Il REFERENDUM in 11 motivi: sì, no e soprattutto, perché votare?

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Manca poco più di un mese al referendum. Molti sono oltremodo convinti del da farsi, spesso perché il tema referendario si è trasformato in diatriba politica. Il sì o il no sono divenuti bandiere pro o contro Matteo Renzi.

Secondo me la Costituzione dovrebbe essere giudicata, modifica, ammendata da costituzionalisti, giuristi, non chiedendo un sì o un no al popolo sovrano. Però tocca a noi votare e siccome non vorrei prendere una decisione basandomi sulle antipatie o simpatie per Renzi, per Grillo, per Brunetta e altri ameni personaggi, ho pensato di chiedere ad alcuni amici cosa comportino il sì o il no, senza che venissero citati nel discorso il Movimento 5 Stelle o Il presidente del consiglio. In verità è difficile separare l’attualità dalla scelta per il referendum.
Allora come prendere una decisione? Innanzitutto capendo cosa chieda il quesito referendario che così recita:

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?»

Personalmente posso capire cosa sia il CNEL, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, cioè un organo di rilievo costituzionale, previsto dall’articolo 99 della Costituzione, istituito con legge n. 33 del 5 gennaio 1957. Le materie di sua competenza sono la legislazione economica e sociale. È un organo consultivo del Governo, delle Camere e delle Regioni, e ha diritto all’iniziativa legislativa, limitatamente alle materie di propria competenza. (Wikipedia)

O anche Il Titolo V.
“Il Titolo V è quella parte della Costituzione italiana in cui vengono “disegnate” le autonomie locali: comuni, province e regioni. L’attuale struttura delle regioni deriva da una serie di riforme del Titolo V cominciate negli anni Settanta e terminata con la riforma del 2001 (approvata con una maggioranza di centrosinistra e poi confermata da un referendum). Lo scopo di tutte queste riforme, compresa quella del 2001, era dare allo Stato italiano una fisionomia più “federalista”, nella quale i centri di spesa e di decisione si sarebbero spostati dai livelli più alti, lo Stato centrale, a quelli più locali, “avvicinandosi” così ai cittadini.” (Il Post)

Quello che non mi è chiaro se sia meglio sopprimere il CNEL e cosa succede poi. E anche in che senso è stato revisionato il Titolo V? E soprattutto, perché chiedere alle persone come me, se approvare o meno quanto già deciso dal parlamento e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale?

Sì o No, cantava Fiorello nel 1993 ...

Sì o No, cantava Fiorello nel 1993 …

Fortunatamente sull’Undici sono ben rappresentate entrambe le posizioni e anche le istituzioni.
Per questo vi raccontiamo il referendum in 11 motivi:
5 per il no
5 per il sì
1, il più importante sul perché andare a votare a prescindere.

5 MOTIVI PER VOTARE NO: secondo Maria Grazia Giordano.

La Costituzione è l’atto normativo che pone e definisce le fondamenta dell’architettura democratica di una nazione, fissa la natura, la forma, la struttura, l’attività e le regole imprescindibili di un’organizzazione. La Costituzione Italiana, nata alla fine del periodo più buio della nostra storia unitaria, fu concepita e realizzata unendo e dando voce a tutte le declinazioni politiche della neonata democrazia, era ed è una Costituzione inclusiva, solidale, partecipativa. L’ art. 3 della Nostra Costituzione recita: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Piero Calamandrei, uno dei nostri Padri Costituenti, in una famoso discorso disse a proposito: “E’ compito della Repubblica quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. (…) Questa Costituzione è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo.”

1 – Io mi guardo intorno e amaramente constato che i principi fondanti questa Carta Costituzionale non sono stati rispettati, gli obiettivi fondamentali non sono stati raggiunti. Non credo si possa affermare che il lavoro sia un diritto garantito a tutti, anzi vedo il diritto al lavoro mortificato e le tutele ai lavoratori, faticosamente conquistate anche grazie a questa Costituzione, annichilite, vedo che una giusta retribuzione che permetta una vita dignitosa è prerogativa per pochi e un miraggio per i più. Per questo motivo io voterò NO.

