Kucheza mpira

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Ovvero: giocare a calcio in Tanzania (in kiswahili).

“Da dove venite?” Il ragazzo in gialloverde è curioso di sapere cosa ci fanno due mzungu (bianchi) allo stadio.

“Italia.”

Gli occhi si illuminano. Evidentemente questa parola magica ha risvegliato nel ragazzo il ricordo di tutte le belle cose che vengono dal Bel Paese. Invece no. La domanda seguente, fatta con un grande sorriso per la verità, chiarisce le sue preoccupazioni. “Per chi tenete? Yanga o Simba?”

Gli Yanga stanno vincendo per uno a zero sui Simba e noi siamo nel settore degli Yanga. Vogliamo forse deluderlo? “Yanga, no?”

Lo dico con un tono così falso che lui si fa una bella e soddisfatta risata. E mi dà il cinque. Esame superato. Siamo salvi.

La curva dei Simba in biancorosso.

La curva dei Simba in biancorosso.

Fabio ed io siamo tra gli Yanga per caso. Nello stadio siamo entrati dal lato dei Simba e siamo passati nel settore della Yanga senza sentirci come a Baghdad. I poliziotti sugli spalti sembrano pacifici, più interessati ai movimenti dei ventidue calciatori che ad altro. Ma così non è, come si vedrà più avanti.

I sottili confini dell’Africa. Da una parte ci sono i mzungu, dall’altra gli africani. È un confine che si sposta, non ben definito come una barriera fisica. Ma chi la valica può trovarsi nei guai. Oppure scoprire qualcosa di più. Il calcio. La nostra benedizione. La nostra maledizione. La declinazione della maschilinità, dell’aggressività e della passione. Buono per ogni paese, figurarsi in Africa, dove qualsiasi cosa diventa occasione per fare carnevale.

Da qualche giorno a Dar es Salaam ferveva un’aria di derby. Un po’ come a Siena prima del palio. Le radio rimbalzavano interviste di giocatori e di tifosi eccitati. La città riscopriva l’antica rivalità tra gli Yanga e i Simba, nemiche già dagli anni trenta, quando a Dar es Salaam vivevano poco più di 30.000 persone sotto la corona di Sua Maestà Britannica. Gli Young Africans erano soprattutto africani del quartiere popolare di Kariakoo, una zona centrale densamente popolata che ricorda per confusione e potenziale criminale i quartieri spagnoli di Napoli. I Simba avevano un pedigree leggermente più elevato, essendo formati da africani più educati e da arabi. Nemici? Non esageriamo: rivali sportivi. Il derby è l’occasione per prendersi in giro, di gonfiare i muscoli della voce più che i pettorali. La Tanzania non è nota per essere un paese violento. Le persone sono molto rilassate, ma sappiamo bene la trasformazione in cui incappano i maschi romanisti e laziali quando c’è il derby a Roma.

Yanga-Simba è la partita dell’anno. Non solo in Tanzania, ma anche in Kenya, Uganda e Burundi. Club locali di tifosi e pub col maxischermo pronti a sintonizzarsi. Ma noi due (Fabio ed io) volevamo vederla dal vivo.

Nessuno ci avrebbe fermati.

Infatti nessuno ha cercato di fermarci quando abbiamo indagato su dove si trovassero i biglietti. Abbiamo immaginato complicate modalità. Invece è bastato andare ad una pompa di benzina in centro. Ci siamo avvicinati con timore, aspettandoci posti di blocco e blindati dell’esercito per tenere separate le orde dei tifosi. Abbiamo immaginato la celere tanzana schierata con idranti e bastoni, e sguardi sospettosi verso i mzungu.
Un chioschetto delle bibite e una decina di ragazzi che bighellonano davanti. Nessuno ci si fila.

Tutto qui?

Snack da stadio.

Snack da stadio.

Ma le sorprese non sono finite. Da quest’anno allo stadio si entra con una carta elettronica che si paga via telefonino. 20.000 scellini per i distinti (otto euro). Due minuti in tutto. Siamo quasi delusi.

All’ingresso dello stadio una sorpresa dietro l’altra. Entriamo nello stadio nella più perfetta tranquillità come se andassimo al cinema. Tutto questo NON può essere normale. Un normale cancello elettronico come quello della metro di Roma. Nessuno ci chiede i documenti, la tessera del tifoso, le vaccinazioni e un certificato di salute mentale. Ci fanno entrare senza controlli, senza metal detector e senza che i poliziotti ci guardino come se gli avessimo rovinato la giornata e come se solo una randellata sul cranio potesse compensare la seccatura. Siamo due normali spettatori che vanno a vedere una normale partita di calcio in un normale pomeriggio di sabato.

Anche il tifo è normale.

A suo modo.

