John Keats: l’uomo il cui nome fu scritto sull’acqua

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Roma trasuda di storia e di anime che l’hanno abitata. Come fossero imprigionate nel tempo, esse infondono tuttora all’atmosfera una nota di eterno.A destra della scalinata di piazza di Spagna, per esempio, al civico 26, c’è il palazzo settecentesco dove il poeta inglese John Keats (1795-1821) visse i suoi ultimi mesi e morì il 23 febbraio, a soli venticinque anni. La figura esile ed elegante, il volto enigmatico e la poetica tormentata, fanno di lui uno degli esponenti più affascinanti della letteratura europea.

Di Keats attrae il fatto che abbia amato la poesia sopra ogni cosa, preferendola agli studi di medicina, e che fosse autodidatta – la sua famiglia infatti era di umili origini e non poté garantirgli una formazione letteraria. Ma nulla intaccò il suo genio, alla continua ricerca della bellezza nel mondo. Al suo occhio nulla sfuggiva, e tutto veniva riportato nero su bianco, riuscendo a dare profondità anche ad una riflessione a proposito di un’ape che si posa su un fiore, tanto per fare un esempio. Inoltre, egli ha riunito la sua produzione in un tempo breve; a partire dal quindicesimo anno di età, se si fanno i conti, John Keats deve avere composto le sue liriche in un arco temporale identificabile in una decina di anni, considerando il periodo fra 1818 e il 1819 come “l’annus mirabilis”, in cui produsse componimenti a ritmo incalzante. Oltre alle poesie, Keats è noto per le epistole, poiché aveva l’abitudine di “concedersi” a chiunque gli si dimostrasse amico.

Gli anni più prolifici del poeta coincidono anche con l’incontro dell’amore della sua vita, la londinese Fanny Brawne (1800-1865), che rimase fidanzata col poeta dal dicembre 1818 fino alla sua morte, avvenuta appunto a Roma nel 1821. I due non convolarono mai a nozze, perché Keats era povero e, poco dopo, si ammalò. Fino alla fine il poeta si è rammaricato di non essere rimasto con lei, ma la malattia di cui soffriva, la tubercolosi, era contagiosa. Inoltre, nel tentativo di trarre dei giovamenti, gli fu consigliato di “svernare” in Italia, a Roma, dove il clima è più mite.

Keats partì alla volta del Bel Paese nel settembre del 1820, e l’imbarcazione, già soggetta ad una furiosa tempesta, fu messa in quarantena presso il porto di Napoli, per il pericolo che i passeggeri avessero contratto il colera, di cui era scoppiata un’epidemia in Inghilterra. Quando Keats arrivò a Roma, era già novembre inoltrato, e quindi il clima mite solo un ricordo. La tisi non migliorò, anzi, lo portò ad aggravarsi sempre di più. A vegliare sui suoi ultimi giorni, con lui era presente l’amico e pittore Joseph Severn.

La malattia aveva già provocato la morte, anni prima, della madre e di uno dei fratelli del poeta – in tutto erano cinque figli, e Keats era il maggiore.

John Keats

John Keats

John Keats e l’amico Severn giunsero a Roma e presero alloggio nell’edificio di Piazza di Spagna. Pagarono 5 scudi al mese di pigione, in quello che era un palazzo in cui venivano affittati piccoli alloggi. Si sistemarono in due stanze, al secondo piano. Un piccolo salotto, occupato da Severn, comunicava con una stanzetta d’angolo, in cui dormiva Keats. Il soffitto era a cassettoni, e vi era anche un caminetto. Due finestre si affacciavano direttamente sulla piazza e sulla sua famosa scalinata. I pasti venivano somministrati a domicilio, grazie alla cucina dell’Osteria della Lepre, di via Condotti. Uno dei luoghi preferiti dai letterati stranieri era invece il Caffè Greco, situato proprio di fronte alla suddetta osteria. Quando le condizioni di Keats lo permettevano, egli era solito fare lunghe passeggiate al Pincio.

La depressione peggiorò la sua salute, poiché il giovane poeta avvertiva la mancanza dell’amata, ed era infastidito dalla critica dell’epoca, che pareva non avere troppa fiducia nei suoi componimenti. L’amico Severn fece di tutto per alleviare le sue sofferenze, ma il 23 febbraio 1821, nella piccolissima e spoglia stanza di piazza di Spagna, Keats, che aveva studiato per diventare chirurgo e sentiva la vita abbandonarlo, spirò. Le leggi dello Stato Pontificio imponevano che l’ambiente, in cui era morto un malato di tisi, venisse smantellato e disinfettato, onde prevenire il contagio. I pochi mobili vennero dati alle fiamme, e le pareti ridipinte. Il conto, naturalmente, venne consegnato allo sventurato Severn, e quindi alla famiglia del morto.
John Keats fu sepolto dopo tre giorni, nel cimitero acattolico di Roma, presso la piramide di Caio Cestio, tuttora meta di pellegrinaggio da parte dei turisti. Sulla sua tomba egli non volle che fosse scritto nulla, neanche il nome. Solo un breve epitaffio:

“Questa tomba contiene i resti mortali di un giovane poeta inglese che, sul letto di morte, nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua”.

Insomma, quasi uno sberleffo alla critica del tempo che lo aveva fatto soffrire; egli insinua che il suo nome non verrà ricordato a lungo, mentre dentro di sé sperava – e già sapeva – che invece lo avremmo ricordato a lungo. Oggi, alla destra della scalinata di Trinità dei Monti, dove il giovane poeta morì, ha sede un museo, il Keats-Shelley Memorial House, dove accanto al suo nome appare quello di un altro grande letterato inglese, che visitò Roma in tempi più o meno medesimi – appena qualche mese prima. Ritenuto l’autore di Frankenstein, in seguito attribuito alla moglie Mary, Shelley condivise con Keats l’amore per la poesia, e il fatto di morire in Italia.

John Keats non rivide Fanny mai più. La prova che il destino talvolta è beffardo: a cosa è servito privarsi della presenza di lei, se tanto poi avrebbe dovuto comunque morire?

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