L’infanzia invisibile nella città dei consumi

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RIFLETTORI ACCESI. La letteratura scientifica in ambito educativo ripetutamente accende i propri riflettori su una duplice visione della metropoli contemporanea.

• Da una parte, un’immagine conservatrice, localistica e dallo sguardo “consumistico”. Volta a risolvere i problemi della singola e contingente domanda dei suoi abitanti, ma poco propensa – per vocazione politica – ad alzare gli occhi sullo schermo di una proget- tualità collettiva (la sua deriva muta è la città del consumo e delsilenzio).

• Dall’altra parte, una visione progressista, olistica, dallo sguardo “solidaristico”. Volta a risolvere i problemi della domanda quoti- diana, ma con gli occhi rivolti su una città/Progetto:attenta all’insieme dei diritti-doveri della sua cittadinanza (la sua spiaggia sonora richiama i centri urbani delle idee e delle cento voci).children_514

Tra i grandi problemi – localistici e olistici – delle città del Ventunesimo secolo campeggia, ben visibile, l’Istruzione delle giovani generazioni. La nostra adesione è senza riserve per una politica scolastica a-tutto-campo nel nome di una città educativa. Argomentiamo l’urgenza del suddetto sguardo, a cielo aperto, per il governo delle città del belpaese: il solo in grado di evitare alle giovani generazioni di essere travolte nel vortice dei consumi che sempre più avvolgono le città/Mercato.

Queste, sempre più ramificano – in direzione policentrica – i sistemi formativi urbani, che, peraltro, potrebbero anche godere di una loro fecondità culturale. Nel senso che a fronte della crescente mobilità dei bisogni/soggettivi (la molteplicità degli interessi del sin- golo cittadino) occorrono nuovi mondi urbani che sappiano rispondere adeguatamente alla domanda collettiva offrendo una “rete” mobile e diversificata di opportunità: ovvero, più luoghi aggregativi.

E’ sulla dissolvenza di questa linea di tendenza pedagogica (la crescente ramificazione delle offerteeducative) che compare la sagoma inconfondibile dell’odierno spietato nemico dei bambini e degli adolescenti: le politiche urbane “neoliberiste” che mirano alla moltiplicazione incontrollata dell’offerta formativa generando, conseguentemente, città sregolate.

In questa stagione storica, l’antagonista numero/uno delle prime stagioni della vita è la filosofia della déregulation. Cioè a dire, l’ avvento di una città dimissionaria e aventiniana nei confronti del suo inalienabile compito di direzione e di guida dello sviluppo socioeconomico e civile del proprio tessuto territoriale.

Quando la città abbandona il timone-di-guida dell’emancipazione culturale della sua collettività, di fatto contribuisce a indebolire, a marginalizzare e a rendere incomunicanti tra loro le “isole” del suo arcipelago formativo: la famiglia, la scuola, gli enti locali, le chiese, l’associazionismo e il mondo del lavoro.

città famigliaE’ sullo sfondo dei citati paesaggi della “disintegrazione” che entrano in scena l’infanzia e l’adolescenza, protagoniste di età generazionali nevralgiche nell’odierna città dei consumi. Se fatte scivolare su questa muta deriva (la città del silenzio), i bambini e gli adolescenti saranno forzatamente costretti ad indossare il mantello sdrucito di un’umanità dal volto pallido e senza sorriso: ammanettata e rinchiusa nei tempi, negli spazi e nei prodotti di mercato della città nemica. Costretta a scomparire, dovendo vivere senza le chiavi della città. Dunque, un’umanità sempre più invisibile, irrintracciabile e inesistente nei suoi percorsi e nei suoi luoghi topici e conviviali. L’unica visibilità concessa é dentro le gabbie specializzate (ultra/istituzionali) dei contesti urbani: davanti al televisore e al computer in famiglia, nel banco a scuola, a “parchimetro” nelle attività corsuali pomeridiane.

Saranno infanzie e adolescenze rinchiuse in riserve (dorate?) anagrafiche: i bambini con i bambini, gli adolescenti con gli adolescenti, i giovani con i giovani. Il tutto preferibilmente con un’esplicita distinzione e separazione dei sessi, in omaggio ad un mercato che predispone accuratamente – su tavoli separati di genere – le proprie offerte formative e ludico/ricreative.children rights

SETTE DIRITTI INALIENABILI. Nella città mercato – del consumo e del silenzio – le prime generazioni si tramutano senza scampo in galline dalle uova d’oro, in oggetti della mercificazione contemporanea. Parliamo di bambini e di adolescenti usa e getta, ai quali vengono ripetutamente scippati i loro sacrosanti diritti. A partire da questi sette.

• Il diritto alla socializzazione (la città/mercato crea prevalentemente solitudine e separazione).

Il diritto alla comunicazione (la città/mercato spegne i linguaggi dell’oralità, della gestualità, della manipolazione rendendo muta l’ infanzia e l’adolescenza).

Il diritto all’autonomia (la città/mercato abilita alla dipendenza e alla subalternità i bambini e gli adolescenti nei confronti del loro tessuto socioantropologico).

• Il diritto al movimento (la città/mercato mette a disposizione i propri spazi per i parcheggi e per le attività commerciali; raramente si propone a luogo di vita aggregativa e ludica per la sua utenza).

Il diritto alla conoscenza (la città/mercato incentiva il conformismo e l’omologazione culturale: sia perché si tappezza interamente di pubblicità, sia perché costringe i suoi abitanti a lunghe sedute televisive e on line).

Il diritto alla fantasia (la città/mercato si fa scenario costellato di banalità, di consuetudine, di ritualità e di stereotipia).

• Il diritto alla cooperazione/solidarietà (la città mitizza la competitività e la concorrenzialità individualistica e privatistica).

Riconsegnare all’infanzia e all’adolescenza questi 7 diritti inalienabili significa farle “ricomparire” nei territori urbani. Significa accelerare la loro metamorfosi territoriale: dalle città del silenzio alle città dalle cento voci. Diverse e plurali.

 

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