Di cosa parliamo quando parliamo d’immigrazione

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Non riesco a prendere la parola, qualora si tratti di discutere la questione dell’immigrazione: o non voglio farlo, perché mi sembra che ogni relativo dibattito sia come falsato in partenza, permetta a ciascuno di noi di esprimere il nostro peggio, anche o soprattutto quando pensiamo, invece, di dare fondo alle nostre risorse migliori, alla nostra sincerità, alla voce del nostro “cuore”. Temo, infatti, che spesso quel cuore sia da virgolettare e finisca per essere sopraffatto da sentimenti poco nobili, da violente esigenze identitarie, le quali fanno sì che, quando parliamo d’immigrazione, si parli anche o soprattutto d’altro, che si finga un interesse, mentre si è interiormente alle prese con faccende da sbrigare non così limpide, con penosi conflitti da sciogliere, con vari tentativi di risoluzione di problemi che poco hanno a che fare con le sofferenze della materia stessa, della materia che sono i corpi in oggetto, i corpi in trasferimento, quelli ancora vivi e quelli morti, dei migranti.

Il tema viene introdotto, e succede che il contesto giunga subito a sopraffarlo: dipenderà dalla situazione sociale di riferimento, cioè, la diversità delle formulazioni che quel tema vorrebbero e dovrebbero approcciare, dipenderà da una valutazione locale delle condizioni dell’enunciazione il contenuto dell’enunciato – è uno shock relativamente comune quello di udire la stessa persona che, poco prima, aveva raffinatamente difeso un’idea “alta” dell’integrazione lasciarsi andare a considerazioni meno forbite e posare la maschera, quasi che quel suo precedente self fosse stato avvertito come inautentico, vissuto come un obbligo della buona società, la necessaria esibizione per fare bella figura: gli eventi che avvengono sulla ribalta raramente collimano con le macchinazioni e gli sfoghi del retroscena, cioè.

Il razzismo esiste, ma è qualcosa di piuttosto residuale: è un fenomeno sociale altamente più significativo, invece, quello della xenofobia, ineliminabile e non particolarmente pericolosa, di per sé, governare la quale è, o dovrebbe essere, uno dei primi compiti del politico, di questi tempi. Si tratta essenzialmente di quella “fobia del contatto” rintracciata da Elias Canetti come una costante antropologica, e ipocritamente nascosta: abbiamo paura del contatto vero e proprio, materiale, ma anche dell’ibridazione culturale e della perdita della nostra identità, che sentiamo minacciata dall’esodo dei migranti, da quella che alcuni interpretano nientemeno che come una invasione.

Razzisti non si nasce, ma si diventa: se bisogna far sì che i termini che utilizziamo mantengano un significato sensato e coerente, razzista sarà colui che sosterrà una superiorità etnica fondata sul suolo e sul sangue, non chi non riesca a nascondere le preoccupazioni prodotte dalla mutata composizione sociale – quelle fanno parte di tutti noi, che usciamo di casa e troviamo vie intere traboccanti di kebab e più nessun vinaio, un paesaggio urbano radicalmente mutato rispetto a pochissimi anni fa. Il razzista è un individuo che ha subìto un impazzimento della propria identità, un cittadino che ha sentito trascurare o dileggiare le proprie ansie e che, in ultima analisi, ha lasciato che il risentimento debordasse, prendesse stabile possesso delle proprie rappresentazioni del mondo e le rovinasse drammaticamente, spesso per sempre. In molti di noi, perciò, l’esigenza di differenziarci dai razzisti prende il sopravvento su qualsiasi altro compito, anche su quello di aiutare gli stessi migranti: paradossale, lo so.

