Perché è così difficile perdonare? Perché il programma è obsoleto

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Sul perdono si è detto molto. Ma il filone del “perdonare perché covar rancore fa male” è ormai giunto alla fine dei suoi giorni.

Le belle parole pur anche foriere di sinceri intenti, spesso lasciano quel senso di amaro in bocca che ci fa venir la nausea e la voglia di sputare. Eh già … sentirsi in colpa e magari anche cattivi perchè non si riesce a perdonare una malefatta, un’offesa, un attacco maldestro lanciato da qualche vipera vagante con l’intento di ferire, annientare, demolire è davvero molto difficile.

Quando subiamo un’aggressione, una critica malevola o un insulto, quando qualcuno ci manca di rispetto, viola la nostra privacy o si approfitta di un nostro punto debole, la naturale reazione è quella della rabbia. Ed è una buona cosa se serve a esprimere con decisione e fermezza il nostro punto di vista e il nostro dissenso (e poi, espletata la sua funzione passa) perché tenersi dentro le emozioni di sicuro bene non fa.

In alternativa si subisce ma si cova rancore. Il rischio è che, accumulandosi, nel tempo, le emozioni forti e dolorose creino una sorta di macinio che toglie il fiato, la serenità e purtoppo, in alcuni casi, anche la voglia di vivere.

Perciò impariamo ad esprimere sempre ciò che sentiamo ma attenzione al modo in cui lo facciamo! Non dovremmo mai dimenticare, per esempio, che ad un attacco, solitamente corrisponde un altro attacco, probabilmente più forte, più mirato e più devastante. E là, vince chi è più grosso, chi urla di più forte, chi è più allenato, chi ha meno paura o meno buon senso.

Che fare? Per quanto diffcile possa sembrare, nella maggior parte dei casi, è molto più funzionale reagire in un modo inaspettato. Distogliere l’attenzione dal punto focale. Cambiare lo schema. Voltarsi e andarsene. Rimanere in silenzio. Cambiare discorso.

In poche parole disorientare l’avversario con un atteggiamento imprevisto. Creare sorpresa destabilizza e in qualche modo abbassa e disperde la potenza dell’energia devastatrice. Non è facile, ma non lo è soltanto perché non ci siamo abituati.

perdono cestoLe nostre reazioni seguono sempre un determinato cliché, un modello consolidato dentro al nostro cervello che entra in azione in modo automatico e lo farà per sempre. O almeno finchè non verrà sovrascritto da un altro modello. Più recente, più funzionale, più strutturato.

Funziona così la nostra mente, come un computer che ha al suo interno dei programmi che sono stati caricati chissà quanto tempo fa, programmi che ci sono stati passati da qualcuno di cui ci siamo fidati, che in quel momento forse hanno funzionato o che, comunque, in mancanza di alternative, ci hanno tirato fuori da un impasse, programmi che girano sempre e continuano a scattare in modo involontario ogni qualvolta percepiamo di trovarci in una determinata situazione, simile a quella originale.

Ma come i programmi del pc, anche quelli della nostra testa diventano obsoleti, si guastano, non funzionano più bene come una volta e devono  essere sostituiti. Con il passar del tempo la nostra mente si è evoluta, noi siamo cresciuti, abbiamo imparato tante cose, abbiamo imparato a scegliere, siamo cambiati. Dobbiamo allora comprendere che possiamo andare avanti ancora imparando a scegliere e a gestire meglio le difficoltà cambiando, ove necessario, quei programmi divenuti ormai troppo vecchi per essere efficienti.

Dunque, quello che possiamo fare, è collaudare nuove modalità di reazione. Senza paura. E vedere come funzionano e, se funzionano, metterle nel perdono grande2nostro archivio sempre pronte ad essere usate nel momento del bisogno. In buona sostanza dobbiamo annullare la vecchia traccia e sostituirla con una nuova, più efficace, più precisa, più evoluta, più adatta alla nostra situazione attuale. E’ l’unico modo che abbiamo per sperimentare nuove vie per vivere meglio!

Tornando al nostro punto di partenza, cioè al perdono, possiamo dire che anche per questo vale la stessa storia. Se qualcuno ci offende, il programma che abbiamo installato ci dice che dobbiamo arrabbiarci e ricordarci che quella persona non merita più, mai più, la nostra attenzione. E così siamo nuovamente blindati in uno schema che forse è diventato obsoleto.

Quello schema ci dice che non dobbiamo dimenticare. E se perdoniamo è come se dimenticassimo il male che ci è stato fatto il che non corrisponde a verità ed è inutile raccontarci le favole o ammantarci di un buonismo che è molto lontano dal nostro sentire profondo. Proviamo invece a riprogrammare lo schema vecchio rendendolo più funzionale. Per esempio potremmo inserire il concetto che il perdono non ha nulla a che fare con la cancellazione dell’offesa bensì con il rinunciare al malessere che l’offesa ci ha provocato e che non ha nessun senso mantenere attivo poiché ci colpisce assai più di quanto colpisca la persona che ci ha offeso. Come dire … un autogol! Un perfetto atto di autolesionismo.

Se ci mettiamo sulla stessa “onda vibratoria” dell’offesa non faremo altro che navigare in quelle acque. E allora? Dobbiamo semplicemente cambiare onda, decidere di surfare sull’onda che ci porta in alto, vicino al sole, quella che ci fa correre così veloci da farci dimenticare il dolore subito e riconoscere quanto potere abbiamo dato all’offesa restando a ciondolare in quella stessa malefica energia. E così possiamo fare per ogni altro tipo di disagio che innesca una reazione inconscia, non controllabile e quasi sempre deleteria per il nostro benessere.

Dobbiamo sovrascrivere e collaudare.

Se quello che vi viene in mente ora è “eh si, facile dire, difficile fare” lasciate pure perdere e tenetevi stretto il vostro pc con tutti i suoi programmi andati a male. Se invece la cosa vi incuriosisce fate una prova e vedete cosa succede. Non costa niente! Ma non arrendetevi alle prime difficoltà, usare un programma nuovo richiede sempre un po’ di pazienza e di competenza. Si può imparare, facendo tanti tentativi, sbagliando, correggendo gli errori e mantenendo vivo dentro di noi quel senso di libertà che ci rende forti abbastanza per dire “questa cosa così com’è non mi va più, ora vedo cosa posso fare per cambiare!”

Buon lavoro!

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