Proposte per un’architettura della ricostruzione

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

In seguito al sisma che ha colpito il centro Italia, il governo va di fretta. Sembra aver avuto un improvviso cambio di marcia ma, invece che da una risposta attiva e consapevole, sembra essere colto dalla necessità impellente di dover dimostrare qualcosa.
I presupposti, o almeno quello che si è potuto captare in questi giorni da fugaci dichiarazioni di esponenti della maggioranza e dello stesso presidente del consiglio, sono riassumibile in un enunciato: porsi in netta contrapposizione rispetto all’operato dei precedenti governi in situazioni analoghe. Parole chiave: celerità e decisionismo.

Ora, salvo le polemiche e il “dibattito” di carattere economico che già hanno iniziato a diffondersi riguardo alle procedure edilizie, tra l’altro arginati sul nascere dalla dichiarazione di Renzi: «Giusto ricostruire in fretta, ma l’importante è la trasparenza», sembra non essersi di fatto sviluppato, in tempi altrettanto celeri, un dibattito che riguardi la vera essenza del problema, cioè come affrontare la ricostruzione in maniera ragionata, responsabile e magari anche in tempi rapidi, ma senza che un’eccessiva urgenza infici il risultato di queste operazioni perché non si erano accuratamente valutate le conseguenze.
Quando un’epidemia dilaga in uno stato, il Governo di questo o quel paese chiama in causa, come poi è logico che sia, i medici, gli specialisti, i tecnici del settore, evitando quindi di lanciarsi in dichiarazioni spesso prettamente politiche che rischiano di rivelarsi irresponsabili, non tanto per mancanza di buon senso quanto piuttosto per semplice ignoranza della materia di discussione: è certamente questo il modo migliore di procedere.

Perché quando ci si trova di fronte ad eventi sismici di questa portata, di fronte a borghi interi rasi completamente al suolo, dei quali non si sa nemmeno lontanamente intuire che immagine provare a restituire in un futuro, la politica non rimette questo tipo di ragionamenti agli esperti del settore, agli specialisti, ai tecnici della materia architettonica? Perché ciò non avviene in Italia, dove il dibattito intorno alla conservazione è sempre stato una punta di diamante?
Dovrebbe essere scontato, eppure non è così. Non è quello che sta accadendo.
Le poche dichiarazioni in materia dell’ultimo periodo sono spesso, purtroppo, molto superficiali e si dividono tra un ormai tristemente celebre «dov’era e com’era» e la proposta d’iniziativa diametralmente opposta che ruota intorno al concetto di new town. Sentenze, asciutte e concise.
Come fossero solo due le strade possibili.

Prima strada: «Dov’era e com’era» ormai è un modo di dire entrato a far parte del parlato, ma cosa comporta veramente? Gli esempi sono tanti e variegati nelle modalità, dalla ricostruzione scenografica di Varsavia al campanile di San Marco a Venezia. In ambito sismico si ricorda sicuramente l’esperienza friulana del 1976 e umbra del 1997. In entrambi questi casi si è rispettata la prescrizione del «dov’era», sicuramente non quella del «com’era», visto che il campanile di San Marco è ricostruito in cemento armato e le variopinte facciate del tessuto storico di Varsavia nascondono unità abitative completamente rinnovate. I terremoti portano necessariamente a ricostruire secondo criteri antisismici ciò che era edificato in ciottoli e mattoni di pessima qualità.

Il campanile di San Marco dopo il crollo e oggi

Il campanile di San Marco dopo il crollo e oggi

Il caso Friuli appare ancora oggi l’esperienza ricostruttiva più interessante: la gestione fu affidata alla regione e ai sindaci, che in alcuni frangenti adottarono l’esproprio al fine di una ricostruzione più veloce ed efficace. Lo stesso urbanista che coordinò i lavori di alcuni paesi friulani, Giovanni Pietro Nimis, scrisse a proposito dell’approccio «Dov’era e com’era»: «Una potente consolatoria dell’immaginario, un efficace scongiuro contro il maleficio di vedersi sfilare la terra sotto i piedi [...] Non avremmo mai potuto resuscitare le macerie, riproducendo in pochi mesi la patina che il tempo aveva depositato su quelle pietre. Il “dov’era, com’era” suonava come l’utopia consapevole dell’iperrealismo».

