La retorica delle paralimpiadi

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Fuga degli sponsor e scarso interesse mediatico avevano messo in dubbio l’inizio dei giochi paralimpici. I giochi sono infine cominciati un po’ in sordina ma poi hanno coinvolto chiunque consapevolmente o fortuitamente sia venuto in contatto con le immagini di quegli atleti che con enorme difficoltà e sacrificio sono arrivati a mostrare al mondo la loro forza di volontà, il loro spirito e la loro incredibile umanità.

PARALIMPIADI-2016-570Il primo impatto con le immagini di una gara paralimpica con quegli uomini e donne privi di arti o di vista è respingente. Quei corpi menomati non sono certo telegenici e non siamo abituati a confrontarci con loro. Vedere atleti senza braccia che impugnano (si dirà così?) l’arco con i piedi o altri senza gambe imbragati a una panca per sollevare pesi tre volte superiori a quello del loro corpo è un colpo duro alla nostra sensibilità.

Eppure una volta entrati in contatto con quelle immagini diventava difficilissimo distogliere lo sguardo. E così, grazie a questi atleti, abbiamo potuto ascoltare storie di persone che per incidenti o malattie hanno avuto il corpo segnato e una vita che deve andare avanti tra mille difficoltà, tra dolore e sacrificio. Mano a mano che i giochi andavano avanti, cresceva l’attenzione mediatica con articoli sui giornali, sezioni apposite sui siti di informazione e servizi sui telegiornali. Ogni giorno ci venivano raccontate storie esemplari di uomini e donne che nonostante gli handicap fisici, non solo riuscivano a vivere nelle nostre stesse città, a fare i nostri stessi lavori ad avere vite normali, ma riuscivano a fare molto di più di quanto noi ‘normali’ facciamo ogni giorno.PARALIMPIADI-Sollevamento pesi

Queste storie ci sono state raccontante inevitabilmente con un crescendo emotivo. La retorica del dolore e del sacrificio, la retorica di chi lotta per riscattare una sorte che non si è meritato. La retorica dell’uomo che non molla quando sembra che la sua sfida sia impossibile, la retorica di una lotta quotidiana in un mondo che non è fatto fatto per loro. Anche questo articolo è pieno di retorica.

Bebe Vio e le sue lacrime di gioia dopo l'oro olimpico

Bebe Vio e le sue lacrime di gioia dopo l’oro olimpico

Ma come raccontare senza retorica le imprese della piccola Bebe Vio che senza braccia e senza gambe raggiunge il sogno di una medaglia olimpica (anzi sue)? Non è retorica la normalità con cui Alex Zanardi racconta la sua vita passata dai privilegi del campione di Formula Uno a quella difficile di chi è costretto a muoversi su due protesi e pedalare con le braccia fino alla conquista di 3 medaglie olimpiche? O la sincerità del suo compagno di staffetta Vittorio Podestà che non ha paura di denunciare le difficoltà quotidiane che vivono le persone disabili. Il fatto è che i superlativi, le iperboli, gli aggettivi che evocano sensazioni forti sono probabilmente necessari per raccontare le storie di chi ha perso la vista per una malattia o gli arti esplodendo su una mina in Afganistan o di chi convive con un dolore a volte insostenibile. Allora per una volta lasciamoci travolgere dalla retorica, magari ci aiuterà a capire meglio quanto sono grandi le difficoltà di chi vive quotidianamente la vita da disabile, di chi mette tutto se stesso per superare quegli ostacoli che la sua condizione fisica gli impone e che la nostra società certo non aiuta a risolvere. Lasciamoci toccare dalle storie di chi lotta quotidianamente non per vincere una medaglia, ma solo per avere una vita il più normale possibile, quella stessa vita che tante volte noi normodotati troviamo scuse per non vivere fino in fondo.

