Testimonial famosi: attrici, attori e personaggi vari al soldo della pubblicità

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Alcuni personaggi famosi – soprattutto del mondo cinematografico – hanno rappresentato donne e uomini straordinari, simboli di lotte civili o conquiste sindacali, ed ora consigliano di acquistare una determinata auto o “quella” pasta, prodotto quest’ultimo che ci conduce ad un altro testimonial “famoso”, esperto di cucina e di cottura… a fuoco lento del pubblico che, sempre più spesso, si ritrova a veder “recitare”, anche in uno stesso spot, numerosi suoi beniamini.

testimonials1Negli ultimi tempi, infatti, si sta assistendo ad un fenomeno in espansione, il numero di testimonial famosi “impiegati” per un filmato pubblicitario può variare dai due ai sei e oltre, forse per dare a questi poveri personaggi l’illusione di stare su un set cinematografico insieme ad altri colleghi o per distrarli dalla precedente attività.
L’elenco sembra infinito: Favino, Tognazzi, Willis, Banderas, Roberts, Gregoraci sono solo alcuni ma, per comprendere questo fenomeno, è utile osservare la tecnica usata per convincere i potenziali clienti.

Lo spettatore-consumatore e la fabbrica dello sfruttamento

In base al marketing – materia economica di studio, ricerca e implementazione strategica che pone la soddisfazione del cliente al centro delle attività tendenzialmente commerciali – si ha un gran ventaglio di possibilità per presentare i prodotti al pubblico, la cui risposta – alla visione di una vetrina o di un video pubblicitario – dovrà essere pressappoco la medesima: “Quel ‘prodotto’ deve essere mio”. Nei propositi di un marketing manager vi è quindi quello di far sorgere un desiderio, da non confondere tra l’altro con il bisogno ma sotto le cui prospettiche sembianze vengono pubblicizzate molte cose.
In tutta questa operazione (nel caso vada a buon fine) avviene altresì – ad opera del celebre endorser (1) di turno – un’altra trasfigurazione, lo “spettatore” diviene come d’incanto consumatore.
Invero, lo spettatore non è altro che un tipo di consumatore, ma c’è una differenza. Al cinema o in altri ambiti (fiction, sport, spettacolo ecc.) si opera una scelta che, invece, viene a mancare durante la visione di uno spot, in qualche modo subdolamente imposto.

testimonials2E si evidenzia anche un altro aspetto, soprattutto in questo periodo di forti contraddizioni internazionali e/o locali: il testimonial famoso sottrae tempo alla sua arte/disciplina per ricoprire un ruolo “imbarazzante” che si nota soprattutto quando, tra uno spot e l’altro, scorrono le immagini di un disastro ambientale, di una guerra… o di perenni disagi sociali che riguardano quei cittadini che, forse, vorrebbero persino indossare le vesti dei consumatori da abbindolare ma che – stretti nella morsa della multiforme disperazione – ormai non hanno più alcunché da desiderare.

Si nota in alcuni personaggi la tecnica appresa durante gli studi accademici: usare quel tono, ammiccare, annuire o rallegrarsi o andare in estasi perché “c’è sempre campo”, persino in una vasca da bagno. Anche questa è una deriva culturale, una fabbrica di sfruttamento in cui i protagonisti si occupano, in fondo, solo di se stessi.
Da lodare invece quell’azienda che – scientemente e non per mero calcolo di convenienza – non ricorre a questi celebri endorser ma si affida alla bravura dei manager affinché s’ingegnino per ideare spot semplicemente convincenti, ispirati a quel puro sistema di concorrenza che è alla base del più corretto e auspicabile dei mercati.

Nel frattempo, la tendenza va in senso contrario e l’odore del denaro facile attinge anche al pozzo, o meglio alla vasca – in tal caso olimpionica – in cui ci si tuffava solo per allenarsi e gareggiare, oggi sempre più con scarsi risultati sportivi ma con altissimi rendimenti finanziari.

Note

1. Nell’accezione di sostenitore, garante o approvatore l’endorser può essere equivalente al testimonial che, in base al celebrity endorsement – impiego in pubblicità di personaggi famosi scelti per determinate caratteristiche fisiche e morali –, lega il suo volto e la sua persona ad una campagna pubblicitaria.

 

