È la fine di internet, per come la conosciamo

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Quando, nel 1994, il mio amico Filippo mi spiegò cos’era e come funzionava la posta elettronica, non gli credetti. Dovette stamparmi uno scambio di email con tanto di orari per convincermi che la comunicazione attraverso computer era, non solo possibile, ma potenzialmente istantanea. Mi parve evidente che il mondo non sarebbe stato più lo stesso.

Lyne è un browser testuale nato nel 1992 nell'Università del Kansas (USA)

Lynx è un browser testuale nato nel 1992 nell’Università del Kansas (USA)

Altrettanto miracolosa mi sembrò la possibilità di accedere a contenuti relativi a persone o eventi dall’altra parte del mondo, senza dover accendere la televisione, scrivere lettere o fare telefonate. Di più: semplicemente “surfando” su internet con browser che erano ancora solo testuali, era possibile scoprire contenuti di cui non si conosceva l’esistenza: come si allenava la una squadra di Ultimate frisbee in Canada, quali film stavano proiettando a Londra o che tempo faceva in Danimarca.

Ma oltre a questi aspetti puramente pratici, qualcos’altro caratterizzava la “rivoluzione di internet”: il sito web della Microsoft o de “La Repubblica” erano allo stesso livello del sito della mia squadra di Ultimate frisbee, avevano cioè la medesima possibilità di essere visitati da chi fosse “entrato in internet”. Internet era, cioè, meravigliosamente neutro, libero e democratico. Tutto era uguale, tutto era sullo stesso piano: il sito di un ragazzo qualunque con pochi soldi in tasca poteva avere la stessa popolarità e visibilità di quello di un giornale potente e famoso.

Questa totale uguaglianza era meravigliosa e appariva effettivamente rivoluzionaria in quanto scardinava gerarchie e rendite di posizione secolari: il potere di informarsi e di diffondere informazione era ora nelle mani di chiunque avesse un computer e una connessione internet.

Certo, la connessione era a pagamento, così come avere un indirizzo di posta elettronica. Eppure, intorno al 1997, la sensazione di libertà e uguaglianza divenne ancora più forte quando cominciò ad essere possibile disporre di un indirizzo email in maniera assolutamente gratuita. Era un miracolo, una autentica rivoluzione oppure c’era un trucco? Come spesso accade nei tempi moderni, il trucco sarebbe stato sotto gli occhi di tutti, senza imposizioni violente o coercitive.

Nacquero le mailing list per mantenersi in contatto con amici sparsi per il mondo; nel 2001 videro la luce servizi gratuiti per creare e gestire i blog, così che per “essere su internet” non era neanche più necessaria una particolare conoscenza dei mezzi tecnici. Nel 2004 nacque Facebook, nel 2006 Twitter e il resto è storia recente. Eppure questa storia, la storia della rivoluzione di internet ha avuto una svolta drastica negli ultimissimi anni: l’internet, per come la conoscevamo, l’internet raccontata finora, è morta.

televisione_waterFino a pochissimi anni fa, infatti, i grandi mezzi di comunicazione, i politici, “i potenti” in generale non erano particolarmente interessati ad internet. La comunicazione si svolgeva, in larghissima parte, sui giornali e, soprattutto, in televisione. L’Italia è un perfetto esempio del debordante potere televisivo essendo stata controllata per un ventennio da un padrone di catene televisive nonché eccellente performer televisivo. Questo generale disinteresse del “potere” fece sì che, per un paio di decenni, internet sia stata effettivamente neutra e democratica. In maniera assolutamente gratuita nascevano siti, blog, portali, giornali online dove chiunque poteva scrivere e diffondere qualsiasi tipo di contenuti che venivano letti in modo altrettanto libero e gratuito da chiunque. Al contrario dello spettatore televisivo, il cui atteggiamento era sostanzialmente passivo, seppure di fronte ad una scelta di canali crescente, ma comunque limitata, il fruitore di internet aveva un ruolo attivo perché non solo poteva scegliere, in libertà, tra una smisurata quantità di contenuti “imparzialmente” a sua disposizione, ma anche esserne autore.

Oggi, tutto ciò è finito. Oggi, di fatto, internet non è più neutra, non è più imparziale, non è più democratica. Oggi io cittadino qualunque non sono più allo stesso piano del “potente”, oggi anche internet è diventato un mezzo asimmetrico e gerarchico. Tutto è accaduto con grande velocità, negli ultimi due, tre anni. Cosa è successo? È successo che internet è, oggi, diventato estremamente appetibile e conveniente per chi ha il potere economico di fare pubblicità al proprio “prodotto” in senso lato, ossia politici, editori, venditori in generale. Perché è sempre più su internet che le persone trascorrono il proprio tempo e fanno le loro scelte. “Vendere” il proprio prodotto su internet significa però poterlo far risaltare nell’enorme e indistinta massa di contenuti potenzialmente disponibili. Come fare? Come far sì che il fruitore di internet veda e legga soprattutto quel determinato contenuto e non altri? Molto semplice: chi distribuisce questi contenuti (semplificando: Google e Facebook) può far sì che questo accada, ossia può offrire la concreta possibilità che un determinato “prodotto” abbia una visibilità diversa e migliore rispetto ad altri. Ovviamente a pagamento.

