Emozioni animali

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Ancora oggi, alcune tribù dell’Amazzonia peruviana considerano i bianchi come persone che vogliono rubare il loro fluido interiore. Sembra che l’origine di questo timore risalga alle prime incursioni dei conquistadores spagnoli in queste regioni qualche secolo fa. L’umidità della selva danneggiava le armi degli uomini bianchi che, per proteggerle, cominciarono ad uccidere indios per utilizzare il loro grasso per ingrassare spade e fucili…

Quel comportamento spietato così come la capacità degli spessi spagnoli di sopravvivere e conquistare immensi territori sconosciuti in Sud America si dovette, in parte, certamente anche al fatto che considerassero inferiori a loro ed in particolare non pienamente umane, le popolazioni che sterminarono a milioni. Oltre alla tecnologia, questa certezza fornì agli europei un senso di superiorità che non deve essere così distinto da quello che percepiamo noi di fronte ad una zanzara che, infatti, uccidiamo senza alcuna remora.

1645_0n78ce0i_1006439La discussione sul fatto se gli indios possedessero o meno un’anima durò assai a lungo ed il fatto che consideriamo, almeno in teoria, tutti gli uomini uguali è una conquista relativamente recente. Per secoli, abbiamo culturalmente concepito l”altro” come avente caratteristiche non umane, ammettendo quindi l’esistenza di “uomini non umani”. Nel V secolo a.C., il cartaginese Annone, durante un lungo viaggio in Africa, sbarcò su di un’isola che descrive abitata da uomini e donne che avevano corpi ricoperti da una fitta coltre di pelo. I suoi interpreti gli dissero che venivano chiamati: “gorilla”.  Evidentemente per Annone non era inconcepibile che un uomo, seppure da lui considerato selvaggio, potesse avere le sembianze di un gorilla.

Tuttora definiamo ogni organismo vivente prendendo noi come riferimento e diamo per scontata l’esistenza di un confine netto tra noi e gli animali, valutando l’”umanità” nitidamente distinta dalla “animalità”. Ma esiste davvero questa frontiera?  O è frutto anch’essa della nostra ansia di catalogare tutto in bianco e nero, buono e cattivo perché così ci sentiamo rassicurati, mentre nella scienza e in ogni altro contesto, tutto è spesso sfumato e indistinto? Non dovremmo considerarci anche noi animali? E ancora: ha senso in sé discutere della differenza tra noi e gli animali, dal momento che sempre li definiamo in base a quanto siano umani ossia vicini o distanti da noi?

Anche se già Aristotele nel suo “Sull’anima” affermava che anche le piante hanno un’anima e Darwin sosteneva che “anche gli insetti provano rabbia, paura e amore” solo negli ultimi anni la nostra sensibilità nei confronti degli animali è decisamente aumentata. Oggi sappiamo che delfini, scimpanzé ed elefanti si riconoscono nello specchio, vegliano i loro morti e provano emozioni. E quindi, implicitamente, valutiamo questi animali superiori rispetto ad altri. Ma fin dove possiamo e dobbiamo spingerci?

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In uno studio pubblicato il 30 settembre 2016 sulla rivista “Science”, alcuni ricercatori britannici hanno studiato le emozioni di un gruppo di api, giungendo a conclusioni piuttosto sorprendenti. Nell’esperimento le api, chiuse in un recipiente avevano di fronte un foro con a fianco un quadrato di colore blu e un altro vicino ad un quadrato verde. Il foro blu conduceva dentro un cilindro in fondo al quale c’era una soluzione zuccherina; in fondo al verde c’era invece solo acqua. Le api hanno presto imparato da che parte era meglio andare, associando il blu ad una ricompensa.

Un'ape entra nel foro segnalato dal colore ambiguo.   [immagine: Clint J. Perry]

Un’ape entra nel foro segnalato dal colore ambiguo.
[immagine: Clint J. Perry]

Successivamente, alle api è stata proposta una scelta ambigua, ossia un foro ad uguale distanza tra il quadrato verde ed il blu oppure vicino ad un colore che era un misto tra blu e verde. Quello che le api facevano di fronte a questa situazione incerta, dipendeva da “come si sentivano”. Alcune api, infatti, erano fatte entrare nel recipiente attraverso un tubo nel quale ricevevano zucchero ed altre niente. Quelle che avevano mangiato lo zucchero, impiegavano meno tempo a decidere di entrare e lo facevano a maggiore velocità. Secondo gli studiosi, le api che avevano appena ricevuto l’inaspettato regalo zuccherino, erano più felici, quindi più ottimiste e quindi meglio predisposte di fronte all’incertezza. Anche noi umani reagiamo così: se siamo di buon umore, tendiamo ad interpretare una situazione dubbia in termini positivi: per esempio identificare uno sconosciuto come un amico e non come una minaccia.

