La Tregua di Natale del 1914.

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La guerra era iniziata il 28 luglio 1914 e in pochi mesi aveva fatto un milione di morti.
Papa Benedetto XV era stato eletto al Soglio Pontificio poche settimane dopo l’inizio della guerra, in diverse occasioni aveva espresso la propria condanna al conflitto che stava mettendo a ferro e fuoco l’Europa e, all’inizio di dicembre 1914, aveva lanciato un appello a tutti i capi di governo dei paesi belligeranti chiedendo di concordare una tregua in occasione del Natale. L’appello era rimasto inascoltato.

Dopo l’inizio tronfio di retorica patriottica e trionfalistica dello slogan “Entro Natale tutti a casa”, la guerra era diventata di posizione e si stava consumando nelle trincee, snervante e sporca. Letteralmente sporca, nelle trincee si conviveva con il fango, i parassiti, i topi e i cadaveri putrescenti.

Con l’approssimarsi del Natale gli alti comandi di tutti gli eserciti coinvolti e le famiglie avevano inviato pacchi dono ai propri soldati al fronte. Fra le altre cose, i pacchi dei soldati tedeschi contenevano piccoli alberi di abete.

La Tregua di Natale 1914. Illustrazione del London News

La Tregua di Natale 1914. Illustrazione del London News

Per giorni e notti era caduta una gelida pioggia battente lungo tutto il fronte occidentale, fra Germania, Belgio e Francia, ma la sera del 24 dicembre era stellata e luminosa come, nell’immaginario degli uomini che lì si fronteggiavano e combattevano e uccidevano da mesi, doveva essere stata quella stessa sera di quasi 2000 anni prima in un paese lontano.

Innumerevoli luci punteggiavano la notte lungo le linee tedesche, i soldati avevano posto i piccoli abeti poveramente addobbati sui bordi delle trincee e avevano acceso lumi di fortuna e moccoli di candela.

In quella notte, costellata di stelle e luci tremolanti, da qualche parte vicino alla cittadina di Ypres, in Belgio, si levò improvvisamente un canto. All’inizio era una sola voce, poi un coro crescente e le parole di “Stille nacht” riempirono l’aria gelata. Dalle trincee tedesche il canto giunse a quelle inglesi dove increduli soldati commossi risposero intonando “Silent night”. Canti e carole di Natale si susseguirono per ore in tedesco e inglese per fondersi infine in un unico coro e in un’unica lingua: “Adeste fideles”.

La Tregua di Natale in una foto del Daily Mirror

La Tregua di Natale in una foto del Daily Mirror

Con l’alba del giorno di Natale, il primo Natale di guerra, il miracolo continuò. Soldati tedeschi esposero cartelli in cui auguravano agli inglesi Buon Natale e li invitavano a non sparare, loro avrebbero fatto altrettanto. Testimonianze contenute in lettere e diari raccontano che un soldato tedesco uscii dalle trincee e si incamminò nel “non luogo di mezzo” che separava i due eserciti, aveva le braccia sollevate ed era disarmato. Altri seguirono il suo esempio e, superati sorpresa e timore iniziali, gli inglesi fecero altrettanto. Si incontrarono nella terra di nessuno, divenuta terra di ognuno di quegli uomini affratellati dalle comuni radici cristiane, ancora vive e preziose, e dal senso di appartenenza ad una stessa e unica umanità.
Nei canti che erano gli stessi anche se in lingue diverse, nella comune tradizione atavica, nella triste condizione di soldati e nemici che condividevano, nel guardarsi negli occhi si erano riconosciuti.

Si strinsero mani, si scambiarono auguri e piccoli doni: whisky e tabacco, salsicce e cioccolato, bottoni e mostrine. Mostrarono con nostalgia e gioia le foto dei cari lontani. Seppellirono i morti, celebrarono messa, si raccontarono, scattarono foto. Quel giorno e nei giorni successivi lungo tutto il fronte occidentale, e non solo, si registrarono tregue spontanee con episodi di fraternizzazione fra i diversi eserciti che coinvolsero soldati e ufficiali.

Partita di calcio in occasione della Tregua di Natale

Partita di calcio in occasione della Tregua di Natale

Il calcio era lo sport nazionale degli inglesi come dei tedeschi così si improvvisarono partite con palloni e porte di fortuna. Di una di queste partite sappiamo anche il risultato: i Fritzes batterono i Tommies 3 a 2. La notizia di questi fatti straordinari giunse ai giornali che la riportarono con grande clamore: non era una guerra di popoli, ma di stati, di governi. Le alte gerarchie militari minimizzarono e insabbiarono gli episodi arrivando perfino a negarli. Alcuni ufficiali furono deferiti alle rispettive corti marziali. Gli alti comandi stabilirono periodici trasferimenti di soldati lungo i diversi fronti proprio per impedire che eventi del genere si ripetessero.