Quindi strade troppo strette furono leggermente allargate, angoli sghembi raddrizzati; fu messo in atto un compromesso tra il carattere perduto del paese e la necessità di rispettare i vincoli funzionali della modernità.

Le emergenze monumentali (chiese di Venzone e Gemona) ricevettero tuttavia un trattamento di ricostruzione per anastilosi (rimontaggio) per cui, dopo il crollo, ogni pietra fu numerata e rimessa in opera secondo un criterio del tutto ipotetico, restituendo un’immagine apparentemente familiare ma strutturalmente modificata nel concreto. Ad oggi questa tecnica viene adoperata solamente in contesti di eccezionale valore storico e archeologico, quali l’Acropoli di Atene, e nel caso di una assoluta certezza nel riposizionamento, in conformità con la Carta di Venezia del 1964, dove leggiamo che «il restauro si ferma dove comincia l’ipotesi», cioè che nella disciplina conservativa non si accettano ricostruzioni fantasiose, arbitrarie, non supportate da dati scientifici e quindi dimostrabili.

Il duomo di Venzone dopo il terremoto e oggi

Il duomo di Venzone dopo il terremoto e oggi

Seconda strada: new town, in realtà di nuovo non c’è niente. Ricordiamo antichi esempi di città rase al suolo e ricostruite altrove, in luoghi più sicuri o per lo meno più comodi: da Panduri (Reggio Calabria) distrutta da un sisma nel 1570 e ricostruita su una collina vicina, a Noto, rasa al suolo nel terremoto del 1693 e riedificata 8 km più a valle in forme così innovative da meritare la fama di capitale del barocco siciliano. Recentemente tornano alla mente i casi di Gibellina (terremoto del Belice 1968), ricostruita a 11 km dal paese ridotto a macerie, poi trasformato da Alberto Burri in una delle più controverse opere d’arte contemporanea: il Grande Cretto. Per il nuovo abitato si decise di chiamare i grandi nomi dell’architettura e dell’arte, al fine di creare una prospettiva innovativa del vivere moderno. Il risultato? Un fallimento; ad oggi per le strade non si incontra nessuno e gli abitanti sono costantemente diminuiti dal ’70 in poi. Ciò che mancò ai progettisti, così desiderosi di mettere in campo il proprio “gesto” architettonico e la propria visione di città ideale, fu il contatto con i superstiti, con la loro cultura e memoria, con il loro modo di vedere la città.

Balcone collassato in una new town a l'Aquila

Balcone collassato in una new town a l’Aquila

Analogamente a l’Aquila, con il sisma del 2009, si decise di spostare i residenti in nuovi fabbricati antisismici (di poca qualità, tanto che diversi terrazzi sono crollati autonomamente, senza bisogno di scosse) considerati temporanei, in attesa della ricostruzione. Ricostruzione che si è avviata nelle periferie ma non ha ancora toccato il centro del capoluogo, ad oggi a terra e transennato. Queste lungaggini, anche dovute a problemi di malcostume e criminalità, hanno di fatto spopolato l’Aquila: chi poteva si è trasferito altrove, chi non poteva vive ancora in albergo o nei moduli in legno (MAP) messi a disposizione dalla Protezione Civile.

Gibellina, sistema delle piazze

Gibellina, sistema delle piazze

Allora che fare? Niente ricostruzione stilistica, scenari di cartone, presepi (poco) viventi. Ma nemmeno città fantasma, nate lontano da casa, opera di architetti demiurghi o accozzaglie di palazzine (poco) temporanee.

