Stanislav Petrov. Il disobbediente che salvò il mondo

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Questa è una storia vera. Grazie a Stanislav Petrov oggi io posso scriverla e voi potete leggerla.

Era il 1983, in piena guerra fredda. I rapporti fra USA e URSS non erano mai stati così tesi dalla crisi dei missili di Cuba. Nel marzo dello stesso anno il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, aveva definito l’Unione Sovietica “L’impero del male” e aveva lanciato lo Scudo Spaziale, un piano strategico difensivo offensivo che prevedeva l’uso di missili balistici con testate nucleari. L’Unione Sovietica, per contro, aveva approntato un piano di difesa secondo la dottrina cosiddetta MAD, Mutual Assured Destruction, ovvero in caso di aggressione la risposta sarebbe stata di violenza pari o superiore, in pratica la reciproca distruzione totale. Il primo di quel mese di Settembre questa politica di diffidenza e minaccia reciproche aveva portato all’abbattimento di un aereo passeggeri sud coreano, con 269 persone a bordo, che per errore era entrato nello spazio aereo sovietico. Il pilota che aveva eseguito l’ordine di abbattimento era rimasto indifferente al fatto che si trattasse di un aereo passeggeri, alla domanda perchè non avesse fatto presente ai superiori l’importante circostanza aveva risposto: “Perchè nessuno me lo aveva chiesto”.

La notte del 26 settembre 1983 il tenente colonnello Stanislav Petrov non avrebbe dovuto essere in servizio all’interno del bunker Serpukhov-15, situato sul confine occidentale dell’Urss. Avrebbe dovuto essere la sua notte libera, ma il collega di turno si era ammalato.
Il bunker era dotato di un avanzatissimo sistema informatico che permetteva di monitorare le attività missilistiche americane in tutto il mondo e coordinare la difesa aerospaziale russa: il Krokus.
Alle h. 00,15, ora di Mosca: “Si accese una luce rossa, segno che un missile era partito. Tutti si girarono verso di me, aspettando un ordine. Io ero come paralizzato. Ci mettemmo subito a controllare l’operatività del sistema, ventinove livelli in tutto. Pochissimi minuti e si accese un’altra luce, poi un’altra. Nessun dubbio, il sistema diceva che erano in corso lanci multipli dalla stessa base. Una nostra comunicazione avrebbe dato ai vertici del Paese al massimo 12 minuti. Poi sarebbe stato troppo tardi”.

Stanislav Petrov Giovane

Stanislav Petrov Giovane

Il tenente colonnello Stanislav Petrov non era solo un militare, era anche, e soprattutto, un ingegnere e un analista abituato a verificare i dati e, eventualmente, a metterli in discussione. In quei fatali minuti ragionava che non aveva alcun senso che gli Stati Uniti sferrassero un attacco a sorpresa con solo cinque missili, un numero irrisorio rispetto all’arsenale dello Zio Sam, dando così modo all’Unione Sovietica di reagire vanificando peraltro quel vantaggio iniziale.

I missili avrebbero impiegato circa 20 minuti a raggiungere Mosca, furono i 20 minuti più lunghi per il colonnello Petrov e per l’intera ignara umanità.

Mentre ciò accadeva ero a casa mia e dormivo, inconsapevole come il resto del mondo, in attesa di svegliarmi e festeggiare il mio compleanno, un compleanno particolarmente carico di promesse come per chiunque compia 17 anni. Non sapevo che avrei potuto non risvegliarmi oppure essere svegliata da sirene e aerei, forse bombe, in un mondo impazzito e in piena terza guerra mondiale. Una guerra da cui non ci sarebbe stata pace, una guerra che avrebbe potuto fare nell’immediato decine, forse centinaia, di milioni di morti e lasciare i sopravvissuti ad una lenta dolorosa agonia in un pianeta devastato dalle radiazioni nucleari.

Mentre gli allarmi risuonavano all’interno del bunker, Stanislav Petrov aveva addosso gli occhi dei 120 uomini in servizio con lui quella notte, poteva percepirne i respiri accelerati, ne avrebbe potuto sentire battere i cuori. Il suo cuore martellava, aveva le tempie dolenti, la fronte madida di un sudore gelato, nelle proprie mani il destino del mondo.

In caso di allarme il Protocollo prevedeva che il responsabile di turno premesse semplicemente (e irreparabilmente) un “bottone rosso” che avrebbe informato immediatamente i vertici del Cremlino e, come conseguenza, avrebbe dato il via ad una massiccia e violenta controffensiva al presunto attacco. In quella circostanza, se non si fosse trattato di un errore del sistema, la disobbedienza al Protocollo del Tenente Colonnello Petrov sarebbe costata la distruzione di Mosca senza che l’Unione Sovietica potesse fare più nulla.

I secondi passavano lunghi e cadenzati come i passi di una marcia militare che precede un’invasione. I minuti dilatati sembravano curvare e accelerare in prossimità dell’arrivo dei missili sugli obiettivi. All’improvviso tutto tacque, gli allarmi cessarono prima dello scadere del termine. Nessun ordigno nucleare era esploso perchè nessun missile era mai stato lanciato.
Era stato un falso allarme, un improbabile errore, forse causato da una rara congiunzione astronomica tra la Terra, il Sole e il sistema satellitare OKO o forse da un effetto ottico di riflessi di luce sulle nuvole.
Il tenente colonnello Stanislav Petrov, vinto dagli abbracci e dalla gratitudine dei propri compagni, dalla stanchezza e dalla tensione che iniziava ad abbandonarlo, si lasciò cadere su una sedia e bevve d’un sorso un’intera bottiglia di vodka, poi dormì per le successive 28 ore, senza interruzione, ma qui entriamo nella leggenda.

Un eroe per i compagni e i diretti superiori, ma un insubordinato per le alte gerarchie militari sovietiche. Per aver contravvenuto al protocollo Petrov fu ammonito, degradato e, infine, mandato in pensione anticipatamente. L’episodio di cui era stato protagonista fu coperto da segreto e dimenticato.

Molti anni dopo, nel 1998 in piena distensione, il generale Votintsev, presente quella notte nel bunker Serpukhov-15, raccontò in un libro di memorie quanto avvenuto quel fatale 26 settembre 1983. Il fatto arrivò all’attenzione dei media e del signor Douglas Mattern, Presidente dell’organizzazione internazionale “Associazione cittadini del mondo”, che il 21 maggio 2004 conferì a Stanislav Petrov il Premio Cittadino del Mondo.

Stanislav-Petrov-World-Citizen-Award-

Stanislav-Petrov-World-Citizen-Award-

Da allora numerosi premi, onoreficenze e riconoscimenti sono stati tributati alla lucida determinazione e al coraggio di disobbedire di Stanislav Petrov che, con delicata modestia, ripete di “essere stato l’uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto”. Per caso e per nostra fortuna.
In onore del tenente colonnello Stanislav Evgrafovic Petrov l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha introdotto, nel 2013, la Giornata Internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari, celebrata ogni anno proprio il 26 settembre.

Al Tenente Colonnello Petrov devo di aver compiuto e festeggiato 17 anni il 26 Settembre 1983 e gli devo tutto il resto della mia vita. E anche voi.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?