La scatola di latta

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“Mi raccontò che nella cassaforte dell’ufficio teneva una cassetta di latta nera… Dentro c’erano le sue cose. Quattro volte l’anno, quando tornava a Londra, dormiva nella stanza a cuccetta…Per mezz’ora chiudeva a chiave la porta, toglieva le cose dalla cassetta e le spargeva sulla cuccetta. Erano il vario bric-a-brac di una vita di piccolo borghese… Ma ogni volta riportava dall’Africa un oggetto nuovo, e buttava un oggetto vecchio che aveva perso significato…. è la sola persona, fra quante ne ho conosciute, che abbia risolto la difficile equazione tra cose e libertà. La cassetta era il perno della sua orbita migratoria, il punto fisso territoriale in cui egli poteva rinnovare la propria identità. E senza di essa si sarebbe sentito letteralmente sbalestrato.”

Il passaggio che più amava del libro di B. Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, ricevuto come regalo durante l’adolescenza. Lo lesse una prima volta. Non smise più di farlo.

13938035_1253537804658969_7985652707360113466_oEra nata in un piccolo paese del Centro Italia, in una casa di cui aveva perduto ogni genere di ricordo. Da lì, aveva iniziato a girovagare in uno spazio irregolare, fino oltre i confini della propria terra,  tra mete stabili o precarie, ma di fatto temporanee, con una piccola valigia per gli spostamenti brevi, accompagnata da una enorme, riempita di oggetti preziosi e frivoli e rimanenze di un passato interrotto, quando si preannunciavano migrazioni di durata maggiore.

Il suo “per sempre” era l’indeterminata scadenza delle sue soste, inaugurate con quel pensiero, lo stesso di ogni volta “Finirà, prima o poi”. Un perenne movimento che seguiva le pulsioni di emozioni intense. Fuggiva da un amore, da una paura o semplicemente da un mortale senso di noia. Fuggiva da un’esistenza asfissiante, a tratti fastidiosa, l’unica che proprio la sua patria le permetteva, con quel suo viso scoperto e la resistenza cronica a ogni forma di evoluzione che la marchiava a fuoco.

Doveva muoversi, sentirsi costretta a intraprendere rivoluzioni impetuose per cancellare ogni verità, mescolando ricordi antichi e ultime scoperte e tracciare così nuovi  percorsi dove vagabondare. Con quel suo ritmo irrequieto, per inseguire forti emozioni,  domande mai fatte o risposte volute, razionali o incoscienti, ma anche per giustificare l’assenza delle une o delle altre.

14481814_1300103446669071_1276451222905574847_oA intervalli irregolari tornava indietro per riempirsi i polmoni dell’aria pulita della sua Italia, per guardarla con i suoi occhi. Per sapere che poteva incontrarla lì, nei luoghi di sempre, senza preavviso. La ricercava, da lontano, ritrovandola nei vicoli delle città, nei grandi palazzi e negli sguardi dei personaggi incrociati casualmente. L’amava follemente, quando la perdeva, la detestava con lo stesso impeto, quando la distanza si azzerava troppo a lungo. E così, si spingeva ancor più lontano . Un conflitto, irrisolto e irrisolvibile : [Girovagare soddisfa in parte, magari, la mia curiosità naturale e il mio impulso a esplorare ma poi sono tirato indietro da un desiderio di casa. Ho una coazione a vagare e una coazione a tornare – un istinto di rimpatrio, come gi uccelli migratori]…[Il viaggio dev’essere avventuroso. "La grande cosa è muoversi " dice Louis Stevenson in Travels with a Donkey "sentire più da vicino le necessità e gli intralci del vivere; scendere da questo letto di piume della civiltà, e trovare sotto i piedi il granito del globo, sparso di selci taglienti ". Le asperità sono vitali. Tengono in circolo l'adrenalina.].