2 – Mi guardo intorno e non vedo la garanzia di una scuola, di una istruzione pubblica per tutti, vedo invece che si sottraggono risorse alla scuola e all’istruzione pubblica per dirottarle verso quella privata, privilegio accessibile a pochi. Per questo motivo io voterò NO.

3 – Mi guardo intorno e non vedo raggiunta nessuna uguaglianza di fatto fra i cittadini, io vedo la forbice della disuguaglianza sociale sempre più ampia e pericolosa, una sanità pubblica a pezzi, uno stato sociale distrutto, un numero crescente di poveri che sono sempre più poveri e i ricchi, sempre gli stessi, che mantengono i propri privilegi e diventano sempre più ricchi. Per questo io voterò NO.

4 – Tanto la nostra Costituzione è inclusiva, solidale, partecipativa tanto questa riforma è divisiva, esclusiva e poco partecipativa. Non è il frutto di una necessità sentita e maturata in sede parlamentare, al contrario da forma alla volontà di una maggioranza fittizia espressione di elezioni svolte con una legge dichiarata INCOSTITUZIONALE. Non semplifica, ma complica il processo di produzione legislativa. Limita la partecipazione diretta dei cittadini ponendo il minimo di 150.000 firme per i disegni di legge di iniziativa popolare, a fronte delle 50.000 attuali. Non taglia costi e privilegi della politica con il “ridimensionamento” del Senato, invece fa scempio della nostra democrazia colpendola al cuore, non due rami di un Parlamentarismo perfetto, vera certa garanzia di democrazia, ma una camera unica (espressione di una maggioranza falsata) che legifera e decide in perfetto solipsismo. Questa riforma non abolisce il Senato, abolisce la possibilità per noi cittadini di scegliere tramite elezione i senatori. Per tutto questo io voto NO.

5 – La democrazia è quella forma di governo del popolo per cui pochi eletti rappresentano in diverse misure tutti gli elettori e operano per il bene comune. Una sottilissima linea distintiva rispetto all’ Oligarchia in cui pochi “eletti” rappresentano un ristretto gruppo di cittadini e di interessi. La nostra Costituzione preserva la nostra Democrazia dalla trasformazione in una Oligarchia, questa riforma invece spinge proprio verso questa nefasta trasformazione. Per questo io voto NO.

UNA DIFESA SENTIMENTALE del Sì, 5 punti. Di Paolo Bonari
1 – Innanzitutto, trovo offensivo anche soltanto domandarmi se andrò a votare, dopo che Luca Telese ha dichiarato con veemenza il proprio No. Si dà il caso, infatti, che Telese sia il mio Andreotti privato, e mi spiego. Si narra che ai bei tempi, cioè ai tempi in cui amici e nemici si facevano riconoscere, il PCI avesse escogitato un proprio metodo, in caso di passaggi parlamentari particolarmente delicati: dava un’occhiata all’orientamento al voto di Andreotti, e si comportava di conseguenza, cioè facendo il contrario. Poi, purtroppo, il Divo ha riconquistato un bel po’ di consensi, dalle nostre parti, a mano a mano che le posizioni anti-israeliane attecchivano sul tronco comunista e andavano a mischiarsi con il tradizionale antisemitismo cattolico, il suo. Insomma, ben più di Zagrebelsky, Telese: se lui è per il No, io non ho manco bisogno di informarmi più di tanto, so da che parte stare. Luca Telese è una comodità di cui non saprei più fare a meno. (Luca, niente di personale, eh.)

