Il Museo Bailo di Treviso

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Capita, raramente, ma a volte capita, che in tempi in cui si lamenta scarso interesse nei confronti di cultura e buona Architettura, temi tra loro strettamente interconnessi specialmente quando si parla di museografia, succedano dei veri e propri piccoli miracoli. Capita magari, che in contesti considerati dai più come marginali, o in ogni caso ancora, verrebbe da aggiungere ingiustamente, rimasti al di fuori dei riflettori del circuito artistico-culturale nazionale, vedano la luce progetti che se ricevessero l’attenzione che meritano, magari un’attenzione che andasse oltre il locale, rappresenterebbero casi studio virtuosi di savoir-faire progettuale, applicabili anche in contesti differenti, che potrebbero agilmente assurgere a vere e proprie fonti di ispirazione per l’intero panorama culturale italiano.

Treviso, nelle immediate vicinanze della cinquecentesca Porta Santi Quaranta, lungo Borgo Cavour, al civico 24, la cortina praticamente ininterrotta delle facciate presenta una soluzione di continuità. Impossibile, percorrendo la via, fare a meno di notarla. Già da sola, questa particolare condizione della forma urbis è sufficiente per far capire l’importanza e la visibilità che un intervento progettuale comporta, nella buona e nella cattiva sorte, se inserito in un contesto simile.

La facciata del Museo, nella sua scialba veste novecentesca dovuta ad una pressochè integrale ricostruzione a seguito dei bombardamenti del ‘44, risultava priva di carattere e in particolar modo inadatta ad esprimere la caratura istituzionale dell’organismo edilizio e in particolare la sua condizione di unicum, sia per forma che per funzione, dell’edificio rispetto al contesto circostante.

Il tema di facciata si rivela quindi, fin da subito, uno dei  punti cardine sul quale si rende necessaria maggior attenzione durante la riflessione progettuale. Nel progetto di Rapposelli, Puggina e Tesar il museo civico decide di aprirsi nei confronti della città, invece che rifuggirla. Più che un’apertura si potrebbe parlare di concessione, un permesso di entrare, un timido voyeurismo concesso al passante che camminando lungo il corso, di sera, non può fare a meno di notare la nuova cosidetta “finestra del chiostro” che, traguardando un’intera stanza giunge infine al chiostro interno, consentendo di scorgere lo splendido gruppo scultoreo dell’Adamo ed Eva di Martini, restituito alla città tramite una sottoscrizione popolare che ne ha permesso l’acquisto ad opera di cinquecento benefattori, i cui nomi sono incisi in una targa collocata nell’atrio. Ripensata completamente è anche la piccola piazzetta antistante l’ingresso principale che, tramite un equilibrato gioco di dislivelli e un sapiente accostamento di materiali eterogenei riesce a giungere ad una elegante composizione formale.

2Elemento aggiuntivo nonché punto nodale di imprescindibile importanza è poi l’atrio d’ingresso, una lunga galleria illuminata da luce zenitale ricavata racchiudendo in un volume quella che era solamente una stretta calle tra due edifici adiacenti, e che ora vive di vita nuova, ponendosi come vero e proprio sistema distributivo e organizzatore dell’intero complesso. Sono state eliminate poi la maggior parte delle superfetazioni e in particolare la maggior parte delle pareti interne non portanti in modo tale da recuperare la spazialità che doveva caratterizzare l’antica struttura monastica e che sembrava  caratteristica ormai perduta da tempo. Degna di nota è poi la riflessione sulla scelta dei materiali impiegati, i rivestimenti sia interni che esterni sono tutti realizzati a calce. Soprattutto al primo livello, soffitti e solai si alternano tra strutture antiche e nuove introduzioni, denotando un atteggiamento progettuale responsabile e rispettoso del contesto ma non per questo succube della preesistenza, come accade invece in altri coevi progetti italiani di recupero e restauro, il cui atteggiamento eccessivamente reverenziale finisce per non produrre un progetto di Architettura, ma di pura sistemazione.

Come si avrà certamente intuito, non è questo il caso. Le scelte compiute sono responsabili, i pavimenti in terrazzo alla veneziana perfettamente conservati che caratterizzano una buona parte del primo livello sono stati interamente recuperati, così come lo sono stati numerosi solai lignei a cassettoni finemente decorati, che rivedono nuova primavera nella splendida cornice costituita dalla finitura muraria interna, del colore di un’arena esotica, e carica di una moltitudine di sfumature che solo una finitura a calce sa dare.