Anche lei aveva una scatola di latta, con vari oggetti custoditi  che si facevano carico della pesantezza con cui alcuni attimi vissuti avevano marchiato la sua memoria: lettere scritte a mano, alcune foto, la tazzina rotta con cui aveva servito il caffè a colui che sempre sarà per lei il suo grande amore, gli scontrini, le carte delle caramelle, i menù e i sottobicchieri collezionati durante il viaggio a Parigi. Oggetti scollegati tra di loro ma che in quell’insieme rappresentavano il fulcro essenziale, il legame indissolubile tra gli addii e i messaggi di benvenuta, il piano su cui trovare sostegno nelle fasi di dubbio e  di estrema solitudine.  A differenza del suo personaggio non avvertiva mai il desiderio o la volontà di sostituire. A cadenze irregolari apriva la sua scatola, leggeva nuovamente qualche passo delle lettere, dava un’occhiata alle foto, si lasciava condurre da pensieri e fantasie, ogni volta differenti, e così selezionava, tra i nuovi oggetti recuperati,  quello che meritasse una protezione tra le pareti metalliche.

14324596_1287854781227271_624874431926371423_oRincorreva un mito surreale sfuggendo a un’insoddisfazione apparentemente inspiegabile. Alla ricerca perenne e inconcludente di un qualsiasi posto identificabile come una dimensione di conforto, per quel “bisogno emotivo di una base, di una caverna, di un porto”, ma ostacolata  dal terrore di dover rinunciare a quel rituale “Si andrà via anche da qui”; il tutto mescolato confusamente alla mancanza del tepore di casa. Voleva perdersi e ritrovarsi altrove, su altri palcoscenici, ma con la luce fissa del faro sulla spiaggia che le avrebbe segnato, al tempo giusto, la strada del ritorno. Quel faro era li, per lei, prima tappa dei suoi mille ritorni e ultimo destino, prossima a una nuova partenza.

Accade però che la luce, con il tempo, insistendo  lungo la stessa direzione, possa far emergere il marcio che si nasconde sotto lo strato superficiale che brilla come oro.

Così, giunse il momento di prendere entrambe le valigie, la scatola di latta e le parole di quel suo libro e di scappare ad una distanza tale da oscurare il faro, compiendo un percorso di chilometri e chilometri, nello spazio ma anche nel tempo. Si ritrovò in un mondo nuovo, l’antitesi per eccellenza. Due realtà come due quadri di epoche diverse, l’uno con immagini astratte e l’altro con figure naturali, il primo dalle tinte accese distinte nettamente,  il secondo con un intreccio irregolare di sfumature, di ombre e di luci. Una distanza fisica, culturale, temporale che impedisce qualsiasi forma di comparazione; se mentre si osserva l’uno si sente la nostalgia di quello lasciato da parte, tale nostalgia può essere uccisa soltanto mediante la sostituzione del quadro stesso.

14362525_1288927354453347_6756517840974285331_oSpezzò un legame, anche per assenza di richiami della sua origine. Una sosta che come ogni volta si prevedeva temporanea; quello che mai avvertì  fu  la necessità di restare con gli occhi rivolti sullo stesso punto di consolazione. Abbandonò l’Italia al momento dell’imbarco. C’era solo la scatola, che mai aveva custodito cose della sua terra. La definiva “lo scrigno apolide delle cose animate”. Era tutto ciò che il suo cuore necessitava per battere, per amare e per provare passione. Erano le mura che si era costruita intorno, una sorta di casa portatile e mutevole  che mai sarebbe entrata in conflitto con i luoghi raggiunti, seppure presunti o ignoti prima dell’arrivo.

Non potrebbe scrivere nulla di quella sua lunga migrazione. Una sola volta, allo scadere del cammino, si ritrovò  davanti ad un foglio di quaderno, ma la sua mente confondeva giorni  e mesi  e anni, dispersa nel mezzo di immagini, desideri, difficoltà, sorprese, suoni chiassosi, lunghe strade bianche in mezzo a distese senza fine di una terra rossa impolverata. Fu veloce l’arrivo, fu veloce la ripartenza. “Ogni volta che sto fisso in un posto, il posto diventa un mare di libri e carte e letti sfatti e indumenti gettati qua e là. Ma la Torre è un posto dove ho sempre lavorato bene, e con la testa sgombra, d’inverno e d’estate, di giorno e di notte -  e i posti dove lavori bene sono quelli che ami di più.”

