I Vangeli apocrifi e il meraviglioso racconto del Natale

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Gentile da Fabriano, Natività, Galleria degli Uffizi, Firenze

Gentile da Fabriano, Natività, Galleria degli Uffizi, Firenze

La storia della nascita di Gesù, una delle più commoventi feste cristiane, è sobriamente descritta nel Vangelo di Luca, che narra come Maria e Giuseppe dovettero recarsi a Betlemme in occasione del censimento di Quirino ordinato dall’imperatore Augusto. Qui giunti Maria ebbe le doglie del parto e “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse nelle fasce e lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nella locanda”. A questo scarno resoconto Luca fa seguire l’annuncio ai pastori da parte dell’angelo, che li invita a recarsi a visitare il Bambino e ad esaltare la gloria di Dio. Matteo è ancora più sintetico: “Gesù nacque in Giudea al tempo di Erode”, ma in compenso è l’unico tra i quattro evangelisti che cita i Re Magi, senza peraltro descriverli né tanto meno dargli un nome.

Andrea de Litio, Natività, Duomo di Atri

Andrea de Litio, Natività, Duomo di Atri

Da dove vengono la grotta, i personaggi e gli animali che nelle rappresentazioni artistiche della Natività hanno arricchito nei secoli la simbologia e l’incanto della sacra rappresentazione? Nei primi secoli dopo la nascita di Cristo fiorirono una serie di racconti postumi considerati in seguito non ispirati da Dio e per questo esclusi dal Canone biblico, adottato dalla Chiesa alla fine del IV secolo. Nonostante ciò questi testi detti Apocrifi (dal greco”nascondere”) sono alla base della raffigurazione artistica della Natività, una narrazione ricca di spunti, fantastica e giocosa, una storia di origine popolare che raccoglie simbologie che circolavano da secoli tra la gente. Una “fiaba sacra” (ma non per questo meno significativa e pregnante) che traduce poeticamente il mito della nascita della divinità da una vergine, acquisito non solo dal cristianesimo ma dalle culture di tutto in mondo: Egitto e Babilonia, India e Persia, Grecia e infine Roma.

Giotto di Bondone, Adorazione dei Magi, Cappella degli Scrovegni, Padova

Giotto di Bondone, Adorazione dei Magi, Cappella degli Scrovegni, Padova

Tra gli Apocrifi il più denso di particolari è il protovangelo di Giacomo, attribuito a Giacomo il minore, apostolo e parente o fratello di Gesù, composto non oltre il 150 dopo Cristo, anche se alla rappresentazione hanno contribuito ulteriori scritti a cui si sono largamente ispirati artisti di ogni epoca. E’ notte e anche se Luca non ne specifica l’ora, si finirà per individuarla nella mezzanotte, inizio del giorno legale per gli antichi romani. Maria ha le doglie, così Giuseppe lascia la fidanzata in una grotta assieme ai suoi figli (che in seguito spariranno dalle varie narrazioni, condannando il pover’uomo a un’eterna verginità) per cercare una levatrice. Il momento è straordinario, descritto poeticamente da Giacomo come una sorta di magica sospensione del corso delle cose: “Guardai nell’aria e vidi che l’aria stava come attonita, guardai la volta del cielo e la vidi immobile, e gli uccelli del cielo erano fermi”; pastori e pecore arrestano i loro movimenti che rimangono in una collettiva esperienza di attesa e meraviglia.

