“Era un bravo ragazzo”

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No, non sto parlando di un uomo defunto. Quelli, i morti intendo, chissà perché, sono sempre, tutti, “bravi ragazzi”, anche se morti per un’overdose, per una malattia indotta –vedi cirrosi epatica da abuso di alcol- o per un incidente stradale causato dalla propria velocità o distrazione. No, non sto parlando del caro estinto, bensì di un assassino. Anche questi, i delinquenti intendo, chissà perché, sono sempre, tutti, bravi ragazzi –prima di commettere un delitto-.
bene-male

Quando sale alla ribalta della cronaca nera un omicidio, infatti, si ripropone immancabilmente lo stesso scenario. Giornali e televisioni trasmettono costantemente interviste paradossali di chi -amici, conoscenti e vicini di casa- definisce l’assassino come un bravo ragazzo! E’ buffo, diciamo così, ma coloro che prima di fare outing della propria inclinazione ad uccidere, venivano indicati come soggetti riservati, timidi, solitari… nel momento in cui ammazzano qualcuno, si trasformano, invariabilmente, in bravi ragazzi.

maniParlo al maschile perché negli ultimi tempi la cronaca nera è appannaggio dei cosiddetti reati di femminicidio. Tra le pagine di giornali e telegiornali spopolano episodi di violenza nei quali il protagonista è una figura maschile –fratello, amico, padre, marito, amante- che uccide barbaramente una donna, a volte solo in quanto tale. Tutti bravi ragazzi che improvvisamente, in preda ad un raptus, superano il limite, spingendosi oltre il litigio, oltre l’insulto, oltre lo schiaffo, fino ad arrivare all’omicidio. Certo, nessuno mette in dubbio che esistano anche le cosiddette “brave ragazze”, ma quella è un’altra storia e l’accezione di “brave ragazze” non è la stessa -ricca di compassione- riservata agli assassini.
ombraAd ogni modo, in questa stridente contraddizione manifestata dalla realtà dove bene-male, luce-ombra, angeli-demoni si contendono la scena, c’è qualcosa che non torna e allora, fioccano gli interrogativi. Mi domando: quelli che, dopo aver condotto una vita impeccabile si rivelano essere criminali, tra l’altro, molte volte spietati e crudeli, sono tutti attori da Oscar, oppure artisti inconsapevoli, o ancora, depositari di un DNA imperfetto? forse si… e forse no. Se, infatti, fossimo noi –amici, conoscenti e vicini di casa- ad essere semplicemente distratti, ovvero non sufficientemente attenti e sensibili a percepire l’ombra e la puzza che promanano inevitabilmente quando c’è del marcio?
Che cos’è che dilaga in questo mondo sempre più alienato? l’inganno dei delinquenti o la superficialità e l’indifferenza degli esseri umani?

Se, da una parte, infatti, è “comprensibile” la sorpresa generalizzata quando un adolescente viene condannato per omicidio –in fondo è ancora nell’età dello sviluppo, sia fisico che psichico-, dall’altra, invece, non lo è affatto quando ad uccidere è un uomo maturo. A sorprendere, in questo caso, a mio avviso, è proprio la reazione di sorpresa delle persone che lo conoscevano da anni, naturalmente come una persona educata e gentile, cioè un bravo ragazzo!
coltelloPassi lo smarrimento e l’incredulità universali quando un ragazzino, “puro” per antonomasia -senza precedenti penali e con un 10 in condotta- accoltella decine di volte la sua fidanzatina durante un pomeriggio in cui i genitori credevano fosse a lezione di pianoforte o ad allenamento di basket, ma quando, invece, ad uccidere è un uomo di sessant’anni, trovo assurdo che un coro unanime continui a definire quel mostro un “bravo ragazzo”! Il raptus improvviso può capitare, così dicono, ma spesso, questi omicidi sono premeditati e studiati nel dettaglio. Possibile che nessuno, nemmeno all’interno delle quattro mura di casa si accorga del malessere che sta divorando il proprio compagno, padre o parente? Il numero delle denunce è irrisorio rispetto a quello delle violenze e attorno al carnefice aleggia sempre l’eco di quella frase: “era un bravo ragazzo”.