In un altro esperimento dello stesso studio, le api sono state anche intrappolate temporaneamente, simulando un attacco di un predatore. Le api che avevano assunto zucchero hanno recuperato la loro attività normale più in fretta di quelle “tristi” che non avevano ricevuto nulla. In entrambi gli esperimenti inoltre, a tutte le api è stato somministrata una sostanza (flufenazina) che inibisce la dopamina, il neurotrasmettitore legato ai meccanismi del piacere e della gratificazione nel nostro cervello. In questo caso, ossia quando lo stato di “felicità” veniva chimicamente soppresso, sia le api che avevano mangiato lo zucchero sia quelle che non lo avevano fatto si comportavano allo stesso modo: le api ottimiste non erano più tali nonostante il regalo imprevisto e agivano come le altre. In altre parole, sembra che l’assunzione inattesa di zucchero stimoli i medesimi meccanismi neuronali che sono alla base delle emozioni che proviamo noi umani.

Nel 2014, alcuni scienziati dell’università di Bordeaux hanno studiato il comportamento di gamberi a cui venivano somministrate scariche elettriche. Anche quando lo stimolo elettrico veniva rimosso, i gamberi si rifiutavano di entrare in una zona buia, evidentemente perché in preda all’ansia. Quando invece veniva loro dato un ansiolitico in vendita in farmacia, che riduce i livelli di serotonina, i gamberi si calmavano e si dirigevano normalmente nell’oscurità. I gamberi avevano paura del buio anche quando veniva loro somministrata serotonina, dimostrando che il meccanismo chimico dell’origine dell’ansia è identico (o molto simile) a quello che ha luogo nel nostro cervello.

Dobbiamo dunque concludere che le api e i gamberi provano emozioni? Forse. Del resto gli stati emozionali sono determinati da reazioni chimiche che accadono o meno in base ad alcuni stimoli, come, ad esempio, ricevere o meno un regalo imprevisto. Da qui ad affermare che le api abbiano sentimenti ce ne passa, anche per l’estrema difficoltà con cui possiamo definirli e misurarli. L’enorme capacità immaginativa della mente umana è in grado di indirizzare queste emozioni: siamo e sentiamo anche ciò che pensiamo ed immaginiamo. Le api non sono probabilmente in grado di fare ciò, ma studi come questi ci inducono ad interrogarci sulla possibilità di una coscienza non solo nei mammiferi o nei vertebrati, ma anche negli insetti e negli invertebrati.

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Se la Terra fosse dominata dalle scimmie, esse definirebbero il nostro status in base a quanto siamo simili a loro, ossia, per esempio, misurando la nostra capacità di arrampicarci sugli alberi?

Nel complicato dibattito sulla sperimentazione animale, ci dimentichiamo spesso che la grande maggioranza degli esperimenti sono realizzati proprio su insetti. Provocatoriamente ed iperbolicamente, potremmo immaginare che, tra qualche anno, esisteranno enti per la protezione degli insetti e la nostra sensibilità ci impedirà di uccidere indiscriminatamente le zanzare, così come oggi ci indigniamo e soffriamo di fronte ad un cane maltrattato.

Forse il confine tra umani ed animali, spesso definito in base alla nostra capacità di “sentire” e di avere coscienza non esiste o forse va spostato ancora più in là. Rimane però la constatazione che negli esperimenti in cui si esamina il comportamento degli animali, gli umani chiedono sempre agli animali: “Quanto sei come me?”. Siamo sempre noi il riferimento. Quante volte sentiamo dire, per elogiare un cane: “Sembra proprio un essere umano!”. Ma perché valutare un cane paragonandolo a noi? Guardiamo agli animali non come animali, quanto più che altro come “animali che assomigliano a noi”. Non è già questa una forzatura e un’ennesima dimostrazione del nostro eterno antropocentrismo che tanto danno ha fatto alla nostra crescita e che, come tutti i “centrismi” sottintende una malcelata insicurezza?

[libro consigliato, parziale fonte bibliografica e di ispirazione per questo articolo: “Filosofia dell’animalità” di Felice Cimatti.

 

 

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