United Colors of Fondaco

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Mai come in tempi recenti, l’Architettura, quella scritta con la maiuscola, è stata chiamata a riflettere sulle sue profonde, e non a tutti note, implicazioni sociali. Non che in precedenza non fosse tenuta a farlo, ma casi studio recenti hanno imposto l’inderogabile necessità di iniziare ad interrogarsi seriamente sulla questione.

Siamo a Venezia, sestiere San Marco, nel suo cuore pulsante, affacciati sul Canal Grande, proprio di fronte a quella celeberrima isola realtina da cui nacque tutto, e stiamo parlando di un fontego, nello specifico l’antico Fondaco dei Tedeschi, già Palazzo delle Poste dal ventennio in poi, profondamente rimaneggiato e alterato nel corso dei secoli e nel 2008 acquistato da Edizioni Srl, holding del Gruppo Benetton che ne ha incaricato un architetto di fama internazionale del restauro e dei lavori necessari al completamento della nuova veste di cui si intende dotare l’edificio. La firma è appunto quella di nientemeno che Rem Koolhaas, acclamato direttore della scorsa Biennale, un nome posto quasi a sigillo di garanzia di un intervento di tale portata.

Come ha scritto Giancarlo De Carlo, le operazioni speculative, per buone o cattive che siano, cercano spesso la copertura professionale di grandi architetti, Norman Foster progettò a Milano il quartiere di Santa Giulia, che doveva sorgere sopra un immenso deposito illegale di scorie nocive.

È tramite contributi fondamentali come quello di Paola Somma, associato di Urbanistica allo IUAV e il suo Benettown, piccolo trattato il cui titolo è una crasi perspicace che già preannuncia i suoi contenuti, e che forse meriterebbe di essere riletto con maggiore attenzione, che si riesce a comprendere l’influenza, non per forza sempre virtuosa della storica famiglia trevigiana sulla città nell’arco degli ultimi vent’anni. Ne emerge il ritratto di un gruppo imprenditoriale che, dalle tristemente note operazioni del Monaco e del Ridotto (quando acquistò un intero isolato), passando per il riuso degli spazi della ex libreria Mondadori, poi sfrattata tramite il subentro, considerato forse più à la page di Louis Vuitton, e giungendo infine a quel supermercato che di “stazione” conserva ormai solo il nome che è Santa Lucia, controllata attraverso Grandi Stazioni, società di cui Benetton è uno dei soci privati di maggioranza, negli ultimi vent’anni ha avuto, nella definizione dell’immagine della città, verrebbe da dire a differenza del Comune, un ruolo tutt’altro che passivo. Lo scritto, fra le varie cose, si sofferma sulla figura del mecenate, «termine che nel dizionario significa munifico protettore di artisti e per antonomasia colui che promuove e sostiene finanziariamente l’attività artistica», riflettendo sul fatto che forse l’uso del termine fatto spesso da parte dell’amministrazione in alcune dichiarazioni in materia è da ritenersi quantomeno improprio. Segnala poi, che alla fine di questo cosiddetto ventennio di “mecenatismo”, molte operazioni si sono concluse, altre sono ancora in corso, ma certe condizioni si sono consolidate, e appare ormai sempre più chiaro che più denaro scorre in città, più denaro manca nelle casse del Comune.

RIALTO

RIALTO

Riguardo al caso specifico in questione, durante l’intero iter che ha portato dall’ideologia iniziale alla realizzazione fattuale del progetto, la stampa, nei pochi casi non apertamente schierati verso un tacito assenso, è stata, questo va riconosciuto, vittima di un vero e proprio veto di toccare un argomento e un dibattito ritenuti scomodi. Come dimenticare quando in occasione del convegno tenuto all’Ateneo Veneto su “Venezia e l’architettura moderna”, il presidente Baratta rimbrottò una giornalista per aver chiesto notizie riguardo al restauro del palazzo allo stesso Koolhaas, novello direttore della Biennale architettura, trasgredendo così a quella nota in calce al programma del convegno che faceva esplicitamente divieto di nominare il caso studio del Fondaco, per espresso volere del gruppo proprietario del Palazzo.

