Policromia del rispetto

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Un gesto semplice e apparentemente banale come quello di pronunciare ad alta voce il termine “rispetto” -con l’accortezza di scandire in maniera precisa sillabe e accenti- è sufficiente per consentire alla mente di accedere ad un labirinto di profonde riflessioni e per svelare un’ampia prospettiva sul significato e sulle immagini che il termine stesso può evocare. Intrapreso il viaggio, non resta che attingere, come pittori dinanzi ad una tela vergine, alla tavolozza dei colori che l’universo mette a disposizione –odori, suoni, luci, ombre, sensazioni, intuizioni, emozioni- per dare forma alle suggestioni indotte dalle molteplici manifestazioni di ciò che viene chiamato “rispetto”.

ascoltareLa parola ha un suono pieno e vigoroso, senza sbavature leziose o echi sgradevoli all’udito. Tuttavia, la definizione di ciò che essa rappresenta non è univoca e, soprattutto, si presta a diverse letture e a diversi livelli di comprensione. Naturalmente, ogni singola visione è il risultato dell’elaborazione personale che un soggetto fa della realtà esterna attraverso la propria percezione. Di conseguenza, solo interpretando il rispetto come un concetto flessibile ed eterogeneo è possibile avvicinarsi alle sue innumerevoli sfaccettature.
Pur avendo, infatti, il termine, un’etimologia precisa –discende dal sostantivo latino respectus che deriva dal verbo respectare (guardare indietro, guardare nuovamente)- è ricco di venature, ognuna delle quali porta in una determinata direzione che connota una precisa sfumatura del senso unanimemente riconosciuto e condiviso del termine stesso.

Quando si parla del rispetto come di un atteggiamento, inevitabilmente, si parla di due realtà di fatto distinte, una delle quali è sempre rappresentata da un essere vivente, anche non umano, mentre l’altra, invece, può prescindere dall’essere vitale. Esiste, infatti, il rispetto reciproco tra culture e religioni diverse, tra uomo e donna, tra giovani e anziani, tra colleghi; esiste il rispetto per l’ambiente, per la natura, per gli animali ed esiste il rispetto dei diritti fondamentali.
Ad ogni modo il concetto, proprio in virtù della sua versatilità, suscita spesso sentimenti contrastanti. Il rispetto, infatti, può essere dettato, per esempio, dall’ammirazione, dalla devozione e dalla stima, oppure, invece, dalla soggezione, dal timore e dall’ubbidienza. A seconda del contesto –amicizia, amore, matrimonio, lavoro- può prevalere l’elasticità mentale e la capacità di comprensione o l’istinto di dominio e quello di sottomissione.
ascoltare Di norma, nel rapporto tra due o più esseri umani, il rispetto si manifesta in un atteggiamento di apertura totale e di accettazione. L’esperienza del confronto viene vissuta senza giudicare le caratteristiche, i pensieri, i bisogni, le percezioni, le preferenze e le scelte dell’altro; tuttavia, non sempre, tale atteggiamento empatico è frutto dalla capacità del soggetto di saper ascoltare. A volte, molto più banalmente, a monte c’è la paura. Paura di essere giudicato, ghettizzato, allontanato, escluso. Paura di restare solo e la solitudine, ahimè, spesso, è vista come una condanna, anziché come un’opportunità creativa.

Accade di frequente, infatti, che l’essere umano, probabilmente per un meccanismo di difesa, metta in primo piano le proprie esigenze, anziché quelle del prossimo. I limiti del suo corpo, allora, diventano il suo orizzonte; cieco e sordo a ciò che accade all’infuori di sé, costruisce la base del rispetto verso le cose e le persone che lo circondano in maniera superficiale. Questo automatismo difettoso, unito alla miopia dell’ego dell’individuo, altera il significato del rispetto che risulta così qualcosa di dovuto, a volte per insicurezza o comodità, altre volte per senso di colpa, altre volte ancora, per un discutibile timore reverenziale o per una distanza gerarchica. Quando, invece, l’altro è posto sullo stesso piano, l’orizzonte del singolo si espande, la nebbia che avvolge l’ego si dipana ed il rispetto trova il proprio fondamento nei principi della comprensione e della tolleranza come accettazione della molteplicità.

boccaOggigiorno, il rispetto, o meglio la denominazione del termine, è sulla bocca di tutti. Assurge a presupposto fondamentale in ogni tipo di relazione sociale. Viene spesso abusato, inflazionato, impoverito del suo valore essenziale, ma allo stesso tempo, viene costantemente arricchito da una serie di significati diversi, a volte disarmanti, altre volte, invece, incoraggianti. Se da un lato, infatti, l’utilizzo superficiale e generalista del termine imbarazza e scoraggia un animo sensibile ai principi e ai valori che stanno idealmente alla base di sani rapporti interpersonali e con l’ambiente esterno, dall’altro, proprio quell’utilizzo inappropriato apre un varco nella visione individualistica della realtà che ogni uomo, per fragilità endemica, adotta, spesso inconsapevole -a livello conscio- della finitezza della propria interpretazione. Una prospettiva diversa da quella unanimemente condivisa o la sua distorsione, infatti, può essere l’occasione per rivalutare e ampliare lo spettro di una percezione che, per definizione, è sempre un’elaborazione soggettiva dei dati offerti dagli organi di senso quando entrano in contatto con il mondo esterno.
Bisogna saper accettare chi parla del rispetto come di un atteggiamento di apertura verso il riconoscimento dell’altro, del suo modo di essere e del suo modo di agire, senza giudicare, così come bisogna saper accettare chi vede nel rispetto per l’autorità o per la dignità della persona umana l’estrinsecazione della sua stessa essenza.