L’inserimento discreto di esili serramenti in acciaio ossidato e cerato nobilita le aperture preesistenti, mentre, filologicamente, è stata mantenuta una distinzione per quanto riguarda le aperture realizzate ex-novo, per le quali è stato previsto un acciaio inossidabile, materiale analogo ma con una percepibile finitura differente che permette un’immediata discriminazione visiva tra i due tipi di bucature.

La palette materica dell’intervento, seppur limitata, risulta nel complesso ben orchestrata e ciò è testimoniato nel palese raggiungimento della spesso agognata unità d’insieme, per mezzo della finitura superficiale delle pareti, unità fisica e materica percepibile durante il percorso museale tutt’altro che scontata per un complesso come quello del Bailo, costituito da una summa di volumi eterogenei sia per caratteristiche formali che per datazione storica.

3Un’architettura museale non può però prescindere dalla progettazione dell’allestimento. Il percorso museale ruota attorno ad un insieme variegato di circa trecento opere, tutte facenti parte del patrimonio dei musei civici ed è costituita per la maggiore dalla più completa collezione delle opere di Arturo Martini (1889-1947), trevigiano, ampiamente riconosciuto come uno degli scultori italiani più espressivi e innovativi del Novecento. Un grande sperimentatore materico, come dimostra la raccolta di circa centoquaranta opere, gruppi scultorei caratterizzati da una profonda eterogeneità materica che spazia dalla terracotta al gesso, dalla pietra al bronzo alla ceramica per arrivare anche a sperimentazioni sull’impiego del cemento.

Lungi dal voler essere un’esposizione monotematica, la collezione ospita un gran numero di tele, specialmente un’interessante selezione di ritrattistica veneta otto-novecentesca in cui spiccano in particolar modo le opere dei Ciardi e del Serena nonché altri artisti loro coevi e magari non ancora parimenti noti.

Il progetto museologico a cura di Gerhardinger, Lippi, Mazza, Manzato e Stringa lavora in stretta connessione con il progetto dell’allestimento curato da studiomas giungendo ad un equilibrata armonia contenitore-contenuto.

L’abaco dei basamenti che supportano i numerosi gruppi scultorei sono colte variazioni a partire da un tema comune, ovvero i materiali di cui sono composti: un’elegante graniglia di basalto nero legata con cemento caratterizza la parte inferiore, mentre una graniglia di marmo bianco di Carrara costituisce la parte sommitale. I vari basamenti sono organizzati in un abaco multiforme e cangiante che consente di valorizzare appieno le singole opere che tali sostegni supportano. L’impressione generale è di totale armonia delle parti nel tutto, le opere sono ben collocate, le grafiche e le tele disposte principalmente sulle pareti interne mentre le sculture generalmente più prossime alle finestrature per permettere alla luce di accentuare al meglio i dettagli e le superfici del modellato.

5

Un generale atteggiamento di amor vacui sembra dettare la sistemazione delle opere, rifuggendo casi studio come il patavino Civico degli Eremitani, (peraltro realizzato anch’esso in un’ex struttura religiosa a distribuzione claustrale), che risente forse di un eccessivo numero di opere, tutte magistrali si intende, si parla di Giotto, Veronese e Tintoretto, ma che stipate in così grande quantità, in spazi così ridotti finiscono per perdere di vigore e non fornire al visitatore un punto di vista adeguato per godere appieno dell’opera d’arte esposta.
L’intera cifra stilistica dell’intervento potrebbe essere racchiusa nel concetto di “traguardo visivo”. Espressione che ben descrive quanto succede tramite l’apertura della “finestra del chiostro” ad esempio, coincidente peraltro con l’antico accesso all’edificio monastico. È ciò che incontriamo salendo le scale che portano al primo piano dove, attraverso un ampio varco ricavato in una parete interna, ci è possibile intravedere il liscio cemento armato gettato in opera in casseri metallici di cui sono composte le due poderose travi che sorreggono la copertura dell’atrio. Ma è anche quello che avviene nella zona della pinacoteca al piano superiore, dove in una delle sale della ritrattistica sono presenti due piccole feritoie, quasi delle balestriere, che permettono un’osservazione fugace discreta e riparata di quanto avviene al piano inferiore lungo la galleria d’ingresso.

