Social o no

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Prescindendo dagli anatemi apocalittici, fin troppo facili, e non mettendo in dubbio, però, che Umberto Eco avesse ragione, quando paventava l’invasione degli imbecilli, dei “webeti” di Enrico Mentana, c’è da dire che la possibilità di commentare gli articoli giornalistici, nel primo stadio di sviluppo di Internet, e la diffusione dei social network, poi, ha dato luogo a un fenomeno che, probabilmente, non ha precedenti nella storia culturale: l’accesso di massa alla comunicazione scritta, una tastiera a disposizione delle folle, la volontà dei tantissimi di lasciare il proprio segno, di imprimerlo con evidenza, nella forsennata ricerca di un’identità.

Lo scoperchiamento del vaso di Pandora è avvenuto e ha provocato la fuoriuscita di rabbie antiche, nella circostanza determinante che tali risentimenti possano essere comunicati per mezzo della scrittura, e non avvalendosi della propria estensione vocale. Non era mai successo prima che una tale mole di individui, nell’ordine dei miliardi, decidesse di ricorrere alla digitazione delle proprie opinioni, dei propri stati d’animo, delle proprie arrabbiature, piuttosto che alla semplice chiacchiera rivolta alle persone fisicamente più prossime.

“Nottola di Minerva” si sta dimostrando la sociologia, che non dispone degli strumenti interpretativi adeguati alla radicalità dei cambiamenti in corso, e si esprimerà quando tutto sarà compiuto, come la filosofia nella nota formulazione hegeliana. Chi è riuscito davvero a spiegarci come e perché quella presente sia né più né meno che una nuova alfabetizzazione? Ovvero, una ri-alfabetizzazione di larghi settori della popolazione, di tutti coloro che, prima della rivoluzione social, avevano smesso di comporre frasi sulla carta o sullo schermo con il finire della scuola dell’obbligo, perché, magari, la loro seguente vita lavorativa non li costringeva affatto alla creazione della parola scritta.

Ogni fenomeno di così ampia portata presenta aspetti positivi e negativi, nella complessità del loro intrecciarsi: ma sui pro è lecito, forse, non insistere troppo, perché la trasformazione in atto è di per sé inarrestabile e non ha molto senso promuoverla ulteriormente, spingere il treno in discesa. Poi, bisogna aggiungere che non tutti i mali vengono per nuocere e quelli specifici della vita al tempo dei social mettono alla prova noi esattamente come altri ambienti, reali e non virtuali, testavano le qualità di resistenza dei nostri avi.

Già, resistenza, perché è di questo che si tratta, in fin dei conti, e delle tecniche che è il caso di adottare in contesti fortemente competitivi e caratterizzati da una forte pressione sociale, come quelli di Facebook, per esempio: il filosofo francese Pierre Hadot avrebbe parlato di “esercizi spirituali”, al riguardo, rievocando le pratiche individuali di derivazione stoica ed epicurea che servivano al cittadino per raggiungere uno stato di benessere, di autonomia, di autosufficienza.
La quantità di like ricevuti influenza la percezione che si ha di sé stessi e del proprio ruolo comunitario, va a disegnare l’immagine che ci facciamo dell’immagine che gli altri si sono fatti di noi, segnala l’estensione della nostra identità, nel contesto più vasto dell’arena pubblica: non c’è molto da ridere e nemmeno da sottovalutare, perché il like svolge funzioni che, in altri tempi, erano affidate ad altre interazioni sociali, semplicemente. Certo, servirebbe una sorta di decalogo di comportamento, per contrastare quelle che vengono vissute dai soggetti più fragili come quotidiane sopraffazioni: le attenzioni non ricevute, le risposte non date o quelle gridate e prepotenti, l’abuso del gergo per gli addetti ai lavori che esclude chi non lo padroneggia, i riferimenti colti o semi-colti che mirano a ricostruire una qualche barriera che separi il parvenu dal membro di qualche classe o casta culturale…

Passeggere o mettere like come se piovesse?

Passeggere o mettere like come se piovesse?

Ciascuno di noi si trova ad abitare una sfera densa d’influenze, di input polidirezionali, di voci che rimbalzano e investono una pluralità di soggetti, di messaggi che esaltano o deludono i loro destinatari: un ecosistema complesso nel quale il battere di dita su una tastiera in una cameretta può produrre un tornado emotivo chissà dove, tanto per riprendere la nota teoria di Edward Lorenz. Meglio indicare un singolo comandamento, intanto, renderci utili e smettere di filosofeggiare: non danneggiare l’ambiente (e non esserne danneggiato). Sì, nient’altro che il solito monito ecologista, valido più che mai: infatti, se applicato alla vita contemporanea, acquista nuovi significati, fermi restando quelli tradizionali, che non perdono di certo la propria rilevanza.

Ma perché la parentesi e la postilla sibillina? Perché l’ambiente, oggi, è proprio (anche) quell’ecosistema, quella fitta rete di stimoli culturali che travolgono le nostre capacità esperienziali, con il rischio che si finisca risucchiati in una spirale di azioni e reazioni, o che ci si riduca ad assorbire tutto, senza più istituire gerarchie e con l’ansia di perdere il passo dei tempi, di non riuscire a contribuire al dibattito sul trend topic: è bene rispondere, allora, con un’avventura di percezione primaria alla discussione social sul “libro del momento”, ricordarsi che una passeggiata al sole vale come replica a qualsiasi like mancato, oltre che a un articolo come questo.

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