Si sente un gran vociare sui giornali, sul web: «Modello Friuli!». È vero, ha funzionato, le imprese sono tornate a lavorare, i cittadini sono ancora lì, ma è anche vero che la coscienza architettonica fu sacrificata in nome della consolazione e della cosiddetta “istanza psicologica”, per cui una persona si trova più a suo agio immersa in un ambiente familiare, capace quasi di cancellare l’evento luttuoso. Ma proprio prendendo spunto dal Friuli possiamo ipotizzare una Terza strada: Rigenerazione urbana, ovvero la capacità di inserirsi in contesti storicizzati, benché ridotti a brandelli, studiando attraverso le fonti, fotografiche e non, per capire il carattere e la morfologia della città. Non parlo di forma, perché i tipi edilizi trascendono la forma, le finiture, i mattoncini e i colori pastello. La forma dovrà essere senz’altro contemporanea, perché di miglioramenti ne abbiamo fatti, e non vogliamo tornare indietro. Sicuramente saranno case energeticamente virtuose, senza dubbio antisismiche. Si utilizzeranno materiali e tecniche moderne, come il cemento armato, la muratura armata e il legno lamellare. Allora cosa resta della vecchia Amatrice, di Accumoli e Arquata? Le strade, le piazze, i monumenti, quello che si è salvato saranno ricuciti in un tessuto che dovrà stimolare la memoria senza ammiccare stucchevolmente al passato, un tessuto ricostruito rispettando lo spirito del luogo, senza eclatanti “gesti” architettonici, senza personalismi. Non si può ricostruire la materia, quella è perduta; si possono ricostruire solo la forma urbis, i percorsi, si può resuscitare il geist dei luoghi cari, se ne possono inventare di nuovi, si può ricordare, e ricordando cercare di accordare la memoria con il reale. Solo così le persone potranno ottenere un luogo degno del nome “città”.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Qualsiasi ricostruzione venga adottata, è certo che i paesi persi non torneranno quelli di prima, non possono tornare come erano, pietra su pietra, viottolo dietro viottolo.
    In Friuli la gente non se ne andò, proprio no. Gli uomini erano emigrati prima per anni e anni dai loro luoghi natii, erano andati a lavorare nelle miniere di Francia, Belgio, Germania, nei pozzi petroliferi del Venezuela, dell’ Argentina. Tornavano a casa ogni quattro o cinque anni per fare un figlio e allungare di un pezzo la povera casa dei padri. Furono, le loro, le prime case di quella che era una povera e lontana terra d’ Italia ad avere l’ acqua corrente in cucine ammodernate come gli emigranti vedevano nelle case degli stranieri presso cui vivevano, le loro stanze da bagno furono le prime ad avere non solo l’ acqua corrente, ma anche tutti i comfort che le patrie case di sasso non potevano avere: il lavabo, il water a sciacquo corrente, la mitica vasca che si vedeva solo nei film americani dell’ epoca, il bidet. E tutti i rubinetti convogliavano acqua calda e fredda, ché nella parete più in vista troneggiava il misterioso boiler smaltato di bianco, lucente, pieno di misteriosi orologi. E le piastrelle di maiolica, blu come il mare in bonaccia o rosa come l’ alba nuova: un incanto!
    Le fatiche immense di quegli uomini che risparmiavano duramente lavorando sodo lontani dalla patria e dal focolare erano premiate dalla fedele attesa delle spose che accudivano sole i figli, vegliavano sulle case, allevavano le mucche, le galline, i maiali perché nulla mancasse nelle loro capienti e fresche cantine allietate nelle soleggiate giornate d’ ottobre dal profumo del mosto che le mani sapienti dei vecchi sapevano ricavare dal torchio dopo che i bimbi, i giovani e le ragazze avevano calpestato nei tini, regolarmente ben apprestati dagli anziani, i grappoli gonfi delle nostre,oggi rinomate e pregevoli, uve di terra friulana. Danzavano e cantavano felici nella festa ottobrina quei giovani tra cui sbocciavano i primi ammiccamenti amorosi al suono della fisarmonica che qualche vecchio sapeva magicamente far comparire nel cuore della festa e sapeva suonare col trasporto e la passione che solamente chi impara da sé può sentire e trasmettere. Oh, quante serate profumate di mosto ribollente, quanti piedi nudi e svelti danzare nel tino nel ritmico calpestio degli acini mi tenevan allegra compagnia nelle ancor calde e stellate sere ottobrinedella mia collina. Talvolta un’ angelica voce di donna intonava quella che forse è la più struggente fra le ballate delle terre magiche del Friuli: – Al cjante il gjal, al criche il dì, mandi ninime me , mandi ninine me. Al cjante il gjal, al criche il dì, mandi ninime me, mi tocje partì. E io’ i partis , doman voi vie , e io’ i partis, doman voi vie, e io’ i partis doman voi vie : consolimi a fa l’ amor! Cur mio’ no sta vai’, al cjante il gjal, mi tocje parti’!