Invece tregue spontanee si ripeterono, anche se non con lo stesso commosso afflato della tregua di Natale del 1914 di cui a lungo si perse memoria. Si ripeterono fra i tedeschi e i francesi nella regione dei Vosgi. Sul fronte orientale fra i tedeschi e i russi, questi ultimi richiamati dai fermenti rivoluzionari interni al proprio paese non volevano combattere una guerra contro un nemico che non sentivano più tale. Si ripeterono in diverse occasioni fra gli italiani e gli austriaci: per esempio in seguito alla grande nevicata dell’inverno 1916/1917 quando fu “concordata” una tregua con scambio di cibo e sigarette e taglio di legna nella terra di nessuno. L’episodio è ricordato in una targa che racconta anche, con divertita ironia, che gli italiani rubarono un segone agli austriaci.

In memoria della Tregua dell'inverno 1916 fra italiani e austriaci

In memoria della Tregua dell’inverno 1916 fra italiani e austriaci

Diversi libri, opere teatrali, canzoni e film negli ultimi decenni hanno riportato all’attenzione del grande pubblico gli eventi di quei giorni del Natale del 1914, fra gli altri il bellissimo “Joyeux Noel” del regista Christian Carion e il video di Pipes of Peace di Paul McCartney.
Sono anche state poste targhe e croci commemorative in diversi luoghi del fronte occidentale. Nel centenario dell’inizio della Grande Guerra, una nota catena di supermercati inglese ha creato un commovente cortometraggio pubblicitario in ricordo di quegli eventi.
L’11 dicembre 2014 , nella cittadina belga di Ploegsteert, il presidente dell’Uefa Michel Platini ha inaugurato un monumento a ricordo di tutte le improvvisate partite disputate quel giorno di Natale del 1914 in cui il calcio unì uomini di nazioni nemiche.

Tuttavia ci fu anche chi criticò duramente quegli episodi di fraternizzazione, fra gli altri un giovane caporale porta ordini che aveva passato proprio una di quelle notti nei sotterranei di una abbazia vicino a Ypres. lo scrisse nel proprio diario e poi lo riportò nel proprio scritto più famoso: il Mein Kampf. Era Adolf Hitler.

Ragionando su quegli eventi straordinari di cui in questi giorni ricorre l’anniversario non si può non volgere il pensiero alla Siria. E all’Iraq. E alla Palestina. E all’ Afghanistan. E alla Libia. E a tante altre terre devastate e popoli massacrati da guerre sanguinose e dimenticate o ignorate. Guerre volute da uomini che non le combattono, ma le fomentano, le finanziano per i propri interessi che nascondono e calamitano dietro a odi religiosi o etnici. Di quelle guerre in Europa sono arrivate pericolose metastasi di cui iniziamo a subire gli effetti, proprio dei giorni scorsi è la strage al mercato di Natale di Berlino.

L’umanità è quindi definitivamente perduta o eventi straordinari come nei giorni di Natale di 102 anni fa possono ancora accadere?

Monumento in memoria della Tregua di Natale del 1914

Monumento in memoria della Tregua di Natale del 1914

Fonti: “La piccola pace nella grande guerra. Fronte occidentale 1914: un Natale senza armi” di Jürgs Michael, Ed Il Saggiatore. “La Tregua di Natale. Lettere dal fronte” di Del Bono Alberto, Ed Lindau.

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Chi lo ha scritto

Maria Grazia Giordano Paperi

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Nata a Lodi, ha vissuto numerose vite quasi sempre fra le due sponde del Po, quella lodigiana e quella piacentina. Ha svolto studi classici presso il Liceo Ginnasio "M. Gioia" di Piacenza, si è laureata in giurisprudenza presso l'Università degli studi di Parma. Scrittrice, poeta, ghostwriter e ghostcreative, ha esordito come autrice nel 2012 con il romanzo "E poi madri per sempre" (Edizioni Compagine), nel 2015 è uscito "Pufulet. L'asinello di Santa Lucia" (Edizioni Gutenberg). Convinta ambientalista si sposta quasi esclusivamente sulla sua bicicletta "La Poderosa", ama leggere, viaggiare, fotografare, andare al cinema, coltivare l'orto.

8 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Giuseppe Albergamo

    Complimenti, davvero un ottimo articolo. Una domanda: secondo alcune fonti, molti dei protagonisti della Tregua di Natale vennero considerati disertori dalle proprie rispettive Nazioni, e pertanto fucilati. Cosa mi sa dire a riguardo? Andò davvero così?

