C’è antipatia fra di noi

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Con una certa regolarità, tendono a riemergere discussioni antiche e mai risolte sull’antipatia specifica della classe intellettuale, senza che si riesca ad approdare a risultati significativi, ad acquisizioni certe: così, si resta nell’ambito del già saputo, dello sberleffo dei vezzi caratteriali, del chiacchiericcio inefficace, anche perché il tema sembra prestarsi all’articolo di costume, più che all’approfondimento saggistico. Quand’è, però, che la questione s’impone davvero all’ordine del giorno? Ogni volta che ci troviamo a dover analizzare e commentare la sconfitta elettorale di un qualsiasi candidato progressista, perché ci viene spontaneo associare gli intellettuali alla sinistra, anche se non abbiamo alcuna prova che effettivamente essi appartengano in maggioranza a tale schieramento politico: è innegabile, tuttavia, che quelli di loro che possono vantare una militanza a sinistra acquisiscano una superiore visibilità pubblica, e che per questa parte politica gli intellettuali non abbiano mai smesso di rappresentare gioie e dolori. Oggi come oggi, forse, non restano che i dolori, ed è proprio alla spocchia mostrata dal candidato perdente e dagli intellettuali che lo circondavano che spesso si attribuiscono le colpe della disfatta.

Già, ma che cos’è questa “puzza sotto il naso”? Per ragioni storiche, per come si è venuta configurando la stessa modernità, il ruolo che l’intellettuale si è trovato a dover (e voler) svolgere, fin dai propri esordi sulla scena dell’Illuminismo europeo, è stato quello di voce critica e di “cane da guardia” del Potere, se vogliamo utilizzare una formula nota per caratterizzare il compito del giornalismo di tradizione anglosassone. Difficile che l’intellettuale moderno entri in gioco per esaltare le virtù dei governanti, e quando ciò è accaduto si è parlato, infatti, di “tradimento dei chierici”: sarà più frequente sentirlo lamentarsi delle malefatte delle élites, delle ingiustizie sociali e della corruzione dilagante, con argomentazioni e toni che, a volte, sembrano fare presa anche sugli strati popolari… almeno finché le sue raffinate filippiche non vengano spodestate da qualcuno più convincente e più brutale, magari, il che accade molto frequentemente.

In contesti di generica e redditizia opposizione anti-Sistema, cioè, assistiamo a numerose esibizioni pubbliche di intellettuali progressisti che apertamente suonano il piffero della Rivoluzione, dell’assalto al Palazzo, con soddisfazione e godendo di un’ampia eco, altrimenti impossibile da ottenere con lo svolgimento consuetudinario del loro mestiere di provenienza. Siamo sicuri, però, che basti un vago ancoraggio marxista, poniamo, a differenziare il discorso dell’intellettuale dalle più diffuse recriminazioni populiste? Ecco il guaio del discorso populista-progressista (pop-prog, ma i generi musicali non c’entrano): fa il verso al discorso populista classico, ma non riesce a raccogliere un’analoga messe di voti, una volta al dunque. Ovvero: quando la voce unificata che si alza dal corpo sociale somiglia a una lagna ininterrotta, l’intellettuale progressista non riesce comunque a intercettare quel consenso e a tradurlo in preferenza politica per la propria fazione di riferimento, perché resta ineliminabile la distanza che separa la sua figura da quelle dei cittadini arrabbiati, spesso imprecisi nel dare forma alle proprie rivendicazioni e costituzionalmente ostili a qualsiasi corpus dottrinario, alle bussole teoriche senza le quali quei “lavoratori della conoscenza” si sentirebbero perduti.

Si dice che, in ogni intellettuale impegnato, si nasconda un politico mancato – fallito, cioè – e che la tentazione dell’influenza, l’ebbrezza di riuscire a sentirsi finalmente protagonisti delle vicende nazionali possano dare alla testa, andando a deteriorare la stessa attività propria, per esempio, di un austero ricercatore scientifico, che finirà con l’essere segnata da un eccesso di faziosità e dall’accecamento ideologico. C’è stato, però, chi ha risolto il problema alla radice, recidendo ogni legame che tenesse unito il proprio partito con la più ampia intellighenzia progressista: Tony Blair, il quale, una volta conquistata la guida dei laburisti, allontanò subito e in maniera brusca tutti gli accademici e gli artisti che, dall’alto del proprio sapere, coltivavano l’intenzione di suggerire e condizionare l’agire dei gruppi dirigenti.

Una domanda sembra rimbalzare dappertutto, di questi tempi: chi è che fa parte dell’establishment? Gli intellettuali possono essere considerati degni rappresentanti dei poteri forti e delle classi avvantaggiate? È anche addosso a loro che dovrebbe sfogarsi il risentimento delle masse? La valutazione dipende anche dalle differenti situazioni locali: in Italia, risentiamo ancora dell’impostazione gramsciana, cioè della progressiva penetrazione dell’influenza comunista, dell’occupazione delle “casematte” del potere capitalistico e dell’estensione dell’egemonia a tutti i settori culturali del Paese. Quindi, sì, da noi gli intellettuali progressisti possono essere interpretati almeno un po’ come “casta”, e questa loro appartenenza succede che venga avvertita dal più ampio pubblico, con conseguenze singolari: quando l’intellettuale si esercita nell’elogio obbligatorio e ribadito dell’ideale moltitudine dei senza-nome, la reazione della folla corrispondente non sarà dello stesso segno, e l’attrazione che il sociologo nutre verso i membri della società risulterà valida “sulla carta”, ma sembrerà venire meno, nell’effettivo contatto con il reale.

Quella “carta”, quelle carte su cui si sono formati gli intellettuali progressisti di ogni latitudine somigliano molto alle pagine di Rousseau, nelle quali l’emozione della fusione nel flusso popolare indistinto convive con la necessità della mano pesante, del criterio d’ordine che restituisca la “volontà generale” corretta a coloro che non riescano a percepirla. Per certi intellettuali, insomma, poco sembra essere cambiato dalla conclusione amara di quel personaggio di un dramma di Jean-Paul Sartre: “L’inferno sono gli altri”.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?