Un macabro concorso

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Aveva iniziato anche a piovere, questa mancava! Non solo aveva fatto un sacco di chilometri per ritrovarsi in una città sconosciuta, tutt’altro che deserta la domenica pomeriggio. Nell’incedere caotico, ci voleva l’ombrello a farla sentire ancor più a disagio! Senza contare quella brezza sottile, tipica dei giorni grigi d’autunno, che s’insinua appena sotto al bavero dell’impermeabile, e rende tutto quel che sta intorno estremamente viscoso.

Perché ci era venuta, proprio non se lo sapeva spiegare. Ogni volta sperava di mettere a tacere il suo ego smisurato, pensando che una vittoria l’avrebbe appagata. Ma questi concorsi si rivelavano sempre gli stessi: insulsi, pilotati, scialbi, autoreferenziali per le persone sbagliate. Eppure, puntualmente ci cascava e partecipava, raccontandosi che forse avrebbero portato a qualcosa di buono, mentre invece avrebbe dovuto ammettere che era sola e non sapeva come passare la domenica pomeriggio. Che il pigiama ormai era liso, quasi fosse anch’esso stanco della sua vita sedentaria davanti alla tv.

E così, eccola qui, nell’elegante centro storico di una cittadina di media grandezza e dall’urbanistica relativamente moderna; davanti alla porta di un palazzo in stile rinascimentale, dove un cartello con affisso nome e data della premiazione era ad attendere avventori che, come lei, avevano deciso di essere presenti. Entrò tutta soddisfatta, visto che era riuscita a trovare subito il posto. E poi su, per la ripida scala, dove giovani ragazze si scambiavano informazioni sull’evento che, sicuramente, avevano loro stesse organizzato.

Il suo pensiero andò immediatamente al fatto che, fra tutte e due, sarebbero a malapena arrivate a 50 anni. Se avesse ammesso che era invidiosa della loro giovinezza, si sarebbe sentita sicuramente meglio. Invece, aveva passato la vita a criticare gli altri, con cinismo e ferma determinazione. Se solo avesse impegnato quel cipiglio per emergere, adesso non sarebbe stata una nullità che partecipa alla premiazione di concorsi letterari per dare un senso alla domenica pomeriggio. A quarant’anni suonati, sarebbe uno scrittore – a lei piaceva farne una categoria, e non una distinzione di sesso.

Il suo ombrello, bagnato, andò ad accatastarsi accanto alla parete, insieme a quello di tanti altri.

La stanza era gremita e poco illuminata. Alle pareti erano appesi arazzi nella tonalità del rosso cupo e dell’oro, ormai logori, di cui si avvertiva chiaramente l’odore di polvere mischiata a quella del riscaldamento già acceso. Trovò una fila libera, ma subito dopo arrivò una famiglia chiassosa, con due bambini che proprio non volevano mettersi quieti, e lei preferì avanzare e andare a sedersi accanto ad una donna corpulenta, giusto a ridosso del muro.

La cerimonia iniziò subito dopo, fortunatamente, con la premiazione del concorso come priorità in scaletta. Tutto andò esattamente come da copione. Lei non vinse: ottenne una segnalazione di merito. Il suo racconto si distinse, ma a vincere fu un tale che baciò con calore la presentatrice, due volte sulle guance. Al solito, un uomo anziano del posto, il cui scritto inanellava banalità dall’inizio alla fine. Ma tanto i concorsi sono pilotati, sai che novità!

Vinse dei libri che le parvero anche usati, o comunque poca cosa. Accettò, con un sorriso, il diploma col suo nome che le porgevano, e poi tornò al proprio posto. Non era fiera di sé. Quando aveva letto il suo racconto, la voce tremava in maniera penosa. Aveva perso la riga, si era impappinata mica poco. La gente in sala parlava, era disattenta. Se solo non fosse stata così emotiva, forse avrebbe potuto catturare l’attenzione del pubblico, invece…niente.

Era così “tapina”, che non aveva nessuno a farle una foto ad immortalare il momento. Però poteva confidare nel fotografo ufficiale, quello che, frenetico, andava avanti e indietro per la sala, catturando un gran numero di scatti. Forse aveva ripreso anche lei, e di lì a pochi giorni, avrebbe condiviso le foto sulla pagina Facebook dell’evento. Lei avrebbe scaricato e postato la sua: altrimenti a che serviva partecipare a queste manifestazioni, se poi non ti potevi vantare con gli amici?

