La cornacchia (racconto)

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Nadiyya lo sa.

E anche il volatile nero appollaiato sull’albero, proprio di fronte alla sua finestra, ne è a conoscenza. La cornacchia l’aspetta tutti i giorni e gracchia ogni mattina come per richiamarla alla vita, come se il sonno potesse annullarla.

Durante la giornata, qualsiasi cosa lei stia facendo, le tornano alla mente i suoi occhi nerissimi, quasi due olive nere, e il becco appuntito.

Nadiyya non è certa di cosa sia questo legame, eppure ad ogni risveglio ha la sensazione che se non sentisse più il suo gracchiare sarebbe la fine di qualcosa.

Non le sono mai piaciuti i pennuti. Li ha sempre associate alla malattia. Per qualche condizionamento sociale ne è stata sempre convinta. Non può farne a meno, soprattutto quando si concentra sulle loro zampe rugose e sugli artigli minacciosi. Figuriamoci le cornacchie. Così nere e scrupolose. I loro occhi sono la cosa che più la spaventa, una sorta di oblio in cui si perde qualsiasi riflesso.

Passano i giorni e la routine attraversa Nadiyya, come solo il tempo può fare. E nell’attraversarla pian piano lascia qualche segno. Una piccola ruga vicino all’occhio, un capello bianco in mezzo alla matassa di capelli mossi e neri, un dito fasciato per la fretta di tagliare la verdura, solo il graffio della natura. E naturalmente ci sono i segni che non vengono a galla perché li tiene ben stipati tra la credenza e il cuore. Quelli cerca di metterli in ordine quando può, per evitare che strabordino fuori da sé. Non vuole che la “gente” pensi a lei come ad una matta, e da quello che ha potuto vedere nella sua breve vita, diventare matti è un attimo. Diventare malati ne è una conseguenza quasi naturale. E da tale condizione è davvero difficile districarsi. La malattia ha sempre chiamato altra malattia, fosse anche quella degli altri camuffata da medicina. Quindi, nella pratica, si limita a non superarlo quel limite. A sorridere della vita anche quando la vita non le sorride. Quello che ne risulta è una smorfia, tirata, ad occhio inesperto solo un’espressione.

Quasi l’esistenza fosse un’operazione matematica, sconosciuta ai più, e ciò potesse essere la norma. La legge.

Sono passati i mesi, i giorni ormai sono storia vecchia, e l’autunno ha preso d’assedio Torino. Il vento soffia più del previsto e lei l’asseconda sperando che la sua direzione non sia mai opposta a quella della forza della natura. Ne verrebbe annientata.

Ottobre. Ottobre. Ottobre arriva e con sé porta il suo compleanno. Ventotto anni nuovi di pacca, solo per lei. Speciali, speciali. Può considerarsi il fallimento di una vita. Precaria, con una relazione che non può definirsi tale, e con speranze che si stanno trasformando in rimpianti talmente tanto è il tempo che hanno passato nella scatola delle ambizioni, dei sogni per il futuro. Eppure un nuovo giorno alle porte. Il suo giorno.

Come ogni mattina la cornacchia gracchia e lei spalanca la finestra e guarda dritto davanti a sé. Succede qualcosa, però. Si scambiano un non so che di sottile e l’animale inclina il capo.

«Gli uccelli hanno le orecchie?» si domanda Nadiyya. Così inizia a fischiare pian piano mentre rientra e si dirige in cucina. Apre l’armadietto di legno e afferra il sacchetto di cartone dove tiene il pane.

«Dovrebbe esserci anche quello raffermo» si dice. Ritorna indietro e un frullio di ali dentro la stanza adiacente la gela. Silenzio.

Muove un passo con il cuore che le risuona nei timpani e stringe il sacchettino involontariamente. Si sporge e la vede. La cornacchia è adagiata sul piccolo davanzale e con il becco si controlla le piume sotto l’ala. Nadiyya la osserva rapita dalla lucentezza del suo colore. L’animale si immobilizza un secondo e con uno scatto del capo la inchioda là dov’è. La sta fissando come se la conoscesse.

