Ci manca Gramsci

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C’è un italiano che sembra riscuotere più attenzione e credito oltre i confini nazionali, da qualche decennio a questa parte, ed è Antonio Gramsci: non che le sue opere non vengano tuttora studiate e celebrate, nel nostro Paese; è che nessuno sembra più prenderle sul serio, e le sue pagine si tende a considerarle nobili ma polverose, buone per un’altra epoca politica. Al contrario di quanto è avvenuto da noi, la lezione gramsciana è stata applicata e continua a dimostrare una vitalità sempre rinnovata negli Stati Uniti, dove la figura del teorico e militante sardo è riuscita ad affascinare più i teorici conservatori che quelli progressisti: com’è possibile? Invece di compulsare e commentare argutamente le sue pagine, come si è soliti fare a sinistra, gli intellettuali repubblicani statunitensi hanno stabilito (consciamente o meno) che, per i destini del loro movimento, sarebbe stato più utile provare a calare gli insegnamenti gramsciani nella pratica, nella lotta politica, incardinandola attorno al perno ideale dell’egemonia: e gli effetti si vedono, verrebbe da dire.

Se esiste un pensatore progressista che non sia snob, la cui lettura e frequentazione intellettuale non produca il tipo umano del radical-chic che conosciamo bene, il sostenitore medio internazionalmente diffuso e unificato di ogni schieramento di sinistra, quello è Gramsci: il che è motivo della sua scarsa fortuna presso la stessa “sinistra al caviale”, ma anche del suo successo sull’altro lato, quello conservatore. Ciò che è avvenuto recentemente negli Stati Uniti con la vittoria inaspettata di Trump dovrebbe insegnare qualcosa, ma c’è da dubitare che lo faccia, dal momento che lungo tutti questi decenni le occasioni per imparare la lezione sono state tante, e tutte sprecate: abbiamo a che fare con una tara genetica della sinistra contemporanea, non con un difetto di circostanza, e per una sua trasformazione reale non basterebbe e non basterà un ricambio dei gruppi dirigenti, dal momento che la loro selezione è opera dei militanti, e che questi condividono e, spesso, esasperano l’atteggiamento stesso dell’élite.

Di fronte a un avversario convincente come Trump – che non era convincente per noi, non era convincente per la stragrande maggioranza degli intellettuali, dei commentatori, degli opinionisti, ma lo era per una buona parte della popolazione –, Gramsci avrebbe suggerito di ascoltare e rispettare le sue ragioni, e di agire di conseguenza: come? Di certo, non come Hillary Clinton, che ha impostato tutta la propria campagna sulla sottovalutazione e sullo scherno dell’avversario. Un’egemonia culturale, che troverà poi compimento nella realizzazione politica, si costruisce cercando di inglobare le ragioni avversarie in un discorso più comprensivo: quando arrivano le richieste popolari, le lamentele degli esclusi e degli arrabbiati, tentare di includerle nella propria geografia simbolica significa elaborare una proposta di cambiamento che ne riconosca la realtà e riesca a declinarle in senso progressista.

Più o meno a partire dagli anni Sessanta, il progressismo contemporaneo ha mutato la propria identità e, da forza politica elementare e primitiva delle classi lavoratrici, è diventato l’accampamento prediletto dai militanti per i diritti civili, prima, e dagli intellettuali, poi: inizialmente in America, e in tutto l’Occidente, di lì a poco. L’onda lunga di una tale snaturamento delle identità originarie ha provocato un radicale spostamento a destra dell’asse politico statunitense, con il netto prevalere di presidenti repubblicani su quelli democratici, a partire dal 1968 e fino al presente, al 2016 di Trump; ma anche l’affermazione di Margaret Thatcher, sul suolo britannico: è probabile che sia Reagan che Thatcher, oggi, verrebbero bollati come populisti, e questo la dice lunga sulla cautela con cui dovremmo utilizzare una tale categoria, per far sì che non valga per ogni candidato non progressista e privo di un dottorato di ricerca – che possa e debba valere per Trump, invece, è ovvio.

La lotta politica per il consenso, vista dal basso, ha sempre meno a che vedere con i fatti, e sempre più con i simboli, perché quello politico resta uno dei pochi fattori che permettono un’identificazione efficace e rapida, presi come siamo nel caos degli stimoli e dei riferimenti che inondano le nostre vite e promettono, però, appartenenze e riconoscimenti più stratificati e meno utilizzabili. Seguire Gramsci significa preoccuparsi meno della propria identità e metterla interamente al servizio della pratica politica: quante volte, in questi anni, il militante progressista è sembrato, invece, dedicarsi alla costruzione della propria purezza, facendo attenzione a mettere in risalto tutte le differenze che lo separavano dal detestato elettore di destra.

Chi non è certo della propria identità dedicherà tutto il proprio tempo a tamponarla, ad affinarla, a lucidarne i bordi, e chi non ha dubbi, invece, sulle radici ideali che lo legano alla propria storia politica avrà un comportamento più laico e non tremerà, di fronte a tutte le occasioni che gli capiteranno di confrontarsi con chi avanzi ragioni opposte e, a prima vista, inconciliabili con le proprie. Un fiero oppositore di Trump, poco prima del verdetto elettorale, invitava tutti a non votarlo perché il tycoon newyorchese “non ha la minima propensione per la lettura e lo studio”: c’è da immaginare la soddisfazione dei tanti elettori democratici che riconoscono in sé stessi un più alto grado di raffinatezza culturale, ma la politica, fare politica in senso gramsciano è tutt’altro. Per lunghissimi anni, la sinistra ha ideato le proprie proposte modellandole sul negativo di quelle altrui, evitando ogni possibile sovrapposizione, in un gioco d’incastri: la sinistra è stata una monumentale e burocratica tecnica di rilassamento, ha consentito ai propri simpatizzanti di ottenere rassicurazioni a buon mercato e un buon sonno notturno, protetti dai pericoli della realtà, che richiede di stringere mani sconosciute, di perdere i vecchi amici e di farsene di nuovi. 

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