I magi seguono la stella, Musei vaticani

I magi seguono la stella, Musei vaticani

All’ingresso di Maria nella cavità oscura questa si riempie di una luce intensissima e quasi insopportabile per l’occhio umano, mentre una grande stella risplende all’esterno giorno e notte. Su questo evento astrale religiosi e astronomi si sono accapigliati per secoli, arrivando i primi alla conclusione che si trattasse di un fatto miracoloso ma naturale, i secondi supponendo o l’apparizione di una supernova, o una congiunzione di Giove, Saturno e Marte nella costellazione dei Pesci. L’idea della cometa risale però a Giotto che, impressionato dal passaggio di quella di Halley nel 1301, la dipinse in tutto il suo fulgore nella Cappella degli Scrovegni a Padova. La grotta è un’eredità del simbolismo precristiano che la riteneva un’immagine del cosmo e luogo di nascita di molti dei; secondo l’Apocrifo al terzo giorno dal parto la Madonna si trasferì in una stalla appoggiando il neonato sul fieno nella mangiatoria. Per la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (XIII secolo) né il bue né l’asino osarono toccare il foraggio al punto che Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, durante il suo pellegrinaggio nei luoghi sacri tre secoli dopo, lo trovò intatto (!) e se lo portò a Roma come reliquia, dove assieme a un pezzo della mangiatoia e ad alcune fasce, è conservato nella basilica di Santa Maria Maggiore.

La levatrice incredula, Oratorio di san Bernardino, Bominaco

La levatrice incredula, Oratorio di san Bernardino, Bominaco

Per ritornare al racconto degli Apocrifi, Giuseppe riuscì infine a trovare una levatrice a cui disse che la sua promessa sposa era rimasta incinta per opera dello Spirito Santo. Al giorno d’oggi la frase è diventata una battuta, ma erano altri tempi e la donna gli credette, vide il bambino che Maria aveva partorito da sola e – capendo al volo che era nata la salvezza d’Israele – corse a chiamare una collega, Salomè. Costei non si fidava e volle controllare con un dito lo stato della verginità, ricevendone in cambio una punizione esemplare: la paralisi della mano colpevole, a cui seguì una crisi di pentimento e la conseguente guarigione da parte del divin Fanciullo. L’immagine delle due levatrici ha colpito la fantasia medievale che le ha spesso inserite nel contesto della Natività mentre preparano il bagnetto del piccolo. La crudeltà del castigo nei riguardi di una persona che nutre dubbi (a mio parere più che legittimi), inserisce il racconto negli anni in cui la Chiesa trionfante stava trasformandosi da perseguitata in persecutrice, grazie all’editto di Tessalonica del 380 d. C. che condannava a morte chi professava culti pagani. A quel tempo si stava già discutendo sulla verginità perpetua di Maria, dogma definitivamente sancito dal secondo Concilio di Costantinopoli del 553, se pur in aperto contrasto con una decina di passi del Vangelo in cui si parla apertamente di “fratelli e sorelle” di Gesù.

Simone dei crocifissi, Galleria degli Uffizi, Firenze

Simone dei crocifissi, Galleria degli Uffizi, Firenze

La più antica immagine della Natività nell’arte si trova a Roma, nelle catacombe di Priscilla, ma il tema si diffuse in modo capillare secoli dopo grazie a San Francesco, che decise di di ricostruire il presepe a Greccio, paesetto umbro non molto distante da Roma dove il santo – che lo amava per la sua povera semplicità – si recava in meditazione. Alla sacra rappresentazione non mancavano il bue e l’asino, già presenti nell’iconografia dei primi sarcofagi cristiani, ma citati per la prima volta nel vangelo dello Pseudo Matteo, tardo testo compilato dopo l’Ottavo secolo. L’interpretazione simbolica dei due animali guarda con benevolenza al forte e paziente bue, il “pio bove”ormai sparito dai campi dopo l’avvento dei trattori, ma è più critica per quanto riguarda l’asino, la cui nota cocciutaggine lo ha fatto a volte finire tra coloro che si rifiutano di intendere e volere il sacro messaggio, mentre per altri la sua capacità di reggere carichi pesanti e di compiere anche i servizi più umili, assimila l’animale a Cristo che porta la croce sul calvario. Resta il fatto che le due bestie restituiscono un tiepido e rustico calore alla scena della Nascita, in cui hanno lo scopo di riscaldare Madre e Figlio col loro fiato, e di ricordare che anche gli animali fanno parte della divina creazione.