    La traduzione non serve, si comprende a senso, e mi spiace non aver fatto i corsi di lingua scritta della mia lingua madre, soprattutto mi secca usare questo tablet poco performante, che non vuole darmi gli accenti atti a rendere la musicalità delle vocali di questa lingua antica e bella.
    Quando quel canto intenso, dalla tipica armonia celtica, cantato da straordinarie soprano di paese che non sapevano certo che avrebbero potuto calcare i palcoscenici mondiali per competere con le divine e mitiche Maria Callas e Renata Tebaldi, s’ alzava limpido e struggente fino alle stelle, le fisarmoniche tacevano assorte e i giovani e i bimbi smettevano di schiaffeggiare con i nudi piedi i grappoli del merlot, del tocai, dell’ ucelut, del verduzzo, del pinot, dell’ ormai gia’ raro e prezioso picolit.
    Gli uomini tornarono quasi tutti al loro focolare dopo i duri anni di emigrazione, ma la catastrofe del 1976 non risparmio’ quasi nessuna di quelle case che essi avevano faticosamente tirato a nuovo. Io ricordo le loro lacrime rigare il volto bianco di polvere mentre scavavano silenti e vinti tra le macerie delle rinunce della loro parte di vita più calda e ricca d’ affettività. Le loro guance erano rigate anche quando sapevano che tutti i loro cari erano in salvo e vivi accanto a loro. E, quando finirono le silenti e dignitose sepolture dei morti innocenti, alto si levò dalla mia terra il coro dei: – No! Noi da qui non ce ne andremo, noi le nostre case le rivolgiamo qui, a costo di tornare a racimolare i danari in terre straniere. I nostri figli e i nostri nipoti vivranno qui, qui frequenteranno le scuole, qui tenteranno i primi passi i nostri nipotini, e non lasceremo che essi subiscano i patimenti del lavoratore in casa d’ altri, né la solitudine nelle baracche in cui vivevamo lontano dalle nostre case avite, né permetteremo che essi guardino, con amarezza e nostalgia fra le lacrime del rimpianto, le foto dei figli cresciuti, dei figli nati dopo l’ ultimo rientro, delle spose lasciate sole nel candido letto riscaldato per poche notti dal nostro amore. No! Mai! Siamo figli di questa nostra terra, amata e amara, ma che è la terra dei padri e dei loro avi che a noi ne hanno delegato la custodia e la cura.
    Molti non si mossero vivendo accampati dove la prima Protezione Civile d’ Italia decise che potevano restare, molti furono trasferiti sul litorale balneare.
    Ben presto le case risorsero. Arrivarono nella vallata fabbriche che prima nessuno sapeva nemmeno cos’ erano e gli uomini, i giovani tutti poterono trovarvi lavoro, sudato, ma vicino al loro paese risorto.
    Io non c’ ero più fra loro e non vidi la ricostruzione.
    Ho visto più tardi che le case erano tutte nuove, solide, ben armate, moderne ; alcune non c’ erano proprio più. Così come erano scomparsi i viottoli sterrati che dividevano le antiche mura di sasso. L’ indimenticabile e magico paesello della mia infanzia e della mia giovinezza non era più lo stesso, ma era abitato dalle medesime persone che furono la mia grande famiglia. La chiesa svettava e svetta ancora come allora al di sopra della lunga, ritta e ripida scalinata in pietra che l’ Orcolat non era riuscito nemmeno a scalfire, nonostante la sua micidiale voracità. E da quella chiesetta intatta, gioiello di una piccola comunità che sa tacere, lavorare e battere determinata il pugno sul tavolo quando c’ è da far valere una ragione, s’ alzano ancora i canti della mia infanzia, ché le belle voci passan di madre in figlia, di padre in figlio. Io le ho ascoltate talvolta da lontano, piangendo le lacrime amarissime di chi rimpiange avendo perduto e non sa andare avanti avendo anche la forza di tornare nei luoghi della felice spensieratezza.
    Sì quel paese non è proprio lo stesso che abita i miei sogni più lieti, ma la gente è la stessa, il suo cuore fatto di comprensione ed accoglienza è lo stesso. Così non sarebbe se quegli uomini e quelle donne non avessero battuto forte sul tavolo delle decisioni il loro onesto pugno quaranta anni fa. Così non sarebbe se si fossero rassegnati alla volontà di un mostro che aveva raso tutto al suolo e a più riprese, si sa.
    Sì anche quella del Friuli è terra sismica anche se il susseguirsi delle generazioni cancella inesorabilmente le macerie e i lutti della fragilità che si nasconde fra i visceri delle sue profondità.
