L’America e Donald J. Trump

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Se voleste analizzare la politica americana nella sua essenza non dovreste affidarvi al raffinato e radical chic “House of Cards”, ma piuttosto allo sboccato, ridicolo, divertente, e nonostante tutto più veritiero, “The Campaign”, film con protagonisti Will Ferrell e Zach Galifianakis. (In Italia lo troverete con il titolo di “Candidato a sorpresa” anche sulla piattaforma streaming Netflix)

Quando nell’ormai lontano giugno del 2015 il tycoon americano annunciava la sua discesa in campo per le presidenziali americane, il mio pensiero è stato:
“Ed ecco a voi il futuro presidente degli Stati Uniti”.

Fin dall’inizio non c’è stata storia, ed è stato facile per Trump imporsi su candidati con più esperienza politica, ma sostanzialmente pessimi comunicatori, come lo smorto Jeb Bush, o i più vivaci ma comunque low profile Ted Cruz e Marco Rubio.

Dotti politologi come John Ikenberry o Samuel Huntington cercherebbero le motivazioni della vittoria valanga del candidato indipendente – perchè di questo si tratta, con buona pace dei Repubblicani – Donald J. Trump contestualizzando il periodo socio economico americano e mondiale, la paura del terrorismo e la differenza tra noi e loro, cioè occidentali e il resto del globo, lo “scontro di civiltà” teorizzato da Huntington.
Personalmente credo sia inutile e fuorviante ricamarci troppo. L’unico che è riuscito a capire fin dall’inizio il fenomeno Trump è il linguista Noam Chomksy: in una intervista del marzo scorso, il filosofo americano sentenziava “… è l’America impoverita”.

Trump è l’antipolitica che piace agli inetti, la demagogia, la prepotenza, l’affrontare ogni discorso semi-serio buttandola in caciara, l’avere ragione non grazie ad argomentazioni esaustive, ma alzando di più la voce rispetto al proprio interlocutore.

Gli analisti politici che nelle ore antecedenti al voto in America si affannavano ad analizzare quale sarebbe stato il voto degli indecisi, non hanno capito che questo è il risultato di una rabbia covata per anni dall’elettorato bianco del ceto medio, che negli ultimi anni si è visto defraudato del potere che gli è sempre appartenuto, a favore delle minoranze.
Trump è riuscito ad incanalare questa rabbia, ottenendo l’endorsement di associazioni come il Ku Klux Klan e dei fondamentalisti cristiani, e non sorprenda la scelta come vice-presidente di Mike Pence, che ha idee non troppo dissimili da un inquisitore dell’epoca della caccia alle streghe.

Una lunga serie di coincidenze ha favorito l’imprenditore americano, anche la scelta del candidato democratico, vale a dire Hillary Clinton: il suo più grosso handicap, essere una donna.
Certo il mailgate ha pesato, ma solo marginalmente rispetto al sessismo imperante negli Stati Uniti.

L’altro candidato democratico, che ha impensierito fra l’altro più del previsto la candidatura dell’ex first lady, Bernie Sanders, era colui che avrebbe davvero potuto dove Trump fallirà, cioè nel “make America great again”. Ma neanche lui avrebbe avuto alcuna chance con Trump: un socialista come Sanders alla Casa Bianca. Non siamo ridicoli…

I prossimi 4 anni si preannunciano essere instabili e pieni di incognite.
Quali saranno le politiche USA riguardo la politica estera, la (sempiterna?) amicizia con l’Europa, la NATO, i rapporti con Mosca, il medio oriente?
Ai posteri, se ce ne saranno, l’ardua sentenza.

Vi sono degli stati sociali in cui governano i più intelligenti: è il caso dei babbuini.
Konrad Lorenz

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Chi lo ha scritto

Nicola Bartolini

Nato negli anni '80, non è dato sapere l'anno esatto, è laureato in scienze internazionali e diplomatiche e neo-laureato in comunicazione politica. Si interessa a diverse cose tristi, come la politica e l'economia. Non si sente un clichè, ma se potesse non farebbe altro che viaggiare, ascoltare musica, leggere libri e bere monbazillac.

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