Una lettura girardiana dei social

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Unde malum? Sembra che dai social si riversi una corrente interminabile di risentimento su tutti noi, e ci dedichiamo, allora, alla costante ricerca dei carnefici, alla denuncia dell’ingiustizia a denti stretti che, però, sfigura il nostro profilo e ci rende troppo simili ai persecutori che stiamo additando. Altri hanno delineato la rilevanza del fenomeno, che è eminentemente sociale, diffuso, e non appannaggio di qualche indomito giustiziere che si senta in dovere di redimere i peccatori e di contestare con virulenza i loro comportamenti.

René Girard

René Girard, antropologo e filosofo francese.

Gli eventi più recenti sono noti, ma sembra che ancora nessuno abbia fatto il nome di René Girard, cioè dell’unico pensatore in grado di darci una mano, per orientarci all’interno di questo sanguinoso carnevale delle maschere. Quello degli opinionisti che sono scesi in campo con l’intenzione di delineare le responsabilità e le colpe che avvolgono la morte di Tiziana Cantone non è che l’ultimo esempio di un atteggiamento diffuso e molto contemporaneo, che Girard tratteggiava così: “Potremmo usare con maggiore delicatezza la perspicacia di cui diamo prova riguardo ai nostri vicini, senza umiliare troppo quelli che sorprendiamo in flagrante delitto di caccia al capro espiatorio, e invece, il più delle volte, facciamo del nostro sapere un’arma, uno strumento utile non solo a perpetuare i vecchi conflitti, ma ad elevarli a quel livello superiore di sottigliezza reso necessario dall’esistenza stessa di questo sapere e dalla sua presenza nell’intera società. (…) Anziché criticare noi stessi, facciamo un cattivo uso del nostro sapere ritorcendolo contro gli altri e praticando una caccia al capro espiatorio di secondo grado, una caccia ai cacciatori di capri espiatori. La compassione obbligatoria in vigore nella nostra società autorizza nuove forme di crudeltà”.

Ciò che fa venire voglia all’utente medio di unirsi alla già straripante mole dei commentatori social è l’assicurazione della distanza, che consente il disimpegno, ma anche la piacevolezza dell’abbandonare le proprie membra nell’accogliente incavo della massa che finalmente rende tutti uguali a tutti gli altri, eludendo la condanna alla solitudine che troppi di noi, privatamente, avvertono: il social network è la realizzazione attesa e lungamente desiderata del branco globale che trascuri le diversità individuali e ci renda cittadini di un’unica, onnipotente Repubblica della Giustizia, laddove ogni atto di restaurazione della stessa, di risarcimento dei debiti, possa essere accettato, applaudito, imitato.

Desiderio di contatto umano, ma anche volontà ossessiva di differenziarsi della massa: due facce della stessa medaglia, secondo Girard, entrambe reazioni psico-antropologiche alle difficoltà che comporta la sopravvivenza in contesti di massa come quelli delle democrazie moderne, che hanno provocato l’abbattimento di qualsiasi argine e prospettano la fusione spaventosa (e rassicurante) dell’uno nei molti, nel tutto. Quando la crisi mimetica è in atto, il cerchio vittimario si realizza ai danni di una vittima innocente, la coalizione dei violenti converge verso il capro espiatorio. Ma chi è innocente, al tempo dei social? Chiunque potrà facilmente denunciare la replica eccessiva e la battuta maleducata, il commento irrispettoso e l’allusione volgare, nel comportamento di ciascuno di noi, e colui che compirà un tale censimento delle colpe sarà il Savonarola del giorno, o del minuto, fino al prossimo post.

Su Facebook, che ne sarebbe dell’adultera? Secondo Girard, nella sua analisi dell’episodio evangelico, ciò che immobilizza i presenti è la mancanza del coraggio che è necessario per scagliare la prima pietra: qualcuno dovrà prendersi la responsabilità dell’attacco, superare quella solitudine dalla quale, anche se per pochi attimi, si sentirà schiacciare, e dovrà subire lo sguardo altrui, aspettare la reazione dei presenti. Dopodiché, il corso della lapidazione non incontrerà più ostacoli, e darà luogo a quel parossismo della violenza che amplifica il furore degli ultimi. “Chi è senza peccato…”: ciascuno di noi, in cuor suo, si sente senza peccato o “più senza peccato” degli altri, ma la prossimità, o l’illusione di questa, che i social forniscono, aiuta e permette il lancio della prima pietra all’unisono, o quasi.

Social devices

Social devices

Non so se sia il caso di arrivare a sostenere l’effettività di una modificazione antropologica: più probabilmente, siamo alle prese con un’alfabetizzazione di massa ben più radicale di quella causata dall’avvento del mezzo televisivo. Grazie ai social, milioni di persone hanno acquisito dimestichezza con la lettura e, soprattutto, con la scrittura, quando la loro precedente esperienza era riservata alla comunicazione orale. Una conseguenza antropologicamente rilevante, comunque, è stata il sorgere di una “volontà di presenza” che possa garantire l’efficacia della propria una vita virtuale. “Signora anziana inciampa, cade e si rompe il femore”: centinaia di commenti e c’è da chiedersi perché mai uno si senta spinto a dedicare il proprio tempo a notizie del genere, addirittura a scrivere la propria opinione sul fatto o a voler conoscere quella degli altri. Di più: non è escluso che divampi la rissa, attorno a notizie di cronaca a prima vista così inoffensive.

Esserci, contare, far sentire la propria voce: contro il terrore dell’inesistenza, l’incubo di essere risucchiati nell’anonimato, lo stesso che garantisce l’impunità a quei tanti che si sentono liberi di sfogare tutto il groppo che hanno in gola da anni o, forse, da sempre. C’è poco da fare, e pochissimo bisognerebbe fare, sul piano giuridico e legislativo: abbandonare il campo, casomai, quando il campo sia infestato, perché anche i fantasmi si annoiano, alla fine, si stufano di palesarsi ad altri fantasmi, e hanno crisi d’identità. Diversamente, finiremo per dedicare le nostre giornate alla moltiplicazione dei capri espiatori, all’indignazione perenne, inscenando una “caccia ai cacciatori di capri espiatori”, e così via, all’aumentare dei gradi, delle volute della spirale in cui stiamo sprofondando.

La soluzione prospettata da René Girard, pensatore cristiano e cattolico, non può che essere il perdono, come da dettato evangelico, ma il rimedio laico e terreno per chi voglia e riesca ancora a pensare a una vita oltre i social sarà, allora, il dantesco “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Anzi: meglio non guardare proprio. E, soprattutto, non commentare.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?