Orazio Gentileschi, Riposo dalla fuga in Egitto, Birmingham museum Alabama

Orazio Gentileschi, Riposo dalla fuga in Egitto, Birmingham Museum Alabama

San Giuseppe – molto anziano, per non dire decrepito – è situato quasi sempre in disparte, accucciato in un angolo e semi addormentato. Perfino San Bernardino da Siena ebbe a ridire su gli “sciocchi dipintori (che) el dipingono vecchio maninconioso e colla mano alla gota, come s’ell avessi dolore”, dimenticandosi però che gli Apocrifi stessi lo descrivono vedovo e di età avanzata, una sorta di bisnonno che – proprio perché tale – non poteva avere pericolose pretese maritali su Maria. Che poi lo stesso ottantenne fuggisse dalla Palestina in Egitto durante la persecuzione di Erode facendosi 345 chilometri a piedi per salvare la sua famiglia, fa parte delle meravigliose contraddizioni dei racconti sacri, ed è un ulteriore miracolo, se pur non riconosciuto dalla Chiesa. Ultimamente si cerca di restituire al padre putativo di Gesù l’età di un giovane maturo, di un uomo in grado di lavorare e mantenere moglie e figli, anche in considerazione del fatto che a quei tempi non si viveva tanto a lungo e la favola della decrepitezza di Giuseppe stride coi fatti e i dati anagrafici.

Albrecht Durer, Adorazione dei magi, Galleria degli Uffizi, Firenze

Albrecht Durer, Adorazione dei magi, Galleria degli Uffizi, Firenze

Secondo il Vangelo di Matteo: “alcuni Magi giunsero da oriente” offrendo in dono oro, incenso e mirra. I Màgoi erano per gli antichi coloro che praticavano l’arte della divinazione, gli astrologi e i veggenti che si pensava venissero dalla Caldea, cioè dalla Mesopotamia meridionale. Queste importanti figure del presepe si stabilizzarono coi secoli: immaginati all’inizio come due, dieci, addirittura dodici, con un imponentissimo seguito di cavalieri, furono meglio definiti nel Vangelo armeno dell’Infanzia (circa V secolo) che ce li descrive sovrani di tre paesi diversi: Melkon (Melchiorre), re dei persiani, Gaspar (Gaspare), degli indiani, Balthasar (Baldassarre) re degli arabi, in un’interpretazione antropologica dell’umanità allora conosciuta che sarebbe derivata dalla stirpe dei figli di Noè, Sem, Japhet e Cam. Durante il medioevo si definì anche il loro aspetto che rimase in seguito quasi invariabile: primo tra tutti Melchiorre, vecchio e canuto, che offre l’oro, dono degno di un re; a seguito Gaspare, un bel giovane dalla pelle chiara col vasetto dell’incenso, resina di antico uso liturgico il cui forte profumo si pensava fosse gradito agli dei; e infine Baldassarre, un uomo dalla pelle scura recante la mirra, una delle componenti nei processi di imbalsamazione, adoperata nelle estreme unzioni, e adatta quindi a ricordare il lato umano e mortale di Gesù.

Reliquiario dei Magi, Duomo di Colonia

Reliquiario dei Magi, Duomo di Colonia

Dei Magi si conserverebbero anche reliquie, ripescate a Gerusalemme dall’infaticabile imperatrice Elena che le portò a Costantinopoli; traslate in seguito a Milano, nel 1162 – dopo la distruzione della città lombarda da parte di Federico Barbarossa – furono inviate a Colonia per essere messe in un magnifico e pesantissimo reliquiario d’oro massiccio attorno a cui fu costruita in seguito una grande cattedrale gotica. Per secoli la diocesi meneghina ha protestato chiedendo indietro il maltolto, ma è riuscita solo a ottenere – all’alba del secolo scorso – una tibia, una vertebra e poco altro, attualmente custodite nella basilica milanese di Sant’Eustorgio, nell’ormai spoglia “Cappella dei Magi”.

 

Fonti:

I Vangeli apocrifi, Giulio Einaudi editore; Alfredo Cattabiani, Calendario, Rusconi libri; Franco Cardini, I Re Magi, Marsilio

 https://movimentogiuseppino.wordpress.com/san-giuseppe-nelliconografia/

 http://www.stilearte.it/il-simbolismo-dellasino/

 

 

 

 

 

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