così via. Come se ai ricchi tedeschi arrivati sulla Riviera romagnola negli anni ‘60, i nostri bagnini si fossero orgogliosamente presentati come “Kurtz”, “Wolfgang Amadeus” o “Herr Hamburg”. Questa forma di sudditanza, che mi ha lasciato non poco amaro in bocca, si spinge ben oltre.

A circa un chilometro dalla spiaggia di Watamu, grazie al fenomeno della marea che qui è assai evidente, si forma ogni mattina un atollo di sabbia bianchissima, anche raggiungibile a piedi, che poi sparisce nel primo pomeriggio, nuovamente inghiottito dalle acque. L’atollo è meta dell’escursione più classica e breve venduta nella zona di Watamu: ci si arriva da oltre la barriera corallina con barche a pescaggio ridottissimo, ci si rimane il tempo per qualche racconto e una grigliata di crostacei. Il nome locale di questo atollo ha un che di ottocentesco e romantico che, in un giovanissimo divoratore di Salgari e R. L. Stevenson come me, ha riportato alla memoria atmosfere e immagini a lungo dimenticate: si chiama “Sabbia di Fortuna”. Ora, dicono che al suo arrivo Briatore abbia ribattezzato l’atollo “Sardegna 2”, “…perché Sardegna 1 è in Italia”. E da allora le escursioni all’atollo hanno quel nome. Briatore è amato e odiato (“è arrogante, prepotente”, mi ha detto “Catania”), eppure anche il nome dell’atollo è rimasto quello.

Kennedy and me!

Kennedy and me!

Ma insomma…

Ma allora questo mal d’Africa, c’è? Esiste? Cosa te lo dà?
Il driver del pulmino, Kailo, per tre giorni ci ha guidato attraverso tre grandi parchi del Kenya mentre la nostra guida, Kennedy, ci illustrava in un buonissimo italiano e con abbondanza di dettagli la vita di elefanti, zebre, giraffe, leoni, impala, gazzelle, antilopi e tutta una serie di altri animali, con la fierezza di chi ha imparato a raccontare il proprio paese in una lingua diversa dalla propria. Anche se come detto molti, moltissimi in Kenya capiscono e parlano un po’ di Italiano, l’orgoglio di Kennedy faceva risultare il suo italiano ancora migliore di quanto non lo fosse già di suo.
Ecco, il “mio” mal d’Africa viene dal contrasto fra persone come Kennedy e l’incompiutezza di un paese che ha possibilità incredibili e mancanze altrettanto clamorose.

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Chi lo ha scritto

rashmani

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Informatico per vocazione, gli piace leggere, cucinare, lavorare di notte e dormire nel weekend. Parla inascoltato varie lingue europee, se necessario ne scrive anche la gran parte, e per non perdere l'abitudine sta cercando di imparare il Russo. Ha vissuto per anni fuori dai patrii confini e ha imparato ad apprezzare il varcarli, specie per periodi lunghi. Non ama partire, ma adora essere in viaggio. E' tra i fondatori de L'Undici e si occupa di tutto il lato tecnico del progetto.

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