Università invisibile, certezza risibile

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Nella vita politica di tutti i giorni, c’è sempre un’emergenza dinanzi a cui correre ai ripari: le migrazioni di massa, la “questione rifiuti”, un Campidoglio ingovernato e ingovernabile, aiuti e sussidi che tardano ad arrivare, un tasso di disoccupazione che immancabilmente sale. In breve, una sostanziale incertezza sociale e istituzionale.

Insomma, le impellenze quotidiane che si affastellano frenetiche fra le mani di chi detiene lo scettro del potere – o almeno una sua parvenza – sono fra le più varie, eterogenee come chi dovrebbe essere atto a sbrigarle. Eppure un tema su tutti spicca per la sua totale irrilevanza presso la classe dirigente italiana: signore e signori, stiamo parlando di “università”. Di incentivi alla Ricerca e alla didattica. Di cultura. E non certo di bonus da 500 € da destinare agli elettori di domani.

Ma perché mai tutta questa indifferenza? A quale pro quest’inspiegabile disinteresse per un settore tanto strategico quanto determinante come l’istruzione terziaria? Malauniversità. L’Accademia dei falsi miti spiegata ai non addetti ai lavori (Veronica Fabbro, Youcanprint Self-Publishing, 2016) se lo domanda più e più volte, inducendo nel lettore la stessa incredulità. Uno stupore, quello iniziale, che non può che tramutarsi in un riverbero di riflessione, in uno slancio di indignata creatività.

Saggio in parte d’inchiesta e in parte d’attualità, Malauniversità non fa sconti a niente e a nessuno: smantella i luoghi più comuni, critica l’immobilismo cui tutti siamo avvezzi, denuncia (a ragione) il burocratismo che piaga anche le buone intenzioni e, infine, si scaglia contro quel microcosmo accademico che tutti credono di conoscere ma che, in realtà, nessuno riesce a comprendere fino in fondo.

Baronie, fuga di cervelli, nepotismo, familismo, precariato e discriminazioni d’ogni sorta imperversano anche qui, “cattedrale del sapere” a parole, mera facciata rassicurante nei fatti: una classica commedia all’italiana, che sconcerta e lascia un retrogusto amaro in bocca.

In anteprima per “L’Undici”, l’estratto introduttivo al saggio: per capire, per riflettere, per tornare a sperare. Perché soltanto un’Università rinnovata può emancipare lo Stivale dalla crisi economica e valoriale in cui si dibatte.

Perché soltanto una società consapevole e pienamente informata può dare adito al più ambito fra i cambiamenti: la rivoluzione culturale è alle porte e tutti possono parteciparvi. Cosa aspettate?

Malauniversità

Malauniversità

Veronica Fabbro

 

Malauniversità. L’Accademia dei falsi miti spiegata ai non addetti ai lavori

 

Youcanprint Self-Publishing (2016)

INTRODUZIONE
Così com’è, l’Università italiana non funziona. Forse ha funzionato in passato, sebbene preferisca ripararmi dietro a un motivato beneficio del dubbio, eppure allo stato attuale è innegabile come stia versando in una situazione di estrema precarietà, al limite della decenza e spesso anche della docenza.

Il contributo che ci si accinge a leggere – e spero in parte anche a contestare – non è una denuncia senza fondamento: è un invito alla riflessione, una chiamata all’ordine, una richiesta a gran voce, un’esortazione a fare, disfare e ricreare una delle istituzioni più antiche e prestigiose che abbiano mai messo piede sul suolo italico. Una gloriosa storia di onori e di valori che ora pare rivelare, pur senza ammetterne l’esistenza, una lunga scia di oneri inadempiuti e di cedimenti strutturali a buon diritto giudicati inaccettabili.

Alcune linee guida alla lettura sono necessarie per delinearne motivi, ragioni, punti oscuri e potenzialità. Tuttavia, a essere altrettanto importante è intercettare il perché di questa freccia scoccata in mezzo a un apparente vuoto di idee, fatto di ipocrisia ma anche di un silenzio piuttosto insolito per le alte sfere della dirigenza nazionale.

A tal proposito, mi si tolleri una licenza prosastica più che saggistica in senso stretto: precisare modalità di nascita e fattori d’ispirazione non solo è doveroso, ma anche opportuno. Per comprenderne fenomenologia e contesto di elaborazione, ma anche problematicità e difficoltà di pianificazione in una delle epoche di maggiore incertezza che l’Italia ricordi.

Scintilla prima di questo scritto è rintracciabile in stimoli essenzialmente esperienziali, prima ancora intellettuali: il Senso, prima ancora della Ragione.

Da un lato, a dare l’abbrivio è stata un’indignazione straripante per il sistema in essere: discriminatorio tanto da sfiorare l’inciviltà, surreale tanto da non riuscire a scorgere alcuna via d’uscita, fuorché quella di un radicale ripensamento del mondo accademico nella sua totalità. Che, di certo, molto ha da offrire in suo seno, comprese quelle eccellenze che – nolenti o volenti – espatriano alla volta di un avvenire migliore, più qualificato e qualificante di quello pronto ad attenderli in madrepatria.