burattiniAllora affiorano ulteriori dubbi, perplessità e interrogativi: mostri si nasce o si diventa? esiste una tendenza congenita al male, oppure la volontà omicida si acquisisce con il tempo? è possibile vestire i panni del bravo ragazzo per settant’anni e poi, d’improvviso diventare un killer spietato? è realistico pensare di poter vivere accanto ad un uomo senza accorgersi della sua inquietudine? che cos’è che fa scattare la molla della follia? frustrazione, tristezza, gelosia, esasperazione o noia? la reazione omicida è sempre imprevedibile, oppure ci sono dei segnali che per vergogna, imbarazzo o paura preferiamo tacere, magari anche a noi stessi e magari anche oltre all’evidenza? “In fondo, era un bravo ragazzo”!
dnaMa soprattutto, che cosa sta a significare il diffondersi di tanto odio, violenza e ferocia, anche tra le persone più insospettabili –padri, preti, dottori-? Un brivido serpeggia sulla mia pelle: siamo, forse, tutti potenziali assassini?

 

 

 

 

 

 

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Non possono esserci risposte univoche perché le situazioni sono nella realtà diverse fra loro, pur se il copione delle azioni appare sempre uguale.
    Lei afferma di non voler tirare qui in ballo i ragazzi che muoiono per overdose, per malattie autoindotte da comportamenti sbagliati, per incidenti causati da eccesso di velocità. Invece a me sembra che li tiri in ballo, in mezzo a situazioni di tutt’ altro genere, e non dimostri per i giovani morti sostanzialmente per loro stessa mano la pietas che dovrebbe sempre comunque accompagnare gli sbagli di un giovane. Scusi signora, ma si rende conto in che razza di società vivono i giovani oggi? Vengono cullati e stradifesi in ogni loro azione scorretta fin dall’ infanzia per poi essere lasciati soli, adolescenti, ad affrontare un mondo che tutto è fuorché sano e corretto, in grado di dare un minimo di buon esempio. Se il loro animo si ammorba, se essi si ammalano di malattie che cinquanta anni fa non esistevano neanche, lei crede che ricevano le cure dovute, l’ assistenza necessaria? Quando viene affermato che per i giovani si fa tanto, si racconta una panzana grande come il mondo. Si fa o si e fatto molto, molto di più per i vecchi, perché questi portano in barca soldi, eccome! Ha mai contato quante strutture residenziali per anziani ci sono oggi, e non da oggi, e che si mangiano pensioni, accompagnatorie, magari risparmi di una vita e perfino la casa sudata? Conti poi quante sono le strutture efficaci per la cura dei giovani che cadono nei pozzi delle dipendenze, nei pozzi delle malattie depressive dovute sì a fragilità proprie, ma abnormemente sospinte ed amplificate da comportamenti sociali e massmediatici orrendi. Un genitore anche molto accorto e proattivo può aiutare e dannarsi quanto vuole, ma sbatterà contro viscidi muri di gomma che rispediscono al mittente malattie e situazioni ingestibili e che richiederebbero investimenti pubblici consistenti. No, guardi, tra le sue righe dell’ incipit di questo suo articolo si coglie una colpevolizzazione dei giovani che non posso condividere.
    Per quanto riguarda i femminicidi, basta seguire le cronache settimanali offerte da valide trasmissioni televisive. Vi si può vedere una varietà di situazioni che fa riflettere molto. C’è la donna che subisce per anni maltrattamenti inimmaginabili, che non reagisce e in fondo non sa dire per bene perché. È ovvio che qui siamo di fronte a una donna che sbaglia e nessuno potrà mai fare vera luce sulla reale natura di questo errore, e siamo di fronte ad un aguzzino che di misterioso non ha nulla: cosa fanno gli uomini ” normali” quando si trovano in guerra? Praticano violenze e ferocie che sono inenarrabili su donne, vecchi, bambini, eppure tornano a casa e vivono ” da brave persone”, come niente fosse.
    Ci sono famiglie che hanno colto i segnali della crudeltà e della pazzia di certi uomini, ma non hanno trovato i supporti dovuti.