Era il 2014 e le poche obiezioni che si susseguirono da parte dell’opinione pubblica vennero lestamente liquidate con la promessa di dare una nuova vita all’edificio “in una destinazione conforme alla sua storia”, seguito dall’enunciato quasi dogmatico “non vi sarà infatti nessun albergo o residenza, ma la sua destinazione sarà esclusivamente commerciale”.  Come se tale sentenza bastasse quale totale rassicurazione riguardo la bontà dell’operato del gruppo interessato.

Ora, varrebbe forse la pena, in mancanza di altre dichiarazioni ufficiali, ragionare sulle parole dello stesso progettista, architetto (autodichiaratosi) radicale e profondamente moderno, forse nemmeno così effettivamente adatto ad un intervento di questo genere, non tanto per sua colpa, quanto, come sostiene un polemico Gregotti, per quella del gruppo che l’ha scelto come progettista.

Varie sono le scelte progettuali che testimoniano questa inadeguatezza, e vari elementi denotano, nonostante l’esperienza pluriennale del progettista, alcune lacune, alcune mancanze, nel momento in cui si trova ad affrontare un tema così complesso. Si potrebbero fare svariati esempi, ma il più lampante e chiaramente afferrabile anche da un non addetto ai lavori riguarda forse uno dei temi maggiormente nominati dell’intero intervento, la terrazza panoramica, tanto acclamata quanto incredibilmente superflua, ma non per strani veti da vetusta e (a targhe alterne) intransigente Soprintendenza, quanto per un intervento contemporaneo che miri a stabilire un rapporto consapevole col contesto in cui intende inserirsi e che quindi ne studi se non la storia, se per ignoranza non gli interessa, ma quanto meno le peculiarità, i caratteri salienti che ne sottolineano la diversità rispetto al resto del mondo.

Venezia non è mai stata, a differenza di molte altre città magari anche sue  contemporanee, una città pensata per essere osservata dall’alto, mai è esistito il concetto di panorama, mai questo pensiero è balenato nella mente di chi ne realizzava le facciate, le vesti, di chi ne scolpiva il volto, mai una famiglia patrizia si sarebbe sognata di occupare gli ultimi piani di un palazzo, Cristinelli, ordinario di Restauro allo IUAV sottolinea giustamente come «la smania della visuale mozzafiato altro non è che un afflato commerciale degli ultimi anni»,  la cultura veneziana è sempre stata tutta un gioco di scorci e prospettive angolari. Di qui forse la sua stessa unicità. I campanili, su tutti quello di San Marco che rendono possibile, per loro palese natura, quel tipo di osservazione della forma urbis, non erano lapalissianamente stati concepiti per tale funzione.

Fulvio Irace, con un brillante intervento sul Sole 24 Ore riporta poi le parole stesse del progettista in questione, che parlando di shopping come sinonimo di modernizzazione lo definisce «atto fondamentale dell’urbanizzazione» facendo riferimento a quando nel 2001 il soggetto in questione, Rem Koolhaas pubblicizzò la sua personale idea di shopping come «l’ultima forma di attività pubblica» strizzando evidentemente un occhio a casi studio quali Las Vegas e Singapore. Realtà leggermente differenti da quella Veneziana.

Per Koolhaas: “il Fontego rinasce come grande emporio proprio sull’esempio cinquecentesco: non è una trappola per turisti (…) non è un parassita, ma un dispositivo urbano che offre un insieme differenziato di attività che rispondono alle esigenze quotidiane della città”.  Ora, data la complessità della situazione (tutt’altro che aurea) in cui attualmente si trova Venezia, con il suo spopolamento dilagante, il numero di “veri” cittadini ridotto di giorno in giorno, di tutto si potrebbe dire, meno che necessiti impellentemente di un emporio del lusso.

