Il fantasma dell’estinzione della specie umana

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Allarme rosso: “l’Istat certifica un calo demografico senza precedenti: da gennaio a giugno i nuovi nati sono diminuiti del 6%, il triplo rispetto a un anno fa”.
Che dire? Tragedia, casualità o scelta? La risposta è scontata, almeno così sembra. Ho letto decine di commenti a riguardo, la maggior parte dei quali sposa la tesi della tragedia. Chissà perché non mi sorprende! Si dice pur che i figli sono un dono di Dio e, sebbene Dio in questo caso, faccia la figura del dongiovanni impunito, il dono resta tale e va accettato. Rifiutarlo sarebbe da maleducati!

donoSappiamo tutti, però, che i figli non sono affatto un dono di Dio e, a volte, ahimè, neppure un dono. Inutile mentire, un bimbo deforme o affetto da una malattia degenerativa, non piace a nessuno. I “santi”, sulla terra sono rari, e i credenti, quelli veri, quelli con una visione talmente ampia del mondo da perdere il contatto con la realtà concreta, altrettanto. Pullulano gli ipocriti, non c’è dubbio, ma per un momento, facciamo finta che questi non esistano.
Per la maggior parte dei genitori, infatti, un figlio handicappato, problematico o eternamente confinato nell’età dell’adolescenza, non è un dono, bensì, molto più semplicemente, una creatura sfortunata alla quale loro dovranno dedicare la vita intera, senza aver modo di sapere, inoltre, quale sarà il futuro di quella creatura quando loro non ci saranno più.
madreQuesto, però, non c’entra con il calo demografico, se non in parte, precisamente quella di coloro che arrivati ai cinquant’anni suonati, piuttosto che rischiare di avere un figlio deforme, rinunciano alla genitorialità “naturale”. Perché, allora, nascono pochi bambini?
I motivi/scuse più gettonati, banalmente parlando, sono sempre gli stessi, ovvero quelli relativi allo studio, all’impegno economico e al lavoro. Un figlio costa energie e denari. Richiede tempo, impegno e attenzioni che, a volte, si protraggono all’infinito.

E poi, ai nostri giorni, il processo riproduttivo ha perso quell’aura di magia e di sacralità che nel corso dei secoli ha contribuito a farne qualcosa di straordinariamente misterioso e affascinante. Oggi, mettere al mondo un figlio è diventato un atto cerebrale, come programmare una seduta dall’estetista, una lezione di ballo, oppure un viaggio: si decide dove, come e quando farlo, anche perché, spesso, diciamolo, non c’è altra scelta! Pensare di poter diventare genitori in modo naturale è sempre più difficile, soprattutto, considerato il fatto che i moderni neo mamma e papà -oberati da impegni lavorativi, hobby e stress- assomigliano sempre di più a quella che una volta era la classica figura dei nonni, almeno da un punto di vista anagrafico.

stressChe cos’è cambiato rispetto a qualche anno fa? Da quanto mi risulta, i bambini si concepiscono ancora nello stesso modo, sperabilmente attraverso un atto d’amore. Sembra, però, che il tempo per dolci effusioni (pro)creative sia cosa rara. Nonostante, infatti, il tempo per fare un’ora di straordinario in ufficio si trovi sempre, così come quello per concedersi un aperitivo con gli amici, un lettino abbronzante o una lezione con un personal trainer, quello per fare l’amore, invece, sembra sfuggire (il sesso con l’amante è un’altra cosa). Età, inquinamento e stress fanno il resto.
Pare incredibile, eppure, messi da parte i motivi/scuse sopra citati, non c’è, materialmente, il tempo per fare figli. Una volta, evidentemente, le 24 ore della singola giornata erano oggetto di un incantesimo. I minuti, con tutta probabilità, subivano un processo di dilatazione ed il tempo, di conseguenza, rallentava. Deve essere così, altrimenti, questa “distanza” tra ieri ed oggi non si spiega proprio.

deammaAd ogni modo, qual è il vero dramma -se ce n’è effettivamente uno- nella flessione delle nascite? perché si grida all’allarme? qual è il problema reale? Salvare il mondo dall’invasione dei migranti? mantenere in equilibrio gli ecosistemi e le risorse ambientali? oppure riuscire a pagare la pensione ad una popolazione sempre più vecchia?
Pensate al pandemonio che si scatenerebbe se il problema, invece, fosse quello opposto, ovvero la sovrappopolazione. In quel caso, aumenterebbero in maniera esponenziale disoccupazione, delinquenza, disastri ambientali, sottoalimentazione, epidemie virali…

Le teorie della popolazione e dei cicli demografici sono da sempre, materia di studio e di discussione. A volte, l’allarme viene lanciato quando la percentuale di crescita risulta troppo ambiziosa per mantenere l’armonia nel cosmo, altre volte, invece, quando la flessione demografica risulta troppo rilevante. In entrambi i casi, l’agitazione è spesso ingiustificata, proprio perché, essendo queste, come si è accennato, fasi di uno medesimo fenomeno, in esse è insita una sorta di compensazione che consente un bilanciamento tra calo e crescita della popolazione. Infatti, accade sempre la stessa cosa -forse per combattere la noia della routine tra notizie di politica, terrorismo, femminicidi e ribellione della natura- ovvero, che se ne parli animatamente per qualche tempo, poi, esaurito l’effetto shock… che torni l’oblio.

donneE se, invece, il calo demografico –perché oggi si parla di questo- fosse semplicemente il risultato di una libera scelta? Il destino di una donna, è forse, sempre, quello di diventare obbligatoriamente madre?! E poi, ancora, qual è il senso dell’esistenza dell’essere umano? fare figli o vivere nella libertà di scelta? e la libertà di scelta, è frutto dell’egoismo di esseri umani sempre più egocentrici e narcisisti, oppure, è frutto della generosità di coloro che sensibili al progressivo impoverimento e inaridimento dell’uomo, preferiscono risparmiare inutili sofferenze a creature innocenti?