2 – Meno male che i padri costituenti sono tutti morti, perché, se fossero vivi, passerebbero la propria vecchiaia a darci bastonate sul capo. Ma non perché stiamo attentando alla sacralità della Carta: tutt’altro, cioè proprio perché c’abbiamo messo sessant’anni per tentare di modificarla! La Costituzione del ’48, miracoloso sforzo comune delle forze politiche dell’epoca, era vecchia prima della sua entrata in vigore, cioè nel ’47, quando Meuccio Ruini, presidente della cosiddetta Commissione dei 75 incaricata di redigerne il testo, ammetteva che essa non soltanto era perfettibile, ma che presentava “gravi difficoltà”, e che “può e deve essere modificata nel tempo”, adeguandosi “alle esigenze dell’esperienza storica” e non essendo “una reliquia sacra e intoccabile”. Un ottimista, Ruini, convinto che la Costituzione sarebbe stata “gradualmente perfezionata”: dei visionari con lo sguardo rivolto al futuro, i costituenti, ma non così visionari da riuscire a immaginare la litigiosità (in favore di telecamera) e l’inconcludenza delle peggiori classi politiche d’Europa, le nostre. “Noi stessi – e i nostri figli – rimedieremo alle lacune e ai difetti, che esistono, e sono inevitabili”: i figli si sono dimostrati illegittimi, i nipoti continuano a giocare coi soldatini, anche se ormai vanno per gli ottanta. Quali i difetti più gravi, secondo il costituente? Nientemeno che “la composizione delle due Camere e il loro sistema elettorale”, cioè i punti laddove interviene questa riforma, nel tentativo di realizzare gli auspici degli stessi estensori del testo. Il giudizio di Piero Calamandrei, forse, era ancora più radicale: secondo lui, di quello “che è il fondamentale problema della democrazia”, cioè come “rendere più stabili e durature” le coalizioni, nella Carta “non c’è quasi nulla”, a causa delle insanabili diversità di vedute dei partecipanti al processo di redazione.

3 – Diciassette legislature per tentare la riforma di quella Parte II della Costituzione che, già all’esordio, era considerata gravemente deficitaria: decenni di alte riflessioni, di prestigiosi convegni, di zero risultati. E come rispondere a chi afferma la necessità di qualche ritocchino anche alla Parte I, per svecchiarne certe formulazioni pertinenti più a certa retorica totalitaria che alle teorie classiche della democrazia? Meglio non esagerare, ripensare ai precedenti fallimenti e dirla tutta: io votai Sì anche al referendum confermativo del giugno del 2006, che riguardava la famigerata legge di revisione costituzionale del novembre precedente, reggente Berlusconi, nonostante i severi ammonimenti dei miei compagni di allora e mettendo a dura prova la loro tolleranza: leggevo Carlo Fusaro sul (fu) “Riformista”, ammiravo il suo coraggio e condividevo il suo Sì. Insomma, difendevo la mia scelta, in mezzo al malumore degli altri militanti, e non dico che avrebbero avuto voglia di espellermi, perché già non si faceva più: nel dubbio, però, evitavo di andare in bagno e me la tenevo per tutto il tempo, perché avevo paura, facendo ritorno dopo un’assenza di qualche minuto, di trovare chiusa la porta della stanza delle nostre riunioni e che avessero sostituito la serratura. Poi, ci sono state le proposte della Commissione per le riforme costituzionali istituita dal governo Letta, e siamo all’oggi. Oggi, che non faccio più parte di niente, che i nervi dei vecchi compagni non sono più insidiati dal mio vocione impertinente, io posso finalmente e di nuovo sentirmi membro di nient’altro che della mia storia, proprio ora che, legalmente, ne sono fuori, in mancanza della Tessera e, paradossalmente, da anti-renziano: né lui né i suoi fedeli servitori hanno mai ricevuto il mio sostegno e, da fiorentino acquisito, preferivo il “grigio” sindaco precedente, Leonardo Domenici, al pop Matteo: avrei votato per Graziano Cioni, alle primarie comunali di coalizione del 2009, se avessi già trasferito a Firenze la mia residenza e se la giustizia a comando non avesse fatto fuori lo Sceriffo e non l’avesse costretto al ritiro.