Ma questa obiezione, anche se fondata, vale unicamente se, (come sembrerebbe quasi scontato pensare), le basi dal quale muove un intervento di questa portata mirano ad un miglioramento di qualità della realtà cittadina. Come d’altro canto dichiarato da praticamente tutti i player che ruotano attorno a questa grande operazione, per citarne uno su tutti: Philippe Schaus, presidente e ceo di Dfs, che incalzato da una giornalista del Sole 24 ore riguardo alla responsabilità civica dell’intervento risponde: «Non siamo speculatori né vogliamo sfruttare il territorio. Al contrario: speriamo che il Fondaco diventi un punto di riferimento per gli stessi veneziani».

Forse sta in quello stesso speriamo la cifra esatta del problema. La repentina presa di coscienza, il lapsus freudiano dello stesso personaggio, che tradisce tutta quella sicumera e quelle rassicurazioni di facciata rivelando un punto di debolezza o se vogliamo il cuore stesso del problema, una insufficiente attenzione o quantomeno uno scarso interesse nei confronti di quello che dovrebbe essere un punto nodale dell’intero intervento, il rapporto, inteso in quanto relazione e scambio reciproco con la città, e con chi quella città la vive, sì, la vive, non ci vive, per sottolineare una volta ancora che, per quanto alle streme, esiste ancora una cittadinanza che si possa chiamare attiva e non semplicemente passiva, anche riguardo a questi temi, e che, speriamo noi questa volta, continui ad interessarsene concretamente.

Almeno fino al punto in cui l’intervento toglierà finalmente ogni maschera, dichiarandosi per quello che è realmente, ovvero una maxi-operazione prettamente finanziaria, interessata e rivolta ad un altro tipo di pubblico, ovvero quei 20, anzi da studi recenti come quello ragionato del Professor Lanapoppi, che implementando i precedenti studi del rapporto COSES di dati non ancora valutati, (viene da dire forse nemmeno troppo per sbaglio per chi conosce l’autorità in questione), quali quelli emersi dai dati dell’Osservatorio Casa del Comune, (che rivela che già nel 2008 le attività alberghiere non dichiarate ammontavano al 22%), e prevedendo un aumento annuo, stimato per precauzione al 3% giunge ad una cifra che stima, in maniera attendibile in 30 milioni il numero di turisti che annualmente invadono la città, ma che sono appunto visitatori, e come tali, di passaggio.

In tal caso l’intervento in questione sarebbe ineccepibile.

Lo dichiarassero apertamente allora, l’ipocrisia insopportabile sta nel continuare a definire l’intervento come la creazione, o meglio la restituzione a Venezia di uno spazio che gli è sempre appartenuto di diritto, uno spazio della città e della cittadinanza quando invece si sta facendo un’operazione che come interlocutori non ha la cittadinanza locale, la collettività appunto, quanto quelle suddette decine di milioni di “foresti” (nel senso Veneto del termine per carità), che annualmente “popolano” la città del Leone.

Fin dal XIII° Secolo, per otto secoli, seppur con funzioni ben distinte, passando dall’antico Fontego, salvo le “appropriazioni indebite” napoleoniche e asburgiche, a sede delle Poste Italiane, la struttura in questione è stata edificio chiave per l’intera città e per la sua collettività, resta in dubbio quanto l’attuale progetto, nelle sue pur nobili premesse e intenzioni, sia riuscito a mantenere e preservare di questo rapporto virtuoso tra l’edificio e la realtà cittadina.

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Chi lo ha scritto

Mattia Giusto

Classe 1994, ½ Veneto ½ Friulano, nato e cresciuto in quel nordest che viene spesso ingiustamente ricordato solo per la piccola e media impresa e per le sue velleità secessioniste. Ha vissuto per un anno negli Stati Uniti esorcizzando così il suo “sogno americano”. Ama il suo paese che ritiene il più bello del mondo e che non vorrebbe veder governato né da chi si dichiara aprioristicamente destra, né da chi sinistra, né tantomeno Sammontana ma da chi possiede i contenuti migliori. Frequenta l’Università degli Studi di Ferrara, si interessa di Architettura e di Politica e scrive su L’Undici perché spera di dimostrare che non sono argomenti poi tanto distanti tra loro. Ama giornalismo serio, Prima Repubblica e french touch. Odia clichés, ignoranza e anglicismi.

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