Finita la premiazione dei racconti, le imposte della stanza vennero chiuse e fu fatto buio assoluto. Lei avvertì un certo malessere, quasi fosse rimasta imprigionata. Per andarsene con eleganza, avrebbe dovuto attendere la fine della presentazione di un romanzo. L’autore, un ragazzo giovane, era seduto al centro della scena, col libro fra le mani, e si apprestava ad iniziare. Un faro era puntato su di lui e sulla sua camicia bianca. Una presentazione al buio, con la chitarra che accompagna, era senza dubbio una cosa suggestiva, ma anche un po’ “claustrofobica” per le anime in pena come lei.
Quando l’autore iniziò a parlare, capì che invece era interessante, e per un po’ si scordò del tempo che passava. Nell’intervallo si riaccesero le luci. In molti ne approfittarono per lasciare la sala, mentre lei si avvicinò al fotografo, per chiedere spiegazioni.

«Scusa, ma poi le postate su Facebook queste foto?».

Il tizio la guardò e rispose di sì, che fra qualche giorno sarebbero state disponibili sul sito dell’evento. La sua voce era nasale. Una cascata di riccioli gli conferiva un’aria ambigua. Era un uomo, questo era sicuro. Nonostante i lineamenti femminei, appariva come la brutta copia del pianista Allevi. Sorrise fra sé, poiché era solita trovare alle persone delle somiglianze, malgrado nessuno lo venisse a sapere, o quasi.

«Te lo chiedo perché io sono sola, e talmente sfigata che non ho nessuno che mi faccia uno straccio di foto».

Al solito, era stata patetica anziché spiritosa. Pensava sempre di fare dell’ironia su se stessa, e invece parlava semplicemente troppo. Il fotografo infatti, si limitò a sorridere, e, quando le luci si spensero di nuovo, tornò al suo lavoro.
Uno scattare frenetico, lo sentiva operare qualche fila più in là, appena dietro alle sue spalle.
Quando le sembrò di averne abbastanza di tutto quel cicaleccio – tutte quelle disgrazie che l’autore-attore “vomitava” loro a ritmo di chitarra – si alzò con cautela, e si incamminò verso l’uscita.

Nessuno l’avrebbe notata, lei era lì solo per ricevere il suo premio, e non aveva dato confidenza. “Missione compiuta”, si diceva fra sé, mentre passava fra alcune persone che, in piedi sulla porta, erano uscite a fumare una sigaretta, sul ballatoio del cortiletto interno appena prima delle scale.

Unica scocciatura: cercare l’ombrello fra i mille che ora stavano accatastati lungo la parete. Provò a spostarne un po’, e fu fortunata. Il suo comparve quasi subito, e si lasciò sfilare docilmente. Una volta ricomposto il tutto, si mise l’impermeabile e si diresse verso la scala. Era a metà, quando le sembrò che qualcuno avesse detto “vieni!”.

Ormai le voci della gente al piano di sopra si erano attenuate, ma non c’era abbastanza silenzio per udire bene. Doveva essersi sbagliata. Invece, mentre scendeva gli ultimi gradini, ancora quella voce: “Rosalia, vieni!”.

Oddio, qualcuno ce l’aveva proprio con lei! Non ci fu il tempo di riflettere, poiché una porta si aprì, cigolando giusto in fianco al portone d’uscita. Un viso apparve, ma era offuscato. Un uomo, una donna?! Ma cosa…
La mano che si avventò, la colpì diretta al collo. Lei sentì solo una puntura, un ago che bruciava penetrando nella carne e poi…più niente. Voleva urlare, voleva chiedere aiuto, ma non poteva.

La figura che uscì, stagliandosi contro il buio, agì in fretta. La trascinò dentro la stanza più umida che lei avesse mai conosciuto. I suoi occhi ormai stavano perdendo la luce, i riflessi annebbiati, come in un sogno. Ma la vide la sua faccia e quel ghigno, quando le disse:

«Sei sola e nessuno ti cercherà. Me lo hai detto prima, proprio tu». Una voce nasale, una parrucca di riccioli morbidi. Una donna, no…il maestro Allevi. E lei, affamata di gloria, oggi avrebbe avuto i suoi “scatti”. Beffarda la vita…

Troppo ingenua o troppo maligna, Rosalia, ma mai abbastanza efficace. Oramai aveva abbassato la guardia da tanti di quegli anni, pensando di essere diventata invisibile, e invece…

La cosa bella era che lui – o lei, o qualunque cosa fosse – non l’avrebbe avuta ancora per molto. Il suo cuore, duramente provato dallo spavento, stava cedendo. E lei lo capì, mentre un sorriso ebete le si stampava sulla faccia e la vita la lasciava.

“Davvero un giorno stupido, questo, per morire”. Fu il suo ultimo pensiero.

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Chi lo ha scritto

Cristina Biolcati

Nata a Ferrara nel 1970, vive a Padova. Laureata in lettere, è una grande appassionata ed autrice di poesia. Ama l'arte, la filosofia e la lettura. Collabora per alcune riviste online, dove scrive recensioni e articoli di attualità. Studia da sempre lo squalo bianco, per il quale nutre una grande passione.

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