Nadiyya sbatte gli occhi spaventata. E mentre inspira ed espira il volatile saltella verso l’angolo del davanzale e poi poco più in là, sulla sua poltroncina scalcagnata. Si accuccia, quasi fosse il suo gatto, sul grande cuscino marroncino e dal nero delle sue piume qualcosa s’allunga. Un’ombra fatta di olio nero, quasi da sembrare petrolio in mezzo al mare, e lentamente si delinea quella che potrebbe essere la sagoma di un corpo umano in miniatura. L’ombra liquida si solidifica e dalle crepe, simili a quelle che si formano sull’uovo ora della schiusa, esce un essere che pare un bambino, ma non lo è. La sua pelle è di un nero lucente, quasi fosse fatto di onice, e il corpo è nudo e senza alcun accenno alla sua sessualità. Gli occhi si aprono lentamente, mentre le minuscole mani stringono i braccioli mangiati della poltroncina, e sono di un colore simile all’ambra fusa. Brillanti. Accecanti tanta è l’intensità con cui la fissa.

«Buon compleanno Nadiyya» dice senza aprir bocca.

Nadiyya trema e dalle mani le cade il sacchettino. Il pane duro ne esce rotolando e spargendo briciole tutt’intorno.

«Chi sei tu?» chiede lei fissando la strana creatura che è comparsa nella stanza. Quasi con stupore. Dovrebbe avere paura, lo sa. Il suo cuore batte all’impazzata, ma non per il terrore. Come se conoscesse quell’essere e sapesse che non può farle del male.

«Non è importante chi sono io, ma chi sei tu in questo momento.»

Nadiyya è interdetta. Forse è impazzita. Ed è questo dubbio a farle sentire un brivido interno di pura angoscia. È pazza. O forse no, forse è solo un sogno. Forse si è ossessionata così tanto con la cornacchia da costruirci un intricato incubo dai contorni deliranti.

Fissa l’essere, che non sembra turbato dalla sua espressione e neppure dalla sua reazione.

«Cosa vuoi da me?» è la prima domanda che viene in mente a Nadiyya.

La creatura le risponde che nulla è più misterioso degli umani. Che la cornacchia è l’animale che predilige per spiarli senza dare nell’occhio. E che ha osservato lei. Per lungo tempo.

«Perché me?»

«Perché tu hai ricambiato il mio sguardo. Mi hai notato. E voglio farti un regalo.»

Nadiyya la osserva attentamente. E solo in quell’istante si accorge del suo gatto che si è appisolato sulle minuscole gambe della creatura. E fa le fusa. I suoi occhi gialli sono l’unica cosa che spicca in tutto quel nero. Se ci fosse qualcosa di pericoloso sicuramente il gatto lo avrebbe percepito prima di lei, no? Nadiyya cerca di rassicurarsi e decide di ascoltare la sua follia.

«Di che regalo si tratta?» chiede.

«Tre domande. Tre domande che potranno aiutarti a trovare quello che cerchi.»

«Tu sai cosa cerco?»

«Voi cercate tutti la stessa cosa e vi affannate, rovistate, scavate, correte, senza però riuscire a raggiungerla.»

«La felicità.» sussurra Nadiyya «La felicità è un’utopia, un’invenzione.»

L’essere la scruta scrupolosamente. Come la cornacchia prima di lui. E le chiede di chiudere gli occhi. Lei non si fida, ma decide di andare avanti, di provarci che magari si risveglia nel suo letto con il gatto che le morde la guancia. Con le dita si copre gli occhi e stringe le dita così da non poter sbirciare involontariamente.

Un leggero alito, tiepido, le sfiora i lobi e la cartilagine delle orecchie. Nadiyya trattiene il respiro.

«Le domande che ti voglio donare sono queste..» silenzio e poi «Qual’è il momento per iniziare qualcosa?» e ancora «Quali sono le persone importanti con cui farle?» e infine «Qual’è la cosa che conta sopra di tutte?».