Anche se oggi, in linea di principio, possiamo ancora accedere a qualsiasi contenuto su internet, nella realtà dei fatti, i raffinati algoritmi di Google e Facebook mettono in risalto e in cima ai nostri schermi solo alcuni di essi. Quali? Quelli che hanno pagato per essere “in prima fila” nonché i più popolari, letti e condivisi che sono tali perché sono “in prima fila” e sono in prima fila perché hanno pagato oppure perché hanno una popolarità enormemente superiore rispetto ad altri (ad esempio, il sito de “La Repubblica” rispetto al blog di Pinco Pallino). In estrema sintesi, chi ha soldi e potere si assicura maggiore visibilità: la neutralità di internet non esiste più, non siamo più tutti uguali, l’utopia della magnifica e democratica uguaglianza di internet è alle spalle.

Per avere visibilità su Facebook è sempre più necessario pagare.

Per avere visibilità su Facebook è sempre più necessario pagare.

Certo, anche oggi, potremmo spulciare tra i risultati di Google o sulla bacheca di Facebook e trovare qualsiasi cosa ci piaccia di più, ma chi lo fa? Chi si prende la briga di fare questo sforzo? Il punto è che l’essere umano è tendenzialmente pigro e passivo ed è pronto e ben disposto a consumare ciò che gli viene messo davanti. Non è un caso che il successo della televisione, basato sulla passività dello spettatore, sia stato gigantesco e planetario per decenni. E così, quando facciamo una ricerca su Google o quando “scrolliamo” con il pollice la nostra bacheca di Facebook mentre siamo sul divano la sera o in piedi in metropolitana, è assai probabile che la nostra attenzione cadrà su ciò che ci propongono Google e Facebook in base ai loro algoritmi, siano essi contenuti sponsorizzati o meno. È sempre più frequente leggere le notizie cliccando sul post di qualche giornale mainstream, magari sempre lo stesso perché più ci clicchiamo, più Facebook ce lo renderà visibile. In altre parole, il nostro atteggiamento su internet è sempre più simile a quello televisivo: passivamente fruiamo dei contenuti che ci vengono proposti, quasi sempre dalle stesse fonti di informazione, siano essi siti online di un giornale o il telegiornale di una determinata rete TV. Ovviamente abbiamo ancora la totale libertà di leggere quel tal blog del nostro amico o il giornale online realizzato da giornalisti non professionisti, ma ciò ci richiederebbe uno sforzo che, spesso, non abbiamo voglia di fare: l’essere attivi, pensanti, disciplinati è tremendamente laborioso e stancante. Il fatto che si “legge” su internet sempre più con i cellulari, ossia con un mezzo intrinsecamente legato alla velocità e alla superficialità, indica che è assai probabile che non ci prendiamo il tempo per andare oltre a ciò che vediamo inizialmente sul nostro schermo. Altrettanto ovviamente internet ci concede ancora la fantastica opportunità di mettere “in rete” i nostri pensieri, le nostre opinioni, le nostre storie. La differenza, rispetto a qualche tempo fa, è che, senza le risorse soprattutto economiche, sarà sempre più difficile renderli visibili.

smartphone-e-conversazione-01Per una delle tante ironie della storia, la televisione sta diventando invece un mezzo che offre la possibilità di essere sempre più attivi: la smisurata quantità di canali, Netflix, le smart TV, la TV “on demand”, la disponibilità di enormi archivi consentono di fare molte più scelte che in passato. In due parole cioè: siamo sempre più passivi davanti ad internet e sempre più attivi davanti alla TV.

Cosa possiamo dire in conclusione? Possiamo dire che chi c’era ha avuto la grande fortuna di vivere un periodo davvero unico e bellissimo della Storia (con la “S” maiuscola) quando era effettivamente e praticamente possibile essere parte di un mondo di condivisione di esperienze ed informazioni assolutamente democratico. Abbiamo vissuto la magnifica illusione di essere o diventare scrittori, fotografi, giornalisti esattamente alla pari dei professionisti e dei potenti. E forse qualcuno davvero è o è stato anche meglio di professionisti e potenti. È stato bellissimo finché è durato!

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Stellanigra

    Certamente.
    “Arredare” sé stessi, l’esterno e l’interno, le amicizie, i valori, scegliendo puramente da sé e senza condizionamenti facilitatori è da sempre arduo, una strada non tracciata e puntualmente solitaria e molto difficoltosa.

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  2. Gian Pietro "Jumpi" Miscione

    Purtroppo, siccome la libertà offerta da internet richiede uno sforzo, continuiamo a delegare ad altri la scelta dell’arredamento.
    E questo, purtroppo, è un atteggiamento generale che va oltre internet e la televisione.

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  3. Stellanigra

    Direi che, volendo restare sul succo del succo (ché se ci mettiamo a fare i nostalgici è finita, anche io ero un Netscape Navigator user…), è cambiato l’arredatore della nostra camera dell’eco: prima (e anche ora), con la TV erano in pochi a dettare l’ “ambiente”, una o più generazioni sono, ad esempi, cresciute con col mito meneghino-benestanti di grandi magazzini, vacanze e donne prosperose in pelliccia… Ora, sui social network, la camera dell’eco ce l’arrediamo noi; almeno così abbiamo una parte di responsabilità della qualità della nostra informazione!

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