La placida visione

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Si sedeva sullo spuntone, quello dritto in fondo, al limitare del mare. E stava per un po’ a braccia conserte, a guardare lontano. Vestita di bianco: sembrava una visione.

Io rimanevo nell’ombra a respirar salmastro: odori che mai prima d’allora avevo percepito così chiaramente. Il vento soffiava, e allontanava da lei la mia presenza. Come una bestia che ha bisogno di mettersi controvento, per non dare al nemico il sentore d’essere lì.

Avrei dovuto dirle che da tempo la sua figura mi turbava, che la cercavo ed era lei che volevo. Ma, misero che ero, mi sentivo impotente.

Lei era un miraggio, con tutte le vesti di seta e, talvolta, un ampio cappello. Con la vita sottile e la chioma argentina, di chi si nutre d’entusiasmo.

Non vi era posto per me, nel suo mondo. Pura ed eterea, in ogni suo gesto, mi dava la sensazione che ci fosse un universo da scoprire, che io potevo, al momento, solo immaginare. Mi incuriosiva, contagiava anche me, la sua voglia di vivere e quel suo incedere lento, come avesse sempre tutto il tempo del mondo. Quegli spazi che quotidianamente ritagliava per sé, ormai erano diventati il mio appuntamento fisso, la mia compagnia.

Quasi sempre leggeva un libro, mai due volte lo stesso. E poi io, giorno dopo giorno, andavo a cercarlo in biblioteca e ne assaporavo la trama; fiero di soffermare gli occhi su quei passaggi che l’avevano allietata. Immaginare i suoi sentimenti in relazione a questo o a quel personaggio, metteva in moto la mia fantasia, mi spronava a tentare di capire cosa si celasse dietro a quell’universo femminile di cui, data la mia giovane età, non avevo nessuna esperienza.

Mai sentivo il suo profumo. Se lo portava via il mare, fra quelle onde bianche e taglienti, che fuori stagione hanno la capacità di mettere inquietudine.

Come fosse stata l’eroina di un romanzo, le concedevo di vivere la sua vita, di spalle, senza spingermi ad interagire. Quasi se, dentro di me, io volessi serbare il ricordo di una donna ideale, frutto di una mia creazione. Né mai nessuno osò parlare di un’allucinazione o ebbe dei dubbi sulla sua reale esistenza.

Non volli mai darle un nome, perché sarebbe stato come approdare sulla riva, e mettere fine ad un torbido naufragare che aveva alimentato demoni e visioni audaci. Mi nascondevo fra i cespugli, quando, terminata la lettura, lei si alzava e prendeva la via del ritorno. Allora, con l’affanno dei miei pochi anni, correvo ancora più distante, per impedirle di rovinare il sogno.

Una favola che mi raccontavo e che mi faceva stare bene. Alimentando il dubbio, quale mio fido alleato. Un cane fedele, con cui condividere le tante incertezze.

Le mie fantasie cozzarono con la realtà il giorno in cui, incautamente, rimasi sul sentiero. Lei non fece il solito giro e, nell’andarsene, incrociò per un attimo il mio sguardo.

Non la seguii, né corsi lontano.

Semplicemente, cessai di provare interesse.

Non rividi più quello scoglio, né quel tratto di mare. E quando i miei genitori, l’anno successivo, mi chiesero dove volessi andare in vacanza, feci il nome di un altro paese.

Strana bestia, l’essere umano. Anziché vivere le proprie emozioni, preferisce starsene acquattato controvento. Al sicuro, a cullare sogni in eterno.

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“Lettura con grazia a Howth Bay” 1902, del pittore irlandese Sir William Orpen.

 

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