    Ci sono casi in cui i supporti, pur attivi e premurosi, non hanno potuto far niente per fermare la mano di chi colpisce in un battibaleno, dopo infinite azioni di mobbing e stalking che devono per forza far pensare a uno squilibrio mentale, un’ ossessivita’ malata, che non deve comunque giustificarli e lasciarli poi sostanzialmente incurati e impuniti a dovere.
    Ci sono casi in cui la fragilità e’ così tanta da indurre omicidi e suicidi , e sono forse i casi più penosi perché dimostrano quanto possa essere fragile e smarrito un uomo che aveva investito la sua vita in una donna. È pur sempre un uomo questo, in tutto sembiante agli animosi, forti, possenti uomini che in guerra hanno ucciso, brutalizzato, violentato, straziato gli innocenti.
    Cosa dire? Cosa fare?
    Il rituale interrogatorio di vicini e conoscenti non sortisce mai nulla, ovviamente: e chi ha voglia di mettersi in mezzo a situazioni tanto orrende, col concreto rischio di ritrovarsi entro tempi esigui il soggetto colpevole a passeggiare fronte casa, ché tra patteggiamenti, buona condotta, condoni, errori micidiali di valutazione da parte degli analisti, possono far tranquillamente ritorno a casa in una manciata d’ anni? Direbbe veramente ciò che ha magari visto e ciò che ne pensa lei, signora, considerato che fin qui la violenza e la disgrazia è toccata ad altri, in fondo emeriti sconosciuti?
    Fare: sì ci sarebbe molto da fare lavorando sulla prevenzione, sull’ osservazione, sulla preparazione delle strutture idonee e la dotazione di competenze umane e personali che servono nei casi d’ ispecie. Forse la chiave migliore per superare queste tragedie di datazione più meno recente è riportare nelle scuole di ogni ordine e grado l’ educazione del cuore come sostiene il professor Frabboni: sì, l’ educazione ai sentimenti, al senso del sé e dell’ altro che passa attraverso l’ applicazione alla poesia, alle arti, alla letteratura. E poi serve il ritorno ai fondamentali: meno tecnologie nelle mani di piccoli e giovani, meno spese in giochini insulsi che costringono a vivere da soli, lontani dai girotondi, dai nascondini, dai saltafossi coi pari.
    Malattie, guerre, disgrazie capiteranno lo stesso, ma forse l’ uomo cresciuto al calore dei giochi sociali, delle poesie sugli affetti, delle letture che ci descrivono per tempo lo svolgersi delle umane cose avra’ un animo più strutturato, più articolato e capace di sostenere la sua stessa sofferenza e le avversità.
    Non ci piove sopra che i genitori, tutti, vengano parimenti coinvolti nella crescita, la smettano di rincorrere il totem della tecnologia e supportino gli insegnanti di buona volontà che han voglia di far scuola sul serio insegnando socialità e umanità anziché rincorrere fili elettrici tra i banchi delle aule cariche di PC: dopo una buona base scolastica chi ha voglia di lavorare imparerà a farlo, statene certi tutti.
    Per quanto riguarda il suo ultimo quesito, signora, io credo che Caino e Abele siano le facce della stessa medaglia. Finiamola di pensare che a noi certi orrori non possono succedere: è superbia, magari classismo, magari pregiudizio. Nessuno di noi è immune da un bel niente, tant’ è , signora, che i vecchi dei miei paesi insegnavano che sappiamo sempre dove siamo, mai sappiamo dove arriveremo.
    Vorrei avere il tempo e il modo di articolare in modo migliore e più ampio il mio commento, ma l’ argomento mi crea angoscia anche perché è recente il caso del giovane figlio di una lontana compagna di giochi infantili che ha ucciso la sua giovane fidanzata che lo lasciava e s’è istantaneamente tolto la vita. Ne ho già parlato qui sull’ Undici.Penso sempre all’ abbraccio delle due , giovani e solari, future suocere, presenti ai funerali dell’ una e dell’ altra vittima e le genti che da ambo le parti versavano calde lacrime fra pensieri d’ incredulità, impossibilità di accettare e/o comprendere l’ evento terribile. E penso alle parole ferme, determinate dei sacerdoti officianti, che imponevano la pietas agli astanti, e riportavano nella mente di dio ogni conoscenza sui misteri dell’ animo umano, e ogni giudizio.

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