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    • Maria Grazia Giordano

      Buongiorno Giuseppe, sono lieta del suo interesse e apprezzamento di cui la ringrazio.
      Per quanto riguarda la tregua del Natale 1914 non mi risulta ci siano stati fucilazioni, gli episodi di fraternizzazione furono stigmatizzati dagli alti comandi, ma mi risulta che furono solo imposte periodiche rotazioni di truppe sui diversi fronti proprio per scongiurare il ripetersi di questi episodi. Verso il 1917 la stanchezza delle truppe e nuove spinte ideologiche pacifiste e rivoluzionarie che si andavano affermando in Europa portarono a episodi che andarono oltre la fraternizzazione, vere ribellioni agli ordini, insubordinazione fino all’ammutinamento ed ebbero reazioni durissime, finanche fucilazioni di massa.
      Le lascio una bibliografia sull’argomento (non mia) sperando possa essere di suo interesse. Buona lettura e buone giornate.

      Ashworth, Tony: Trench warfare, 1914-1918: the live and let live system, New York 1980: Holmes & Meier.
      Ziemann, Benjamin: War experiences in rural Germany, 1914-1923, Oxford; New York 2007: Berg.
      Saint-Fuscien, Emmanuel: À vos ordres? La relation d’autorité dans l’armée française de la Grande guerre, Paris 2011: Editions de l’École des hautes études en sciences sociales.
      Wildman, Allan K.: The end of the Russian imperial army, Princeton 1980: Princeton University Press.
      Cochet, François: Survivre au front, 1914-1918: les poilus entre contrainte et consentement, Saint-Cloud (Hauts-de-Seine) 2005: 14-18 Editions.
      Jahr, Christoph: Gewöhnliche Soldaten: Desertion und Deserteure im deutschen und britischen Heer 1914-1918, Göttingen 1998: Vandenhoeck & Ruprecht.
      Oram, Gerard: Military executions during World War I, Houndmills; Basingstoke; Hampshire; New York 2003: Palgrave Macmillan.
      Loez, André / Mariot, Nicolas / Collectif de recherche et de débat international sur la guerre de 1914-1918 (France) (eds.): Obéir, désobéir: les mutineries de 1917 en perspective, Paris 2008: Éd. la Découverte.
      Mariot, Nicolas: Tous unis dans la tranchée? 1914-1918, les intellectuels rencontrent le peuple, Paris 2013: Éd. du Seuil. Loez, André: 14-18 les refus de la guerre: une histoire des mutins, Paris 2010: Gallimard.
      Pluviano, Marco / Guerrini, Irene: Le fucilazione sommarie nella prima guerra mondiale, Udine 2004: Gaspari.
      Bach, André: Fusillés pour l’exemple: 1914-1915, Paris 2003: Tallandier.
      Sheffield, Gary D.: Leadership in the trenches: officer-man relations, morale, and discipline in the British Army in the era of the first World War, New York 2000: St. Martin’s Press.
      Bianchi, Bruna: La follia e la fuga: nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano, 1915-1918, Rome 2001: Bulzoni.
      Offenstadt, Nicolas: Les fusillés de la Grande guerre et la mémoire collective, 1914-1999, Paris 1999: O. Jacob.
      Strachan, Hew: Training, morale and modern war, in: Journal of Contemporary History 41/2, 2006, pp. 211-227,
      Watson, Alexander: Enduring the Great War: combat, morale and collapse in the German and British armies, 1914-1918, Cambridge; New York 2008: Cambridge University Press.

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  2. antonio Besana

    Desidero segnalare che la didascalia di una delle foto riportate è errata.
    In internet si trovano fotografie di soldati che vestono divise del Prima Guerra Mondiale e che giocano a calcio. Una di esse, in particolare – quella utilizzata anche da voi -, viene talvolta usata impropriamente per documentare la Tregua di Natale del 1914, spacciandola per una immagine di soldati inglesi e tedeschi che giocano a calcio. Una più attenta analisi della foto mostra che si tratta di divise estive, decisamente fuori luogo nei giorni di Natale nelle Fiandre, e che i soldati vestono esclusivamente divise inglesi. Il terreno di gioco, inoltre, è assolutamente piano e senza alcuna traccia dei crateri di granata che caratterizzavano la zona di St. Yves a Ploughsteert nel Natale 1914.
    In realtà la foto è stata scattata il 25 Dicembre 1915 a Salonicco, e ritrae una partita di calcio giocata nelle retrovie tra soldati e ufficiali della 26a Divisione Britannica, appartenenti ad unità logistiche addette al trasporto di munizioni.

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    • Diego Fabbri

      Vorrei ricordare che il signor Besana è autore di uno dei libri più importanti a livello nazionale di questo particolare aneddoto storico: “La tregua di Natale del 1914″. E’ stato il primo a tradurre e raccogliere in suddetto volume le lettere scritte da chi si trovava al fronte in quel periodo. Storicamente, non è dimostrabile che in quella parte di fronte occidentale venne organizzata una partita di calcio tra le opposte fazioni. Detto questo, al signor Besana vanno i miei personali ringraziamenti per l’ottimo testo realizzato.