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    È ben vero che in questo balordo mondo un giorno si grida che c’ è troppa gente, e un altro giorno che il mondo si spopola. Penso che gli ultimi tempi storici non siano un grande invito alla procreazione: crisi planetaria, guerre brutali, migrazioni bibliche e tragiche. Anche nelle ere passate ci sono state epoche in cui meglio era non esser nati , si sa. Eppure il mondo è sempre andato avanti, l’ umanità ha sempre saputo ritrovare la sua strada dopo guerre, pestilenze, povertà e fame, eccidi di popoli. Il mondo è andato avanti nonostante vi abbiano trovato posto anche i figli degli dei minori, che un tempo erano seguiti e curati assai meno di oggi. E ricordiamoci che oggi, volendo e trovando la cosa necessaria, in occidente nessuno nega l’ analisi preimpianto e le tecniche di fecondazione assistita. No, il mondo non si ferma, non si fermerà perché, dio solo sa come, si trova a tutto un accettabile rimedio, si ripesca sempre la dea che non vuole lasciare la terra.
    Il vero problema è la vergogna di non figliare per egoismo, per eludere impegno e amore incondizionato, per coltivare i propri comodi più che inseguire narcisismi che sono solo malate e penose attenzioni morbose verso sé stessi. Il vero problema non sono quei genitori che amano le loro creature oltre ogni umano limite e che alle loro sfortunate creature mai rinuncerebbero: qui il vero problema sono coloro che vedono in queste creature un peso, una zavorra da lasciare appunto solo nelle mani dei loro genitori quasi a mo’ di castigo per averli figliati, senza pensare che si può pensare anche agli sfortunati, preparare per loro luoghi e competenze di cura ed assistenza, preparare per loro un futuro senza i supporti genitoriali quando essi non potranno più essere accanto alle loro creature. È qui, proprio qui che io vedo il marciume della nostra società, una società che si fregia di appartenere ad una civiltà che sbarca sonde su sonde su Marte ( pure fallendo) e poi frigna se deve affrontare il tema della disabilità. E si mette le mani nei capelli ululando che è meglio lasciar morire di fame un’anoressica piuttosto che farle un ricovero forzoso quando cammina sul filo della morte, solo perché le statistiche a lungo termine direbbero che le anoressiche che furono forzate a salvarsi in extremis muoiono in percentuale maggiore: ma certo, con i servizi a remengo per cotali malattie di grande complessita’ e la mancanza di reti di sostegno, hanno ragione sì queste tragiche statistiche! Ma perché ostinarsi a non creare luoghi di cura estrema con le competenze dovute e che oggi non mancano? Mancanza di fondi o squallidi interessi?
    Chi non può cavarsela non doveva nascere: si torna al punto di cui sopra. Chi non è baciato dalla ruota della fortuna sgomberi il campo!
    Mai venuto in mente a nessuno che i veri handicappati, i minorati di intelletto e volontà siano invece gli stolidi egoisti che si sbattono qua e là senza nulla concludere per sé e per gli altri, che s’ annoiano sull’ amaca del loro ego pelandrone, molto più incline a veder magagne ovunque pur di oziare all’ ombra della libertà personale e del loro personalissimo disimpegno sociale che chiamano diritto, con tanto di codice alla mano. È vero: ognuno è libero di fare ciò che gli pare, ci mancherebbe! Ma nessuno è libero di sottrarsi all’ impegno nella società che ti tiene e sostiene, fosse quello di aiutare chi ha necessità e dispiaceri fin sopra i capelli, fosse quello di figliare per amor di chi hai per compagno o compagna, per amore di quella vita che altri, generosamente, han dato a te.
    No, i motivi per cui adesso non si figlia non sono nelle difficoltà del momento, pur enormi, ma nell’ enorme egoismo che impedisce di assumersi le normali difficoltà che la vita in sé impone.
    E dove sarebbe dunque la differenza tra gli adoratori del sé libero e giocondo e gli “sfortunati” che non sappiamo dove mettere? A ben vedere i secondi hanno chi li ama incondizionatamente, più della loro vita e l’amore si sente anche nella sfortuna; hanno qualcuno che soffre e lotta per loro fino alla fine. I primi è già tanto se gli si affeziona un po’ il pesciolino rosso della non proprio brillante vaschetta che sa alquanto di acqua morta.

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  2. Ester

    “Amo riflettere” leggo nella sua scheda.

    Allora rifletta sulla mancata integrazione e inclusione di questi cittadini (deforme, handicappato, problematico, creatura sfortunata).
    Inclusione che ancor prima che nei fatti deve essere nelle parole. Accade invece che quando una persona che deve parlare o scrivere di disabilità, anche se culturalmente preparata ed in buona fede, si trova in grave difficoltà e usa parole che fanno venire la pelle d’oca alle persone che vivono quotidianamente nel mondo della disabilità.

    Proprio come ha fatto lei.
    Comunque non ho imparato nulla da questo pezzo, pieno solo di preconcetti.

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