13958191_1251311128214970_6329632117452874228_oRileggeva i suoi passi durante la strada di ritorno che la condusse davanti al faro, la sua Torre. Aveva mutato di aspetto, abbellito da tonalità pastello sulle pareti esterni e da un parco, lì di fianco, pieno di girasoli e di rose rosse. Tenne stretto tra le mani, per giorni e giorni, il quadro del viaggio appena concluso, concedendosi breve uscite; giungeva a sera stanca, con una tosse fortissima, gli occhi lucidi e la pelle aggrinzita e secca. Sembrava che il suo corpo avesse iniziato un processo di adattamento ad un ambiente che fu appartenenza, oppressione e eccessiva dipendenza, ma divenuto ormai estraneo.

Una mattina decise di  lasciare il suo quadro accanto alla grande valigia: forse un nuovo senso di rivalsa, un impulso o  il riaffiorare incontrollato della necessità di partecipare a  quel gioco magico e romantico di sfumature e linee sottili, a tratti impercettibili.

Era in parte richiamata da quegli eccessi, mentre si sentiva ancora addosso uno strato della polvere rossa che aveva intasato il canale di connessione con i poli di attrazione della sua terra lontana. Da quel momento si mosse ancor più rapidamente, assecondando la voglia di ritrovarsi in mezzo a folle di persone in orari diversi della giornata, per osservare i gesti e gli sguardi e confondersi nel mezzo di conversazioni  nella sua lingua che nonostante tutto aveva sempre continuato a leggere e scrivere, su penna o nel mondo virtuale. Entrava in bar, ristoranti, negozi, si cullava in chiacchiere con chiunque incontrasse, leggere o meno leggere, dai ritmi e dai colori variabili,  divertendosi a scorgere le innumerevoli minuzie attraverso cui il suo mondo poteva raccontarsi. Non si trattava di scoprire l’ignoto, ma di richiamare la memoria, di imparare a respirare nuovamente quell’aria di casa lasciandosi toccare la pelle da un sole occidentale senza essere ustionata.

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Questo è quello che ora posso raccontare su di lei. La incontrai diverse volte durante i suoi passaggi italiani. Aveva sempre un’espressione giocosa, con richiami infantili, ma un’aria malinconica e insoddisfatta. Lei la chiamava “la grande maladie: horeur du domicil”. Quel giorno, dopo qualche settimana dal suo rimpatrio, la vidi seduta su una panchina nel grande giardino del faro, con una rosa stretta sul petto e  i capelli corti lasciati spettinati. Mi narrò delle sue ultime migrazioni, alternando confusamente scene di vita ordinaria e momenti di follia.

Perché il tempo è un’invenzione di chi è incapace di amare, mi disse.

14264854_1277256212287128_3683056738559768197_nQuelle rose con i girasoli sono state lì, rigogliose, sin dalla sua nascita. Ma lei non lo ricorderà e magari nessuno potrà rivelarglielo.

Si allontanò. Al polso aveva sempre portato un bracciale sottile di oro bianco “l’unica catena che potrò mai accettare”. Non c’era più. Forse lo aveva riposto nella sua scatola, o chissà, affidato al suo amato mare.

Ispirata dal libro “Anatomia dell’irrequietezza” di B. Chatwin, da cui sono tratte le diverse citazioni.

 

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Chi lo ha scritto

Costanza

In costante evoluzione. Spirito nomade, animo irrequieto,  in movimento lungo un percorso di partenze e arrivi, soste temporanee e amori folli, come il Brasile, incantatore, magico, incoerente e indimenticabile. Curiosa come  Amelie  nel suo mondo favoloso, alla ricerca di quella bellezza “che può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune". E mi diletto in cucina, chissà se con i risultati attesi, perché in fin dei conti non si può essere soltanto ingegneri.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Stellanigra

    Questo stesso scritto è una scatola, a tratti sfolgorante e oscura, con cento cassetti la cui apertura dipende da meccanismi complessi i cui interruttori sono occultati, che probabilmente nessuno, tranne la sua creatrice che ne conosce tutti i punti nodali, potrà aprire del tutto.

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    • Costanza

      La protagonista viaggia tra il noto e lo sconosciuto, forse proprio con l’intento di ricercare i punti nodali, o almeno quelli che fino a oggi ancora non risultano dispersi. I cassetti si aprono, si chiudono e nel percorso ne compaiono di nuovi, anche volutamente. Chissà, forse è proprio questa l’essenza di quello spirito irrequieto.

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