bla blaCapita quotidianamente, ad ogni ora del giorno ed in ogni contesto –cronaca, politica, relazioni sociali, cultura, sport- di sentire parlare del rispetto. Di norma, l’approccio è meramente concettuale, ovvero si esaurisce in un pensiero, in una rappresentazione mentale, oppure in un’idea. Naturalmente, proprio in virtù dell’ampiezza e della democraticità di tale approccio, è consentito a chiunque di poterne parlarne: lo fa il filosofo, il giornalista, l’uomo qualunque, la moglie tradita, il parroco, la prostituta e l’assassino. Il suono del rispetto esce a gran voce da “salotti televisivi”, da innumerevoli programmi radiofonici e da spettacoli teatrali, così come dalle pagine delle riviste patinate e da quelle di dépliant propagandistici.
Vengono sprecate parole su parole al fine di trovare una definizione calzante a qualcosa che tuttavia, sembra sfuggire ad una cornice -sempre troppo rigida- fatta di riflessioni, confronti e suggestioni.

Ma che cos’è realmente il rispetto? e qual è la sua origine?
cuoreNonostante vi siano interpretazioni difformi a riguardo, il rispetto sembra, comunque, essere uno degli ingredienti fondamentali per la riuscita di sane relazioni sociali. La sua origine, senza dubbio, è antica quanto lo è quella dell’uomo. Gli esseri umani, infatti, pur somigliandosi gli uni agli altri nelle fattezze del corpo e nello spirito, sono immancabilmente diversi e unici. A volte lo sono in maniera evidente, altre volte, invece, è questione di sfumature. Ulteriori differenze legate al sesso, alla cultura, alla politica, alla religione, contribuiscono ad avvicinare e, allo stesso tempo, ad allontanare i popoli con un andamento sinusoidale. Il rispetto nasce proprio dall’urgenza rappresentata da queste diversità di trovare l’amalgama ideale per uno sviluppo armonico e integrale dell’umanità.
Ad ogni modo, qualunque significato e interpretazione si voglia dare al “rispetto”, una cosa è certa: esso, racchiude in sé una formula, che non è una formula magica accessibile a pochi, bensì una formula esistenziale per l’elaborazione di un percorso di accettazione delle diversità, accessibile a chiunque. Una formula necessaria per poter costruire una quotidianità gratificante ed una convivenza civile tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e il creato.

 

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Sarà che le parole son … parole e spesso confondono i pensieri e i concetti espressi o da interpretare, tuttavia a me par di capire che l’ articolo presenta infine il rispetto come una “formula” esistenziale che va ad elaborare un percorso esistenziale di ” accettazione “delle diversità, un percorso “accessibile” a chiunque. Se è ben vero che il rispetto deve vivere tra uomini e culture, tra l’ Umanità e il Creato, non posso condividere l’ idea che il rispetto degli altri e della natura stia racchiuso in una formula di universale accessibilità. Dovrei pensare che il rispetto non è un istinto, una struttura, un moto dell’ umanità che ci appartiene per natura, ma un formulario che, una volta aperto, un buon maestro o una autonoma capacità di lettura e riflessione, può ” insegnarci” . Dico questo non con spirito di polemica o contraddizione, ma per esperienza diretta. Ero una donna ed una docente ancor giovane quando nella scuola italiana vennero istituite le due ore di religione cattolica, accompagnate di contro dalle due ore di attività alternative che dovevano avere sostanzialmente finalita’ e contenuti di formazione morale, civile, spirituale. Nei casi in cui i docenti preposti si attennero al condivisibile dettato relativo alle finalità di entrambi gli insegnamenti, nel rispetto di tutti gli alunni, le relative attività pedagogiche vennero ad essere similari, perché entrambe si proponevano di formare spiritualità e umanità che non conoscono , per loro natura, denominazioni di sorta e spazi fisici e temporali delimitati. Secondo quello che vedemmo in molti , ed onestamente accettammo, i risultati furono istruttivi per noi adulti.I gruppi di alunni” diversi” si integravano molto meglio fra loro con le libere attività ricreative, musicali, motorie, laboratoriali,ma anche di aula, dove gli allievi di ogni ceto, razza, etnia, lingua , religione, cultura si fronteggiavano fra loro, litigavano fra loro, si rappacificavano per motivi che non era dato a noi conoscere, giocavano assieme trovando incredibilmente i loro modi di farlo, si aiutavano nelle attività trovando linguaggi sconosciuti per farlo, discutevano su tutto senza timore di essere diversi dagli altri e mostrare differenze. Le pur belle “formule” a lungo meditate e confrontate non certo solo fra i docenti, ma anche con esperti del settore, erano ben lungi dal sortire effetti del genere. Non restava che ammettere che il rispetto reciproco e per la natura è una struttura e un sentimento antropologico che si può solo sviluppare lasciando che le persone s’ incontrino e vivano liberamente, a contatto fra loro e con la natura. Nulla e nessuno potrà infondere un sentire, un modo d’ essere a chi non è e non sente. O non vuol essere né sentire. Nulla può essere accessibile in fatto di rispetto se le persone non vivono e si confrontano costantemente toccando con mano i preziosi contributi che tutti al di la’ di qualsivoglia supposta differenza, possono apportare al vivere comune. Nulla è accettabile a chi non può o non vuole vivere gomito a gomito con gli altri, i ” diversi” da lui.
    Io ho compreso molto tempo fa che parole come formula, accettazione, accessibilità sono termini deboli nei confronti della parola rispetto. La vita in se’ porta al rispetto verso tutti e tutto. Una vita intensa, fatta di relazioni multiple, contenuti infiniti, libero esternarsi di sentimenti che sussistono da sempre nell’ anima dei giusti. Per chi è snaturato non ci son formule da percorrere. Sono anni che li vedo agire e parlare sempre allo stesso modo.

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