Per Norman Zarcone, non ci resta che agire

3
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Esemplare e simbolico. Tale fu il gesto di Norman che – come recita quella norma non scritta che nel tempo ha affascinato tanti indomiti suicidi – ebbe il privilegio, raro, di dimostrare la vita.
Se, infatti, l’anticipo della dipartita distingue gli esseri umani dagli animali – capaci questi ultimi solo della conservazione della vita – è importante sottolineare che quello di Norman, al fine di concretizzare la suddetta teoria, necessita di ricevere il meritato apprezzamento. A coloro i quali gli sono sopravvissuti, quindi, non resta che agire, ognuno a modo suo. È solo in tal maniera che si potrà mantenere vivo il significato di quell’amorevole gesto per il prossimo, compiuto all’insegna della lotta per la libertà di vivere, lavorare, studiare e svolgere qualunque altra attività senza sottostare al giogo di un potere che manipola il popolo ed esclude – anziché premiarli – i suoi figli migliori.
Listener stadioE quando l’esclusione connota un sistema intricato costruito con un solo filo, si è in presenza di un unico corpo, la cui trama rimanda ad una precisa tipologia di lotta: “Corpo a corpo”, durante la quale si ha l’ineguagliabile possibilità di guardare il nemico negli occhi. È anche per questo motivo che quel giovane brillante cittadino palermitano, in Italia al pari di predecessori quali il “Ribelle sconosciuto” davanti ai carri armati, durante la protesta di piazza Tienanmen, o Jan Palach che si tramutò in torcia umana per opporsi alla repressione sovietica – sacrificò le sue membra, lanciandosi dal settimo piano della Facoltà di Lettere di Palermo.
In quel tredici settembre di sei anni fa, Norman Zarcone fece il massimo che un uomo possa fare, lasciando ai posteri un messaggio – protestare contro chi toglie la libertà – che, purtroppo, non ancora scuote i carnefici ma nemmeno accomuna le vittime e, soprattutto, non acquieta – d’altronde come potrebbe farlo – l’animo disperato di familiari che, con altrettanto estremo sacrificio, reggono tanti pesi sulle spalle.
Poco più di un mese fa il padre, Claudio, affranto ogni anno e ogni istante sempre di più, ribadiva che “non mi resta che scrivere”, in un intenso comunicato; pieno d’amore per il figlio e al contempo accusatorio nei confronti di coloro che lo hanno deprivato per sempre di quel ragazzo davvero unico:

– IL RAGAZZO CHE VOLEVA CREDERE IN UN SOGNO –
A SEI ANNI DALLA MORTE DI NORMAN LE ISTITUZIONI TACCIONO ANCORA

Palermo, 10 settembre 2016 –
“Mio figlio è morto” nel 2010, ma muore anche oggi, muore ogni giorno perché lo Stato, questo Stato nel quale credo e nel quale ha creduto Norman, troppo spesso divora i propri figli come Crono. Troppi silenzi da parte delle istituzioni, troppa ipocrisia di Stato per un omicidio di Stato.
Sono stanco di rimanere intrappolato nelle logiche imbalsamate di una politica ignava, bugiarda, votata esclusivamente alle copertine. Organizzare la manifestazione annuale in memoria di Norman mi fiacca, mi deprime, mi costa, perché – oltre a ricordare le mani di mio figlio sul pianoforte che suonano l’intro di Firth of Fifth dei Genesis – devo fare i conti con i ricordi, i rimpianti, come quello che non potrò mai vedere mio figlio giocare, suonare con i suoi nipoti. Mi manca l’odore di Norman…
E poi: troppi cavilli inintelligibili, arzigogoli vari messi come vernice dello statu quo, troppe promesse non mantenute, troppe parole sprecate a telecamere accese, per far passerella in un red carpet macchiato dal sangue di Norman.
Oggi, posso solamente ringraziare Luca Orlando e pochi altri per la sensibilità fin qui dimostrata; un apprezzamento legato alla sfera umana e alla partecipazione umana.
Per contro sbatto contro l’ipocrisia di incantatori di serpenti. Troppi falsi amici nelle istituzioni, troppi finti e untuosi rivoluzionari mendicano la scena, troppi impostori della libertà di pensiero riconosco fra le vestali dell’ipocrisia istituzionale. Ricorreremo pertanto alla “violenza” della musica di Norman e della memoria[...].
Non ho mai manifestato nessun intento strappalacrime – le lacrime, le emozioni, non sempre sono portatrici di verità – piuttosto ho agito su un registro narrativo che invita alla riflessione sul gesto di discontinuità osato con il linguaggio più atroce e lancinante da Norman: in questo caso sì che potrà definirsi un “linguaggio del corpo” in piena regola.
Il corpo di Norman che per dire, osare, parlare, denunciare, gridare con insolenza (insolenza ha come storia semantica, insolito), dopo aver parlato, ha taciuto per sempre.
Ma se il suo corpo oggi tace, il messaggio espresso con struggimento è invece rimasto ad ammonirci sulle sfasature strutturali di un sistema che purtroppo gode ancora di troppe coperture politiche, istituzionali; esso stesso espressione di un modo di pensare servile, mafioso e dalle traboccanti compiacenze nei suoi confronti da parte del controllore. Dimodoché, in questo rimando di responsabilità che vanno dal controllato al controllore, si cade nell’effetto matrioska. Il gioco delle responsabilità diviene allora, il gioco delle complicità e dell’omesso controllo nell’incastro che va dal pezzo più grande a quello più piccolo.
Allora io scrivo. Scriverò. Altri continueranno forse a farlo. Loro – i mestatori istituzionali – sono forti, potenti, si sentono imbattibili, forse lo sono. Io scriverò, di più non saprei cosa fare. Poi, se altri scriveranno, faremo traballare – almeno questo – le certezze e le impunità di chi si sente inattaccabile. È, purtroppo, oggi inattaccabile. Quis custodiet ipsos custodes? Chi sorveglierà i sorveglianti stessi? Chi controlla il controllore?

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Costanza

    La ringrazio vivamente per questa sua testimonianza, che mette ognuno di noi davanti a una enorme responsabilità. Il nostro silenzio si fa complice, pericolosissimo, di un sistema inattaccabile, riprendendo le magnifiche parole di questo padre.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?