Giorni di festa

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Arrivava, finalmente. Era già nell’aria da molti giorni: un’atmosfera elettrizzante e gioiosa che pervadeva tutte le nostre azioni ipotecando i giorni a venire. Si intuiva nel freddo, negli odori, nel tepore dietro i vetri, nel sapore di minestre calde. E sarebbe stato un periodo di pranzi, di feste, di visi conosciuti e rassicuranti, di sciarpe e di castagne. Si preannunciava con l’elaborazione del menu, sempre quello, che aveva però il sapore di una liturgia sacra e assoluta.

Le donne, indaffarate intorno al vecchio tavolo della cucina, dai limiti stretti ma rassicuranti; mia nonna, nel suo solito abito scuro abbottonato sul davanti, emanava, standole vicina (le arrivavo al petto) quello strano odore di fresco che non ho mai più sentito addosso a nessuno. La casa di mia nonna, per tutto un anno pressoché deserta, si popolava improvvisamente della generazione che lei aveva generato, figli, figlie, nuore, nipoti; sciame che di lì a poco si sarebbe dileguato, ripresentandosi puntualmente l’anno a venire.

Camminare e muoversi lungo lo stretto corridoio e perdersi nelle anguste camere, aveva il sapore di nascondigli eccitanti. E il ritrovarsi, di scoperte epocali, di risate fragorose che scoppiavano a più riprese in mezzo ai discorsi dei grandi e al discreto brusio che ora le mura respiravano, facendone scorta per i mesi del silenzio. Lunghe giornate di mani che si alternavano al tavolo per scolpire con sapienza la pasta gialla per il giorno più importante. Che arrivava, puntuale e ineluttabile, dopo la vigilia di volti occhi mani che si scambiavano sorrisi chiacchiere abbracci. Infine, tutti attorno al tavolo della “sala”, in parata solenne, in silenzio gustativo, le papille tese e le orecchie, a percepire con voluttà le fagocitanti bocche che si saziavano dei cibi preparati con cura amorevole.

Subito pronti, poi, a sparecchiare e a disporre sul vetro opaco, largo e liscio, le carte, con quello strano odore stantio, gli spiccioli raggruppati in mucchietti ordinati, i semi di zucca e le arachidi, retaggio di sagre paesane. 1 Entusiasmanti partite, senza fine, inframmezzate da bollenti infusi di ruhm al mandarino in caratteristici bicchieri o tazze di vetro, incapsulate , per non scottarsi, nei loro scheletri metallici. Dolci di ogni tipo che facevano mille volte il giro del tavolo; le finestre che si aprivano, quasi a fine serata , mentre s’inoltrava nella sala , la gelida e frizzante aria invernale. Quella che mi attendeva, dopo poco, tornando a casa, avvolta in una enorme sciarpa bianca, mentre mia madre mi diceva di tenere la bocca coperta. Ed i passi di mio padre, con le sue scarpe nuove, scricchiolavano sulla neve gelata.

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