    L’ importante è rinascere sulla propria terra, facendo quanto possibile per rendere compatibili e sicure le abitazioni. Se poi si riesce a rimettere addirittura in piedi più o meno come millenni fa le pietre dei templi, meglio!
    Ma ciò che conta è la conservazione della peculiarità delle culture, delle usanze, dei modi d’ essere e di vivere delle genti. Tutto il resto lasciamolo agli accademici delle belle arti, basta che non ficchino il naso, che ha la storcitura piuttosto facile, dentro l’ uscio delle rinate e sicure casette dove so che ancora diversi attendono che io torni.
    A volte passo invisibile sul far della sera invernale tra le case che fatico a riconoscere e guardo dentro le cucine illuminate, belle e lustre delle mie cugine, delle mie compagne, senza riuscire a battere le mie dita sui loro tersi vetri.
    So bene che se e quando riuscissi a farlo dicendo loro – Eccomi, son qui – troverei l’ antica e calda accoglienza di quand’ ero piccola e giovinetta. Tutti s’ affretteranno a dirmi, anzi a gridare com’ è ed era loro costume : – Eh!!! Jesus, Marie, Signor!!! Setu tu? Propite tu? Su po’ , benedete frute! Tu podevis spieta’ chi murissin par vigni a cjatanus. Sentiti lì su la taule, mangje il nestri mignestron che lu vin fat cu las nestres patates e i nestris fasoi, e no sta vigni chi a conta’ che il miedi specilisat ti a dit che no tu pos mangja’ il nestri mignestron, che il nestri mignestron al pos fai mal nome a lui che no lu a mai mangjat!!! Tu, tu ses avonde smagride e smavidide, e alore tu ti fermis achi, cun nuatris, che i ti comedin ben no!!! Tu tornaras come gnove! E i miedis specialisas che vadin a cura lis gjalinis speladis, ce ditu tu? Tu les as provades dutes , lu savin, par fa vivi il tio’ cur, puare animute. Ma no comandin noatris ! Al comande un Atri ancje se tu tu as une coce dure pui dai claps e no tu vuelis capì. Cumo’ mangie e dopo tu vas a durmi’ tal iet che ti a simpri spetade. I vecjos ti an nominade fin tal ultim flat e loro e’ an simpri preat par il tjo piciul, e chei vecjos ca restin a vuelin vioditi prin di la’ tal puest che il Signor iu clame. Al comande il Signor, cir di capì une buine volte par simpri!!! E intant che tu pensis e tu mangjs, ti preparin la borse da l’ aghe cjalde par la gnot, che tu as fret, e i ti cjolin i scarpets cjalds che a faseve to none par ducju tai nestris país! O pensin ben no a metiti in sest, che i miedis son ancje di lassa’ pierdi, po’, soredut quant che no rivin a fa atri, o ben! Fasin no, fasin di bessoi!!! No vino simpri fat di bessoi? Fasarin ancje par te!
    Non è il friulano della koinè ; non importa qui la koinè. Importa che ci mettiate un po’ di ingegno ed intuito per comprendere. Provate e riprovate un pochino. Non e affatto difficile, siete d’ accordo?
    So che se riusciro’ a varcare l’ uscio della mia nativita’ sarò in un attimo fra i miei vecchi compagni e le mie vecchie compagne come ai tempi della spensierata infanzia e giovinezza. E magari loro mi porteranno ancora a giocare di briscola al vecchio bar del vecchio ponte che è ancora là, intatto e integro come allora. E magari mi porteranno su , in cima alla collina a vedere il vecchio e piccolo castello restaurato perché era proprio caduto a terra ( anche se prima poco ci mancava ) e loro mi diranno che son venuti fior fiore di “architets” e di ” ingegniirs” che hanno rimesso con matematica precisione le pietre dove stavano. Ma ai miei ormai anziani compagni e compagne interesserà di più riempire i sacchi e i cesti che ci saremo portati appresso per cogliere le nocciole, le noci, le castagne degli alberi centenari che costeggiano il sentiero della nostra collina piena di sole e scura nelle macchie dei boschi in cui nemmeno da piccoli e pestiferi selvatici osavano addentrarci. E forse, magari, i vecchi compagni e compagne mi porteranno ancora a fingere di nuotare nelle acque blu del maestoso Tagliamento, oppure nelle acque verde-turchese del suo bellissimo affluente che scorre ai piedi del colle. E chissà, forse avranno ragione loro, col loro cuore semplice e genuino, legato ancora saldamente ai fondamentali dell’ esistenza: le mie ferite forse si rimargineranno, i miei occhi potranno finalmente versare le lacrime che bruciano costantemente l’ iride affuscandola, ma che si pietrificano al contatto di quest’ aria che non mi appartiene. Il dolore forse perderà le aspre punte del rancore, del desiderio di un’ indistinta vendetta e, anche se mai accettero’ le perdite, potrò vivere da semplice donna dolente quel che resta del mio giorno, abbandonando sul sentiero dei miei boschi nativi lo strazio dell’ orsa che non sa quietare il sordo e silente ruggito della madre colpita peggio che a morte.