Dall’altro lato, è stato impossibile prescindere da Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, lascito del grande pensatore austriaco Ivan Illich (1926-2002). Un titolo – dal vago sapore programmatico – e una domanda – in parte retorica – che racchiudono in sé una strategia di lungo periodo cui ogni esecutivo italiano (di qualsivoglia colore politico) dovrebbe votarsi. Per il bene dell’Italia di oggi e per quello delle generazioni future.

E, invece, i provvedimenti mirati si fanno attendere, scompaiono a poco a poco dall’ordine del giorno dei parlamentari nostrani fino a dissolversi in un non-problema accessorio, terziario e, pertanto, facilmente eclissabile. Una pratica, quella del glissare con nonchalance su misure considerate dal buon senso “improrogabili”, tipica della classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo: una consuetudine più che saldamente cementata nel cuore della Politica di Palazzo, a maggior ragione nell’era del populismo spicciolo.

Cambiano gli attori in gioco, così come le comparse, ma il copione rimane pressoché invariato: a forza di dichiarazioni contradditorie sull’onda degli umori e della pancia del popolo, si tende immancabilmente a dribblare l’ostacolo, come in un duello calcistico in cui, però, lo scotto da pagare non è una semplice sconfitta sul campo o una retrocessione in serie B.

La posta in gioco è elevatissima, secondo tutti i pronostici. Sia che si parli di eutanasia, sia che si dibatta sull’introduzione del reato di tortura, sia che ci si infervori affinché l’Università torni a essere quell’ente di reale promozione tra progresso e innovazione, insostituibile per lo sviluppo della tanto decantata “società della conoscenza”. Dunque, non triste sentina dei più spiccati vizi in salsa italiana, ma indiscutibile volano culturale, economico e sociale per un Paese in fase declinante.

In tal senso, a poco è valso finora Europa 2020, programma decennale varato nel 2010 con l’esplicita priorità di stimolare crescita e occupazione nel segno della knowledge-based society; e ad altrettanto poco è servita “La Buona Scuola” per mitigare lo stato di sofferenza in cui annaspa il sistema educativo nazionale.

A prescindere dalla legittimità di un provvedimento che tenta di riformare in meglio i gradi di istruzione pre-universitari, nessuno ha accennato pubblicamente all’imperativa urgenza di riconsiderare il microcosmo d’ateneo in termini nuovi, svecchiati e soprattutto lungimiranti, se non altro in linea con le esigenze di un mercato del lavoro in continuo mutamento. Un cambiamento inarrestabile di cui né l’Accademia né la collettività paiono recepire la portata epocale, tantomeno gli enormi costi a seguito del suo mancato adeguamento.

Difatti, mentre si continua a parlare di spending review, di Jobs Act e di (timida) ripresa al grido demagogico “L’Italia c’è!”, l’Eurostat (Ufficio Statistico dell’Unione Europea) assegna al Belpaese un primato decisamente poco lusinghiero: l’Italia si conferma nuovamente fanalino di coda in termini di spesa pubblica destinata all’istruzione (4,1% sul PIL), a fronte di un dato UE pari al 4,9%. E, come se non bastasse, la quota riservata a Università e Ricerca si attesta a un misero 0,3%, percentuale ben lontana da una media europea che viaggia sullo 0,8% del prodotto interno lordo, raggiungendo picchi – ahimè – inimmaginabili per la culla della prima università del mondo occidentale. Un classico intramontabile, quello dei tagli a settori cruciali, che non esenta l’educazione dalle sforbiciate impertinenti delle manovre finanziarie che via via si succedono senza soluzione di continuità.

E, senza alcuna obiezione, si è deciso anche di non discuterne, perlomeno non più del dovuto. Un articolo qua e là, perlopiù in concomitanza alla tradizionale uscita dell’Annuario Statistico dell’Istat o al Rapporto sullo stato del sistema universitario varato dall’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca), non può che limitarsi a gettare un minuscolo sassolino nel mare magnum dell’inconsapevolezza pubblica a riguardo. Effetto dell’imprudenza dei media, certo, ma anche colpa di quella Politica che spalleggia la noncuranza di chi nell’università e per l’università lavora e vive. La classe docente in prima fila, ma non solo.

Pertanto, come si possono smuovere le coscienze dall’alto, quando sugli scranni più elevati dei vertici decisionali siedono in larga parte quegli stessi professori che ex cathedra mantengono privilegi e rispettabilità spesso a scapito della qualità della didattica? La risposta a un siffatto quesito giace in un’amara ovvietà.

Da qui l’intento di chi scrive: se è vero che le grandi rivoluzioni partono dal basso, allo stesso modo mi auguro che questo scritto possa avviare, almeno in nuce, una riflessione a 360° sia fuori che dentro l’Università.

Un’istituzione che, benché sia nata coi più nobili propositi, va difesa a spada tratta dai particolarismi, dai favoritismi, dai nepotismi, dai formalismi e da tutti quegli “ismi” che la stanno portando lentamente al collasso.

Un’istituzione che, ancor prima d’essere rimodellata, va risanata dalle sue storture e dalle innumerevoli iniquità.

Un’istituzione che, senza troppi eufemismi, va salvata da se stessa. E in fretta, prima che il danno procurato sia irreparabile.

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