Ma non solo, il traguardare non avviene solo nei confronti dell’interno, come accennato in precedenza il complesso mira a riallacciare un rapporto con la città, non a rifuggirla. Per tale motivo ai vari livelli, forme e disposizioni peculiari di nuove bucature si alternano alla ricchezza delle aperture preesistenti, tutte unite dal medesimo interesse, fornire una degna cornice a elementi scelti di quel macrocosmo che è il paesaggio circostante. Si alternano quindi visioni di giardini, una pianta o di un albero nello specifico piuttosto che di una vera da pozzo o particolari dettagli di edifici circostanti.

Il piccolo museo respira ora, in seguito all’intervento, aria nuova, un’atmosfera internazionale che di provinciale non ha nulla, così come nulla avrebbe da invidiare rispetto ad altre contemporanee strutture espositive europee.

Nell’insieme ne risulta l’interessante caso studio di un museo inserito in una piccola città che sta con fatica cercando di farsi riconoscere lo statuto, peraltro verrebbe da dire totalmente meritato, di città d’arte e che decide, nel suo programma culturale di investire sul locale. In aggiunta, sempre in controtendenza rispetto a quella tradizione spesso imperante oggigiorno che consiste nel lanciarsi in mirabolanti mo(n)stre temporanee di dubbia utilità civica che vada oltre il semplice incasso, costituite unicamente dal sensazionale accrocchio di grandi nomi commerciali raggruppati tra loro mediante collegamenti che spesso rasentano il ridicolo, decide di optare invece, coraggiosamente, per una collezione permanente.

Una raccolta di opere non di passaggio, ma stabili, inserite in una collocazione degna e ragionata maggiormente rispetto a quanto avviene nel caso di un’esposizione temporanea, che in sé è sempre il raggiungimento di un compromesso, o nei casi più estremi, di un adattamento a cui viene sottoposto l’organismo architettonico.

Ci troviamo di fronte ad un caso diametralmente opposto a quello del concittadino complesso di Santa Caterina, dove si sta deliberatamente smantellando la pinacoteca stabile e al fine di destinare l’intera struttura solo ed unicamente per ospitare le famose temporanee offerte dalla premiata ditta goldiniana. L’intervento del Bailo vuole insegnarci una ricetta alternativa.

Ci dimostra che, per investire nel settore culturale nel nostro paese, non bisogna per forza ricorrere alieni artisti del mainstream, ma che qualora fosse possibile si può anche decidere, senza per forza esser presi per pazzi, di investire nell’arte autoctona, sempre se questa ne possiede le caratteristiche, ottenendo parimenti un buon riscontro di pubblico, sempre  ricordando comunque che un museo civico non sarà mai un investimento strettamente attuato in vista di un ritorno economico, quanto un servizio che viene offerto alla collettività.

Preme riportare l’attenzione su questo specifico caso studio poiché dalla sua data di inaugurazione, soprattutto da parte della stampa nazionale, non sembra aver ottenuto l’attenzione che merita. Preme ricordarlo perché è un caso che, opportunamente studiato, potrebbe fare scuola, indicando per altrettante piccole città italiane una via possibile di fare museografia, investendo nell’arte dei propri luoghi con la stessa serietà e competenza di quanto sarebbe portata a fare nei confronti dell’arte conosciuta internazionalmente, nobilitando meritevoli artisti spesso sconosciuti alle grandi masse, riportando alla luce veri e propri capolavori iniquamente ignorati troppo a lungo.

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Mattia Giusto

Classe 1994, ½ Veneto ½ Friulano, nato e cresciuto in quel nordest che viene spesso ingiustamente ricordato solo per la piccola e media impresa e per le sue velleità secessioniste. Ha vissuto per un anno negli Stati Uniti esorcizzando così il suo “sogno americano”. Ama il suo paese che ritiene il più bello del mondo e che non vorrebbe veder governato né da chi si dichiara aprioristicamente destra, né da chi sinistra, né tantomeno Sammontana ma da chi possiede i contenuti migliori. Frequenta l’Università degli Studi di Ferrara, si interessa di Architettura e di Politica e scrive su L’Undici perché spera di dimostrare che non sono argomenti poi tanto distanti tra loro. Ama giornalismo serio, Prima Repubblica e french touch. Odia clichés, ignoranza e anglicismi.

Perché non lasci qualcosa di scritto?