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    In fondo sono molti anni che la pubblicità fa uso di celebrità di vario genere per la vendita. Penso al dolce sorriso di Virna Lisi che moltissimi anni fa con ” quella bocca poteva dire ciò che vuole” già circa mezzo secolo fa, non so quale dentifricio usando per far luccicare i denti.
    Penso all’ argentina voce di Mina che inneggiava ad una cedrata di cui non ricordo il nome. Penso alla voce suadente sempre di Mina mentre passava la mano leggera e scevra di monili inutili sullo scatolame di una nota marca di pasta.
    E mi viene pure in mente l’ elegante Ernesto Calindri che, se non vado errato, sedeva in mezzo alla piazza, sfiorato dalle auto di passaggio, mentre sorseggiava un aperitivo o digestivo a base di carciofo per combattere gia’ tanti anni fa lo stress moderno. E chissà quante celebrità mi sfuggono nelle comparsate degli spot pubblicitari dal mitico Carosello ai giorni correnti.
    Eppure una cosa la devo dire, anzi ripetere perché l’ ho già scritta in commento sull’ Undici: sono proprio sicuri questi idolatrati manager del marketing di successo di cogliere nel segno?. Quando vedo una pubblicità condotta da un divo o da una diva dello schermo, io, modesta consumatrice dalle modeste necessità ed evidentemente ancor più modeste capacità intellettive, mi soffermo piuttosto sulla performance artistica del/della divo/diva all’ opera, e la mia ondivaga mente va immancabilmente alle loro interpretazioni sul grande schermo a rimembrar le scene più belle dei film più amati, sicché, quando lo spot è terminato io non ricordo per niente quale prodotto mi proponessero i mostri sacri dello spettacolo.
    E che dire poi quando passando davanti al negozio di borse dell’ ipermercato sotto casa vedo sì il volto bellissimo di una diva piena di talento e riconoscimenti planetari che occupa gran parte della vetrina, ma non vedo più l’ incessante e festoso andirivieni di alcuni anni fa, né gli scaffali stracolmi di bellissime borse e borsette low-cost che attiravano clientela d’ ogni ceto. E pure io non mancavo almeno due acquisti sicuri all’ anno, e se la merce mi diventava irresistibile per forme, capienza e particolari unici, aggiungevo pure il terzo e quarto articolo vincendo pure qualche pregevole gadget. Da due annetti il negozio non è più affollato come allora, né di oggetti né di persone, eppure i prezzi e le merci son sempre invitanti. È forse la crisi che morde in modo più consapevole, o la saturazione del sacco portaborse che ingombra non poco l’ armadio di casa? Oppure la ruota gira come sempre e non c’ è testimonial che tenga di fronte ad altri modelli di borsa, altri materiali, altri gadget, altri prezzi strappati nel vicino negozio di proprietà cinese, dagli odori e colori cinesi, dagli enormi scaffali stracolmi di mercanzie d’ ogni sorta che attirano la gente come fa lo zucchero con le mosche e che in fondo possono riempirti la borsa della spesa di graziosi “strafanti”, come suol dirsi dalle mie parti, lasciandoti il taccuino mezzo pieno.
    Io son figlia e parente di mercanti e ho imparato una cosa che mi sembra fondamentale ai fini della vendita : serve trovar buona merce, mostrar bene la merce, trattare con naturalezza il cliente, lasciarlo aggirarsi e vagliare senza corrergli appresso, acclarare pazientemente gli immancabili dubbi che possono assillarlo, contestare i suoi giudizi erronei ché non è vero che il cliente ha sempre ragione. Quanto a tutto il resto, una faccia ancorché di portata planetaria si dimentica facilmente di fronte ai dubbi amletici di chi legge e compara attentamente ingredienti, materiali, prezzi.
    Vendere non è facile. La vendita la fa chi sta dietro al bancone, c’ è poco da discutere. E solo chi sta dietro al bancone sa per bene cosa vuole oggi e cosa vorrà domani la variegata e imprevedibile clientela. I ” condizionamenti” funzionano un po’ e per poco tempo. La gente ha da pensare ad arrivare a fine mese con tutto quel che serve per sopravvivere e vivere decentemente. E i divi son certa che preferisce andarseli a vedere al cinema magari coi soldini oculatamente risparmiati tra un acquisto e l’ altro. Con buona pace delle luminose menti del marketing , parola che fa moda e chiasso, ma, sempre a mio modesto avviso, sopravvalutata. Magari dagli stessi markettari, tanto per mantenere in ottima salute il loro portafoglio.

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    • Antonio

      Grazie per il commento e l’aggiunta delle sue osservazioni. Riguardo ai numerosi personaggi, alcuni dei quali anche citati da lei, mi sovviene la dichiarazione – dalla quale nessuno sembra trarre insegnamento – del grandissimo Alberto Sordi: «Se fai la pubblicità te sputtani, perché il pubblico poi nun te crede più».

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      • Viviana Alessia

        Indimenticabile Alberto Sordi che ha saputo interpretare più di tutti l’ italianità, nel bene e nel male. Non conoscevo questa sua frase che riassume in un battibaleno tutta la sua intelligenza e la sua arguzia. Un uomo schivo, riservato, che ha vissuto una vita sotto i riflettori senza lasciarli però entrare nel suo privato, senza cedere alle sirene degli straguadagni che si possono introiettare con la pubblicità, questo totem dei tempi massmediatici, totem che cadrà fragorosamente sotto l’ incalzare dell’ evoluzione sociale ( o magari involuzione, chissà! ). Tutti i totem della storia umana son caduti con l’ andar del tempo. L’ importante sarebbe non trovarcisi proprio sotto, come giustamente insegna il nostro amato Sordi.Grazie Antonio per la preziosa informazione che mi fa anche sentire meno ” anatroccolo nero” sempre in contrasto con l’ andazzo corrente.

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