    La gente ha bisogno del luogo su cui è nata, su cui ha vissuto gli anni migliori, su cui ha faticato e pianto. Io so molto bene cosa significa lasciare i luoghi dell’ anima e per questo dico che la gente che oggi ha perso i suoi luoghi nativi deve tornare a riabitarli. Le cicatrici rimarranno,ma non sanguineranno come stimmate che non lasciano tregua al cuore e al sogno.
    Si dice che perfino i vecchi lupi, quando capiscono che il loro tempo volge alla fine, vanno a cercare la tana da cui la loro madre li fece uscire la prima volta a veder la luce del sole, a giocare con loro per insegnare loro le ataviche strategie di predazione e sopravvivenza.
    Tutti gli esseri viventi sono legati alla terra che per prima li ha nutriti e protetti, sono ancorati ad essa in modo profondo e misterioso. È una legge, una semplice ed incancellabile legge di natura. Ogni altro discorso lo lascio agli antropologi, agli etologi, agli scienziati, agli umanisti, ai letterati.
    Ora parlo alla politica, quella con la P maiuscola, quella che ha in cura la cura la civitas e l’ humanitas.
    È importante e fondamentale ridare il dovuto a chi il dovuto l’ ha perso perché un mostro avido e sanguinario, che i friulani chiamano da sempre Orcolat, si risveglia di tanto in tanto nelle buie e insondabili viscere della terra.

    Rispondi
  2. Pietro

    Oreste da un punto di vista tecnico ed architettonico non posso che essere d’accordo, essendo io stesso ignorante in materia. D’accordo anche di costruire e ricostruire con materiali idonei per la sicurezza e qualità, ma non credo che il sapere “tecnico”, ancorché basato anche sulla esperienza a casi analoghi, possa ricostruire il proprio habitat e la propria essenza. Noi italiani, ancorché appariamo fortemente innovativi e convinti, siamo legati a radici forti quale il focolare domestico (il Mulino Bianco, giusto per intenderci). Ci rimane dentro la speranza di essere felici su una collinetta al fianco di un fiumiciattolo con pargoli ed animali che si rincorrono sorridendo!
    Certo che la visione è solo ideale, di un sogno quasi certamente rincorso per tutta una vita e mai raggiunto. Ma se ai popoli, alle persone, alle famiglie ed agli uomini della nostra terra se togli questo “sogno” a cosa si deve aggrappare per percorrere la propria vita già priva di per sè di “calore”???
    Bene, allora la prima cosa da RICOSTRUIRE è la speranza di poter un giorno abitare nel proprio Mulino Bianco!!!

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?