Alle tre lo stadio è un vulcano in piena ebollizione. Non so che metafore usare per descrivere il caos che regna nel catino dello stadio nazionale, frutto composto di tamburi, vuvuzuelas, balli e canti di sessantamila africani che hanno deciso di divertirsi a squarciagola. Il rumore è solido, scende come una cascata liquida, ti entra nello stomaco, ti toglie il respiro e la parola. È qualcosa che ti scuote e ti fa sentire parte di una gigantesca festa in cui non c’è più alcuna differenza tra gialloverdi e biancorossi. Conta solo fare rumore, il più possibile, e tutto questo andrà avanti per novanta minuti, senza dimenticare l’intervallo e il recupero. E quindi anche noi mzungu (ne ho contati cinque, noi compresi, nel nostro settore, qualcun altro ci sarà sicuramente) facciamo parte della festa. Viene voglia di ballare.

Finché arriva il fattaccio. Al 29° del primo tempo il gol dello Yanga con un sospetto aiuto di mano del centravanti Twambe (vedi il video del tifo). Caos intorno all’arbitro che perde la testa ed espelle per proteste il capitano dei Simba Mkude. L’errore arbitrale è la miccia che accenderebbe anche un eschimese, figurarsi un africano, per quanto pacifico come il tanzano.

La polizia è intervenuta contro i facinorosi.

La polizia è intervenuta contro i facinorosi.

Dalla curva dei Simba parte una violentissima contestazione, qualcosa che non si era mai visto prima, diranno le cronache del giorno dopo. Finalmente ci troviamo in un clima familiare. Che derby è senza incidenti? Siamo accontentati. I tifosi biancorossi divelgono le poltroncine e le gettano sulla pista di atletica. Due minuti di completa follia. Nei successivi due minuti la polizia interviene con i lacrimogeni (tanto per essere tranquilli, alcuni dei celerini sono dotati di fucili e non vorremmo sapere di cosa sono carichi). Passano altri tre minuti e la curva dei Simba si svuota.

La soddisfazione per l’ordine restaurato e il pensiero che dovremmo chiedere alla polizia panzana di mettere ordine tra i nostri ultras non cancella la sgradevole sensazione che qualcosa potrebbe andare terribilmente storto. Cominciamo a sospettare che la paura dei tanzani per la polizia abbia qualche fondamento reale e che noi due non vorremmo trovarci faccia a faccia con le forze dell’ordine locali.

Più tardi sentiamo di aver varcato un ulteriore sottile confine che separa la vita degli stranieri bianchi dai tanzani. Accade quando all’uscita una folla straripante di ragazzi si accalca intorno ad un cancello sorvegliato da alcuni poliziotti con pazienza limitata. Quando cominciano le grida e le proteste della folla, appare una specie di ninja, un poliziotto col passamontagna e il basco rosso che, semplicemente alzando il bastone, provoca l’immediata fuga di tutti a distanza di sicurezza, noi mzungu compresi, che non abbiamo capito nulla ma che abbiamo istintivamente reagito facendo la cosa più ovvia. Scappare. La foto della scenetta che ho scattato mi è poi valsa una pesantissima reprimenda da parte di un altro poliziotto che, visibilmente furioso, mi ha minacciato in swahili.

Calca all'uscita. Il poliziotto ninja risolverà.

Calca all’uscita. Il poliziotto ninja risolverà.

Per quello che ci riguarda, la storia non finisce qui e ci sarà un altro fuori programma con rottura dell’asse dell’auto nel parcheggio dello stadio, il calare delle tenebre, l’apparizione di figure inquietanti, un principio di panico in assenza di una qualunque persona affidabile a cui chiedere aiuto finché l’arrivo di un meccanico salvatore che porta il pezzo di ricambio e rimette l’auto in sesto, non ci toglie dagli impicci. Io ci ho rimesso 200 euro. Il compagno ha subito l’abilissimo furto del cellulare da parte di un ragazzo gentilissimo.

Poteva andare molto peggio.

Al ritorno a casa tiriamo un sospiro di sollievo. I mzungu rischiano grosso quando si allontanano dai percorsi prestabiliti. Ma rischiare è l’unico modo per conoscere davvero il paese e per capire che la vita reale in Tanzania non è quella dei grattacieli del centro e delle sale di ricevimento degli hotel di lusso, dove alti funzionari e consulenti internazionali discutono le strategie per lo sviluppo sostenibile. Quello che abbiamo avvertito è il pericolo sempre in agguato di una rottura improvvisa, con conseguenze imprevedibili, dell’apparente pacifica normalità del paese. Dubito che saremo molto più prudenti in futuro. La sottile linea tra la vita dei mzungu e i tanzani cambia in continuazione e ci si può trovare dall’altra parte della barricata senza accorgersene.

Per il resto, per le due squadre di calcio il giorno dopo sono scattati i provvedimenti delle autorità. Il Ministro dello sport Nape, dopo aver ispezionato i danni allo stadio, ha mandato la richiesta di risarcimento alle due squadre e ha proibito di usare l’impianto a tempo indeterminato. Per il momento il diktat resiste. Ed è come se il CONI avesse deciso che Roma e Lazio giocheranno il resto del campionato a Frascati.

Il gioco del calcio in swahili. Anche questo un passaporto per scoprire l’Africa.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?