Alex Zanardi "salta" per festeggiare la medaglia olimpica

Alex Zanardi “salta” per festeggiare la medaglia olimpica

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Peccato usare linguaggi retorici per descrivere e scrivere storie che di retorico non hanno nulla. Chi ha saputo reagire con forza alle avversità della vita, alle malattie più feroci, alle disgrazie piu’ amare è gente che non ha bisogno di retorica, interviste, servizi massmediatici che vanno a sfoderare i superlativi per proporre il fascino eroico della ” diversita’ ” che vince, che inducono la stima pungente e dolente che ovviamente sentiamo di fronte a storie che commuovono, ma che, proposte in modo irrealisticamente grandioso, vanno a spingere verso la disistima chi soffre, ma lo fa come quei dannati “normali” che pare non vogliano affrontare le loro avversità per pochezza e immaturità.
    Io penso invece che gran parte delle persone deve affrontare situazioni e condizioni dure, difficili, spaventose perfino. Lo fanno come possono, in silenzio magari, o lamentandosi magari, o magari gridando la loro rabbia e il loro dolore ai quattro venti. Ma che differenza fa? Ciò che conta è che riescano ad affrontare inmqualche modo la loro condizione. Le straordinarie performance di persone duramente provate devono e possono servire a tutti per indicare un sentiero, un percorso che c’ è, una possibilita’ che va presa per le corna e giocata con tutte le forze. A questo, proprio a questo deve servire la visibilita’ che gli eroi per caso, o meglio per sfortuna, hanno la meritata fortuna di possedere. Ma da qui ad eroicizzare chi va avanti nonostante tutto e magari stigmatizzare chi si lamenta, chi non riesce a mollare la presa infame della sofferenza e lascia andare le redini, ne corre. E francamente penso che gli eroi che alzano la coppa della meritata vittoria siano i primi a non volersi considerare eccezionali, i primi a non volere la messa all’ indice di chi invece non ce la fa: loro sanno fin troppo bene cosa significa patire. Credo che la retorica promuova al podio dell’ eroe chi vuole e rincorre invece solo una vita normale, un’ attenzione normale, un’ accettazione normale. Non ci sono eroi. Ci sono persone che lottano e vincono la malasorte e persone che lottano e perdono. E accanto, a guardare, a giudicare, ci sono le persone cosiddette “normali”.
    È proprio qui che i ” normali” falliscono in pieno dimostrando in fondo solo un’ impelagata morbosità, ed una monca se non assente sensibilità.
    Siamo tutti vittime ed eroi. Ciò che conta è che vittime ed eroi siano persone autentiche, che hanno fatto del loro meglio, che non hanno fatto del male a nessuno, che non mostrano il volto orrendo dell’ ipocrisia e del pregiudizio. E dell’ inutile commiserazione e/o ammirazione che nasconde fra le pieghe un meschino, malcelato disagio che sta lì a dimostrare quanto normali costoro sentano chi come loro non è.
    C’è chi ce la fa a vincere la sfida che il destino impone e c’è chi purtroppo soccombe. Onore al merito per tutti. E non bisogna mai dimenticare di chiedersi se chi soccombe ha avuto i sostegni e le reti di aiuto che gli servivano e che una società stolta e gretta troppo spesso lontana dal volere e/o sapere predisporre gli ha brutalmente negato, per ignoranza, per indifferenza, per malafede, per infami interessi, per criminale tornaconto. Ecco, i veri anormali sono quelli che alimentano la fauna dei malnati che non solo nulla fanno per la società, ma usano gli altri e più ancora le loro avversità per ingrassare il già pingue e lercio loro ventre.

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  2. Stellanigra

    Però, tutta questa retorica finisce spesso nel calderone ingannevole dell’ “uno su mille ce la fa”; come molte altre storie vere di svantaggiati arrivati al successo.
    E allora?
    Avrò io, persona normale o disabile normale il diritto di vivere la mia mediocre vita col diritto di lamentarmi (e attivarmi) per ciò che non va, senza che qualcuno venga a dirmi: “ma come, ti lamenti di uno scivolo per carrozzella che non c’è quando Tizio ha scalato il K2 senza gambe!?”

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