Perché, insomma, non partecipare e non far sentire la propria voce, non difendere con forza le proprie ragioni? Perché quello dell’immigrazione è un territorio minato e denso di trappole, e proprio coloro che sembrano provvisti di ogni buona intenzione utilizzano ogni atto discorsivo come un mezzo di posizionamento etico e politico: i migranti stessi, allora, verranno utilizzati come mezzi per affermare la propria identità progressista e tollerante, e mai come fine, e questo è un peccato grave, anche da un punto di vista eminentemente laico, quello kantiano, per esempio. La fobia del contatto agisce a tutti i livelli, infatti, e quando noto che, più che preoccuparci dei destini di chi abbiamo di fronte, cioè di chi arriva sulle nostre coste, siamo ossessionati dal risultare “più a sinistra” degli altri interlocutori, dalle necessità di non essere confusi con loro, di non toccarli, io abbandono, mi ritiro, lascio perdere, perché nulla di buono potrà uscire da un gioco ideologico al massacro che fa a meno della realtà e sfrutta proprio coloro che più avrebbero bisogno di cura, di cure.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Io credo che quando si parla di immigrazione si parli di molte cose che centrano solo parzialmente col problema vero che porta con se’ ogni migrante. Il migrante e’ un esule, un fuggitivo stremato ed affamato che vuole salvare la propria vita. Oggi come oggi non mi sembra proprio si possa dire altro del povero Cristo che ne patisce di tutti i colori, per finire magari annegato dentro ad un mare che non aveva mai visto.
    Francamente io non riesco a capire perche’ su un tema tanto grave e di difficile soluzione si scatenino polemiche svariate e diverse che mi sembra facciano solo un gran fragore oscurando il cuore della situazione. Serve a qualcosa stare a dirsi che non abbiamo posto neanche per noi, risorse neanche per noi, quando servirebbe invece riunirsi tutti, guardarsi dritto negli occhi e concordare ciò che ciascun paese può fare per chi è arrivato naufrago come l’ Ulisse che noi conosciamo bene?
    Alle volte ho l’ impressione che le maggioranze stiano a guardare, come è già accaduto purtroppo nella nostra storia e ha portato vento e tempesta per tutti.
    Non pensarci, non partecipare pare l’ unica difesa o la negazione del problema: non so, quindi il problema non esiste. Si dice con facilità che i media fanno il solito frastuono perché è il loro mestiere, sennò che altro farebbero? Si parla di accoglienze e contributi dati ad estranei e tolti a cittadini, si parla di ammassamenti insostenibili, si parla di situazioni sul punto di rottura. Poi si torna rapidamente alle immagini di donne, bambini, giovani, che vengono tratti in salvo da braccia generose, di coperte appoggiate sulle spalle di donne infreddolite che stringono al petto creaturine, di copertine che avvolgono premurose neonati stretti al petto di uomini che li hanno strappati con risoluta tenacia alla morte. Tutto si confonde nella mente. Tutto sembra, inesorabilmente, un copione che si ripete sempre uguale, e più si ripete più allontana la comprensione, la compassione e la volontà di partecipazione al vaglio delle misure da adottare per salvaguardare tutti.
    Ormai ho come un’ impressione di estraniamento dalla realtà. Ho l’ impressione che si vive giorno per giorno, lontani, attoniti, abulici. La ruota gira da sé; io che centro, che posso mettermi a fare? Domani, forse, ci penserò su meglio. Oggi non trovo spunti, non riesco a trovare o ritrovare il senso di parole come integrazione, accoglienza, programmazione… Erano parole di ieri, di tempo fa. Oggi non vedo che sbarchi disperati e genti in cammino.
    Passano i giorni e nulla è cambiato, nulla cambia.
    Ovunque solo domande, sempre le stesse. Nessuna risposta. L’ aria è immota.
    È terribilmente difficile dire di cosa si parla oggi quando si parla di immigrazione. Dentro questa parola c’ è ormai tutto e il contrario di tutto.
    Tuttavia cerchiamo di scrollarci di dosso l’ assuefazione che porta a non vedere i problemi per quello che sono, in tutta la loro durezza, in tutta la loro complessità. Cerchiamo di non voltare la testa altrove sperando che il tempo risolva un presente immutabile.
    Il tempo non risolve nulla. È il cuore, è la mente che risolvono, che portano alla loro collocazione le questioni più dolorose e difficili. Dobbiamo farlo per il nostro futuro.
    Un futuro che è di tutte le persone, al di là della loro condizione, della loro provenienza.

    Rispondi
  2. racsow

    Sull’idea ‘alta’ dell’integrazione, richiamo l’articolo qui pubblicato da Maria Grazia Giordano. Il primo partito di immigrati recentemente nato in Olanda inserisce nel suo programma un ‘basta’ chiaro ed inequivocabile alle politiche d’integrazione. Forse, come dice lei, sarebbe meglio deporre la maschera, osservare la realtà senza finzioni o filtri ideologici e chiedersi semplicemente: perché? Badando che la risposta sia onesta.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?