Nadiyya prova una strana sensazione, delusione forse. Si aspettava delle domande diverse. Non sa dire quali, ma sicuramente delle domande che in qualche modo contengono già la risposta.

Prima che possa togliere le mani da sopra gli occhi, prima che possa anche e solo pronunciare una domanda o chiedere aiuto un frullio d’ali la spaventa a morte. Sobbalza e scatta indietro. Gli occhi spalancati.

Davanti a lei volteggia solitaria una piuma nera come la pece. Nella stanza ci sono solo lei e il gatto acciambellato sulla poltroncina.

Nadiyya si deve sedere. Le gambe le tremano per l’emozione. Nel suo petto è ancora presente quella punta di delusione perché a quelle domande non è in grado di dare risposta.

Prende in braccio il gatto e crolla sulla poltroncina poggiando il capo indietro e cerca di calmarsi inspirando ed espirando profondamente. Poco dopo si volta e la guancia s’adagia sulla durezza della testiera. Fissa davanti a sé e il suo occhio cade sulla raccolta di racconti, parabole e fiabe di Tolstoj che le hanno regalato per il suo precedente compleanno e che ha lasciato là a prendere polvere. Lo afferra e lo apre come guidata da una mano invisibile.

E comincia a leggere:

“L’eremita si alzò e guardò l’imperatore. “Ma le tue domande hanno già avuto risposta.”

“Come sarebbe?”, chiese l’imperatore, perplesso.

“Se ieri non avessi avuto pietà della mia vecchiaia e non mi avessi aiutato a scavare questi solchi, saresti stato aggredito da quell’uomo sulla via del ritorno. Allora ti saresti pentito amaramente di non essere rimasto con me. Perciò, il momento più importante era quello in cui scavavi i solchi, la persona più importante ero io, e la cosa più importante da fare era aiutarmi. Più tardi, quando è arrivato il ferito, il momento più importante era quello in cui gli hai medicato la ferita, perché se tu non lo avessi curato sarebbe morto e avresti perso l’occasione di riconciliarti con lui. Per lo stesso motivo, la persona più importante era lui e la cosa più importante da fare era medicare la sua ferita.

Ricorda che c’è un unico momento importante: questo. Il presente è il solo momento di cui siamo padroni.

La persona più importante è sempre quella con cui siamo, quella che ci sta di fronte, perché chi può dire se in futuro avremo a che fare con altre persone?

La cosa che più conta sopra tutte è rendere felice la persona che ti sta accanto, perché solo questo è lo scopo della vita.”

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Chi lo ha scritto

Saida Elgtay

Nasce in Marocco sotto ad un cavolo e a tre anni sbarca in Italia. Si riconosce nella scrittura sin dall'adolescenza e scrive a più non posso. Divora poesia e narrativa senza preoccuparsi delle conseguenze che questo può avere sulla sua fragile mente, sino a che all'età di ventiquattro anni non decide di prendersi una pausa da tutto quello che vuol dire essere adulti e crea un romanzo a quattro mani con l'amico Nicolò Angellaro. Paradossalmente vince il primo premio narrativa – romanzo del concorso InediTO, Premio Colline di Torino, con L'Anello Mancante edito da Il Camaleonte Edizioni, 2016. Precedentemente pubblica con AnankeLab il racconto Trasparenze inserito nella raccolta Il gusto di farlo. Raccontarsi senza veli. Con il racconto La puttana della libertà viene inserita nella prestigiosa raccolta di racconti del concorso Lingua Madre 2016-2017. Con il giornale Gazzetta di Torino pubblica online in due puntante il racconto fantastico L'uomo che urlava alla luna. Attualmente nei momenti in cui non “produce” testi si destreggia tra cani, gatti e caffè poiché crede fermamente che il movimento sia creazione di sé e di storie che valgono la pena di essere scritte, e forse anche lette.

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