4 – Sono in pochi a parlarne: l’abbassamento del quorum necessario a validare i referendum abrogativi, se supportati da almeno ottocentomila firme. A riforma avvenuta, basteranno metà più uno dei votanti delle precedenti elezioni politiche: il che non significa l’annullamento vero e proprio del quorum, che avrebbe impedito del tutto agli attori politici di schierarsi per l’astensione, ma la modifica diminuisce la probabilità che lo facciano e favorisce una competizione più leale, meno truccata, perché sono decenni che, con il crollo fisiologico dei votanti, ogni referendum abrogativo viene fatto fallire con il decisivo apporto degli astenuti.

5 – C’è chi dice che, così facendo, si sta spaccando il Paese: magari. Il vizio indomabile è quello di credere che l’Italia abbia sì bisogno di cambiamenti profondi e di mille rivoluzioni locali, ma che i conservatori siano sempre gli altri, che noi staremo dalla parte giusta della barricata, che le resistenze non saranno mica le nostre, figuriamoci: della sfilata di brutte facce dei nostri padri politici una si rifà viva e fa il verso a sé stessa, quella del Grande Timoniere che, per fortuna, ho sempre detestato e che, adesso, mi annuncia: la Costituzione, la riforma della Costituzione, non è un pranzo di gala. Quelli che si sentono molto di sinistra e molto per il No come pensano di farla, la rivoluzione? Sorseggiando la tisana di fine pasto con le signore dei comitati? Urgono sacrifici: io, per esempio, ho tirato fuori il sacco a pelo e mi piazzerò davanti al mio seggio, in via Martelli, in modo tale da votare per primo, contribuire all’innalzamento del numero di votanti mattutini, dare fiducia ai compagni più disillusi o realisti che prevedono pochi e agguerriti votanti anti-Governo… Ma non arriverò fino al punto di pregare Santa Maria del Fiore, che pure sta là davanti, perché resto ateo e materialista.

UN MOTIVO PER VOTARE, di Max Keefe.

In questo referendum costituzionale, differentemente da quelli ordinari, non esiste il quorum. Vince la maggioranza semplice, anche se si tratta di una percentuale bassa degli elettori complessivi. Quindi, l’astensione non vale come un NO alla riforma Renzi, non vale proprio nulla. E’ bene ricordarselo. Al di là dell’ovvio dovere di partecipazione politica, il cittadino che è convinto oppure vuole respingere la riforma della Costituzione, deve esprimere, altrimenti saranno gli altri a decidere.

 

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Chi lo ha scritto

marina

Marina Marinda Flamigni. Donna, con occhiali e rughe d’espressione, sorriso verso il mondo e cervello in fuga da fermo. Mi interessa tutto e non mi intendo specificamente di nulla. Ho lavorato in comunità per tossicodipendenti e ho letto tutto "Infinite Jest". Maneggio male la realtà ma provo a gestirla scrivendoci sopra.

Maria Grazia Giordano Paperi

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Nata a Lodi, ha vissuto numerose vite quasi sempre fra le due sponde del Po, quella lodigiana e quella piacentina. Ha svolto studi classici presso il Liceo Ginnasio "M. Gioia" di Piacenza, si è laureata in giurisprudenza presso l'Università degli studi di Parma. Scrittrice, poeta, ghostwriter e ghostcreative, ha esordito come autrice nel 2012 con il romanzo "E poi madri per sempre" (Edizioni Compagine), nel 2015 è uscito "Pufulet. L'asinello di Santa Lucia" (Edizioni Gutenberg). Convinta ambientalista si sposta quasi esclusivamente sulla sua bicicletta "La Poderosa", ama leggere, viaggiare, fotografare, andare al cinema, coltivare l'orto.

Paolo Bonari

Dottore di ricerca in Filosofia, toscano, nato nella provincia senese, abito a Firenze, e non sono mai vissuto (a lungo) vicino al mare, purtroppo: in compenso, passo ore a guardare gli atlanti geografici, quelli molto particolareggiati, a studiare le insenatura della costa tirrenica, una per una.

Max Keefe

Max scribacchia idee per l'Undici dal duemilaundici con passioni varie. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ed adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici, a disposizione gratuita per chi sia interessato. Scrivetemi su maxkeefe11@gmail.com, anche per chi ha letto "Finale di picnic" e vuole sapere la conclusione di Hanging Rock.

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