Italia di Santoro non è l’Italia

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Il ritorno in Rai di Michele Santoro, poche sere fa, non ha prodotto alcuna innovazione: la montagna delle lunghe riflessioni sulla crisi del talk show che hanno impegnato il conduttore in questi mesi di assenza ha partorito il topolino di una riduzione teatrale della forma tradizionale.

L’approfondimento tematico con ospiti in studio è ciò che caratterizza, più o meno, tutte le trasmissioni socio-politiche dell’offerta televisiva italiana: nel caso di Italia, il fatto che sia mancata una discussione vera e propria, che non si sia verificata la sovrapposizione delle urla dei presenti e che il tutto non sia sfociato nel litigio più classico è stato determinato dalla teatralizzazione degli interventi, omelie solitarie recitate e scandite nel buio, senza che ai contendenti fosse data la possibilità di contestare e replicare.

Chi se lo fosse scordato ha avuto modo di assistere nuovamente al collaudato canovaccio santoriano: “quelli sono i cattivi, questi altri sono i buoni, che potete e dovete applaudire, quello è l’immondo Flavio Briatore, questo signore educato e civile è un professore, è Tomaso Montanari, e chiunque conservi un briciolo d’umanità dovrebbe concordare integralmente con lui”. Da una parte, c’era l’Italia dei loschi faccendieri, degli arricchiti più immorali, di chi vuole affamare i poveri e discriminare i diversi; dall’altra, l’Italia onesta e pulita di chi vorrebbe liberare le coste dalla cementificazione e destinare tutti i fondi alla Cultura, rigorosamente maiuscola, in quanto alternativa assoluta a tutti i mali del mondo.

Il maestro, però, nel frattempo è stato scavalcato dai propri allievi: Corrado Formigli, Riccardo Iacona, Luisella Costamagna e Sandro Ruotolo, per esempio, sono coloro che, lavorando a stretto contatto con Santoro a partire dalla fine degli anni Ottanta e fino agli anni Zero, hanno assimilato metodo e pose della sua efficace scuola di giornalismo d’inchiesta e di risentimento sociale. Oggi, ciascuno di loro è un volto riconoscibile e, soprattutto, provvisto di una notevole autorevolezza agli occhi di un certo pubblico, il che favorisce buoni dati d’ascolto, se non addirittura la scelta dell’impegno politico diretto, come nel caso della “discesa in campo” di Ruotolo. La diaspora santoriana, insomma, ha fatto sì che i frammenti si spargessero tutto attorno e che ogni tentativo di denuncia giornalistica, da allora in poi, venisse effettuato secondo i dettami scolastici.

È difficilmente misurabile, data la pervasività e la durata, l’influenza che la stagione televisiva nata in coincidenza con Tangentopoli ha avuto sul carattere nazionale: la mitizzazione del cittadino solo contro il Potere, dello stesso Santoro e del Gad Lerner di Profondo Nord e di Milano, Italia, della Verità incorrotta che finalmente viene resa disponibile alle masse popolari per il tramite della “voce scomoda” del giornalista. Il fenomeno non è unicamente ascrivibile al campo progressista: si pensi a come il terreno politico per l’avvento di Berlusconi fosse stato televisivamente dissodato da Gianfranco Funari, amico e difensore della “gente”.

Già, Berlusconi: l’unica novità di Italia è consistita paradossalmente in un ritorno al passato, nella riattualizzazione della sua figura, il cui dominio era sembrato sbiadire e svanire, negli ultimi tempi. Allora, quasi intenerito dal ricordo, Santoro ha rievocato quella “linea di resistenza televisiva” che seppe fronteggiare lo strapotere del Cavaliere, cioè le vittime del noto “editto bulgaro” che per sempre resteranno nei cuori degli anti-berlusconiani più puri. La categoria è quella del vintage, niente di particolarmente incisivo né offensivo: l’Italia sembra essersene andata altrove, senza polemica. Per molti, anche a sinistra, la divisione funzionale non funziona più – si perdoni la ripetizione –, buoni e cattivi hanno a disposizione innumerevoli maschere e, forse, è proprio la faccia sottostante a mancare, ormai: nella distribuzione dei ruoli di Italia è difficile scegliere, affidarsi o più semplicemente fidarsi.

C’è chi, invece, facendo tesoro della lezione di quella lunga stagione televisiva, in questi anni ha preferito spingerla fino in fondo, portarla a compimento e convertire il santorismo in grillismo tout court: gli elementi utili a permettere una tale mutazione non mancavano, del resto, ma non siamo stati ancora in grado di definire i lineamenti del fenomeno politico più significativo dei nostri tempi, che sembrano ibridi. Il panopticon del Grande Fratello, al cui interno si diffonde la voce del Santoro più agguerrito, o di qualche suo reporter d’assalto, che ripete ritmicamente tutte le accuse al Potere: ecco la loro accademia di formazione politica.

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