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  3. Viviana Alessia

    Una bella narrazione. Episodi che non conoscevo. Eventi che fanno ancora sperare. E’ dura a morire la speranza di un’ umanità ritrovata, vera, libera dalle guerre che, di fatto, hanno invece costruito la Storia.
    Io ho sempre pensato che senza potenti interessi di mezzo, gli uomini non si farebbero la guerra: la gente deve pensare a come sbarcare la giornata, procurarsi il necessario per vivere e non a come andare a farsi scannare per essere poi un mero numero buttato là, vuoto numero fra innumerevoli numeri, sul tavolo delle trattative di ” pace” di chi la guerra la fa col binocolo.
    C’ è poi sempre qualche bastian contrario anche fra i comuni mortali che da uomini normali e comuni vivono la loro vita come meglio possono, lavorano onestamente, figliano con amore e per amore, son circondati da famiglie cui la belligeranza non passa neanche per l’ anticamera del cervello. I bastian contrari nulla hanno di diverso dal caso del caporale cui tanto dispiacquero comportamenti e sentimenti di uomini veri.
    E, come è successo con quel caporale, non manca nel vivere quotidiano di nessuno l’imbattersi in chi ha in odio l’ altro, la fratellanza, il senso di appartenenza ad un’ unica nazione chiamata Umanità che soffre e gioisce con uguali sentimenti: e’ il vicino gretto, invidioso, rabbioso, molesto cui tutto è dovuto e nulla deve dare; è il collega sgomitante e perennemente rancoroso che non si sa dove pretende di arrivare azzannando senza posa i colleghi; è il sordido individuo che usa gratuitamente violenza sui deboli.
    No, purtroppo non bastano i ” signori” padroni delle guerre: ci sono pure i ” signori” qualunque, i piccoli, marci, miserabili tra noi che ci stanno a ridosso, col loro fiato puzzolente sul nostro collo, e s’ affannano a camuffarsi pure da vittime o benefattori. Non è facile scrollarseli di dosso, gettando le loro infamita’ nel fosso che costeggia la strada, senza mezze misure. Essi sono pervicaci, persistenti, mordaci, attaccati alle loro malefatte come la calamita al ferro. Sono marci dentro, la loro radice umana è marcia. È da individui immondi di tal fatta che nasce tutta la sporcizia del mondo, ogni grande o piccola guerra del mondo, ogni strazio infinito del mondo.
    È giusto che questi ” caporali” siano venuti al mondo? Per me, certamente no.
    Sarebbe giusto toglierli dalla faccia del mondo? Pensateci su.
    Buonismi e titubanze, analisi psicologiche e speranze di redenzione sono in questi casi fuori luogo, fuori tema, fuori tempo, fuorvianti. E lasciano spazi e tempi a chi non fa che ridere e soddisfarsi e nutrire il proprio ego deviato dei cadaveri e degli strazi provocati. Non è umano lasciarli fare: ci si mette sul loro stesso livello, punto e basta. La Storia lo ha dimostrato e lo dimostra. La quotidianità è piena zeppa dell’ evidenza di cui vado qui a dire.
    Non ho mai avuto dubbi sulla naturale pacificita’ insita generalmente negli esseri umani. Sarà perché son nata e cresciuta in un contesto dove se non ci si dava la mano l’ un l’ altro non si poteva pretendere di sopravvivere. Ma piu’ avanti negli anni, in ambienti allargati abitati da ipocriti parvenus che ci tenevano a nascondere l’ odore di stalla e porcilaia da cui erano appena usciti, ambienti in cui la vita sembra piu’ facile e facilmente spendibile, ho avuto modo di toccare con mano la cattiveria, il marciume, la stoltezza, di chi si crede “superiore” per non si sa qual motivo, di chi si crede potente ed invece e’ solo prepotente e violento per natura sua. Sì, so bene che vien voglia di dire che siamo di fronte alla patologia, alla pazzia, alla folle demenzialita’. E che son da tirare in campo psichiatri e psicoterapisti per le dovute diagnosi e cure. Ma è corretto? È giusto? Conviene? Serve a qualcosa nascondere la bestialita’ di certi esseri, che non si possono annoverare tra chi ha le fattezze di uomo e donna, dietro il comodo paravento della malattia mentale? Bisognerebbe chiederlo ai milioni e milioni di esseri umani innocenti massacrati nelle guerre e nei campi di sterminio. Bisognerebbe chiederlo a chi ha patito e patisce per le angherie e le violenze di ” innocui” e ” perbenisti ” vicini, compagni di strada, di lavoro, di quotidianità.

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    • Maria Grazia Giordano

      Condivido molto delle sue riflessioni, purtroppo alle domande non posso rispondere. Grazie per il suo interessante commento.

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