La curiosa storia della Contessa Lara

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220px-CattermoleEvelina Cattermole, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Contessa Lara, fa parte di quella nostra letteratura poco nota, ma che sempre stupisce. Immagine di donna colta ed emancipata, ella è stata nella seconda metà dell’Ottocento scrittrice, poetessa e autrice per l’infanzia. Di lei si ricorda la vita dissoluta, libera da fissi legami. E l’orrenda fine, avvenuta per mano di un amante più giovane, avido e violento. Una tragedia che richiama non lontani fatti di cronaca e che purtroppo si ripete nel tempo, in cui è sempre una donna ad avere la peggio.

Eva Giovanna Antonietta Cattermole, detta Evelina o più semplicemente Lina, nacque a Firenze il 26 ottobre 1849 da padre scozzese e madre eccellente pianista. Essendo molto vanitosa, pare abbia falsificato la sua data di nascita, portandola al 1858. Fu molto precoce nell’apprendere le lingue; studiò musica. Le sue liriche forse possono essere considerate scarsamente profonde, ma di certo sono dotate di molta grazia. Quando, nel 1892, pubblicò uno dei suoi maggiori romanzi, L’innamorata, ella era all’apice del successo, introdotta nei più fervidi salotti culturali dell’epoca. A soli diciotto anni diede alle stampe la prima raccolta di poesie, Canti e ghirlande, e quattro anni dopo sposò Francesco Eugenio Mancini, figlio di un giurista e di Laura Beatrice Oliva, la più importante poetessa del Risorgimento. In breve tempo però il matrimonio si tradusse in un adulterio, ed ebbe luogo un duello fra il marito tradito e l’amante di lei. Morto l’amante, Evelina divorziò – come darle torto – e traslocò da Milano a Firenze, dove conobbe il poeta e scrittore Mario Rapisardi. Rinnegata dalla sua famiglia d’origine, per il grave scandalo occorso, pare abbia vissuto a casa della nonna. Ma il suo spirito indomito e ribelle non concluse la sua corsa. Rifiutata la convivenza con Rapisardi, la donna si trasferì a Roma. Fra l’altro, quest’ultimo era stato abbandonato anche dalla moglie Giselda, che gli aveva preferito nientemeno che Giovanni Verga.

Evelina scrisse per alcuni giornali della Capitale; si occupò di moda e costume e pubblicò dei racconti. Presto conobbe Giovanni Alfredo Cesareo, un drammaturgo e saggista col quale visse otto anni – forse la sua relazione più lunga. Fu allora che lo abbandonò per un pittore napoletano squattrinato, Giuseppe Pierantoni, più giovane di vent’anni e dall’indole violenta. Un revolver, regalatole per difesa personale data l’irascibilità dell’amante, le fu invece fatale. In seguito ad un violento alterco, avvenuto per futili motivi, partì un colpo. La pistola era di piccolo calibro, e la sventurata non morì subito. Ma anche qui, come in recenti fatti di cronaca, Pierantoni e la domestica persero troppo tempo prima di decidersi a chiamare i soccorsi. Fra l’altro, il notaio che curò il testamento della scrittrice, sparì col denaro e la salma di Evelina fu deposta in una fossa comune. Era l’anno 1896.

850fa40deec98a815ac7eac0bbc2e1e6_orig“Una donna è stata uccisa lì, nella sua dimora, nella casa che dovrebbe per tutti essere sacra, dove nessuno poteva difenderla dall’oltraggio e dalla violenza d’un malfattore. Una donna di alto e fino ingegno; d’animo caldo e gentile, un temperamento di bimba carezzevole, troppo bisognosa di affetto  e di gioia; una lavoratrice indefessa che aveva saputo farsi uno stato nel campo delle lettere e ciò non è poco specialmente in Italia”.

Così si legge, in questa breve testimonianza tratta dal “tombeau” che le fu dedicato nel 1897, In morte della Contessa Lara, attraverso cui poeti ed intellettuali dell’epoca la ricordarono sui giornali.

La morte della scrittrice provocò molto scalpore. Erano le sette di sera, di martedì 1 dicembre 1896, e la notizia fece il giro di tutta Roma. Per giorni non si parlò d’altro: la bella ed inquieta Contessa Lara – nome romantico, come disse Benedetto Croce – era stata barbaramente assassinata. Uccisa a soli 47 anni, da un colpo di pistola sparato dal suo giovane amante Pierantoni – per i bene informati, chiamato Bubi.

Quest’ultimo non si beccò nemmeno 12 anni di carcere, essendo stato impossibile giungere ad un verdetto unanime e dimostrare se lo avesse fatto per denaro –  come aveva sostenuto Evelina nei suoi ultimi istanti ai soccorritori, al fine di togliergli tutte le attenuanti –, oppure per passione. Al processo la donna venne descritta come una personalità priva di freni morali; isterica e sessualmente instabile; una che più degli uomini aveva sempre amato gli animali e solo a loro aveva saputo essere fedele. Dal canto suo, Pierantoni amava il lusso e le belle cose senza potersele permettere; viene da sé che avesse sfruttato la situazione, con una Contessa così bisognosa d’essere amata. La donna gli aveva permesso tutto, per due anni. Ma poi aveva deciso di farla finita con quell’amore malsano, e per questo era morta. Lei che, in realtà, non era mai stata né Contessa né Lara.

Alla sua morte, anche chi l’aveva a suo tempo ridicolizzata per il suo fare poesia, ora spargeva su di lei fiumi di retorica e pareva apprezzarla.

È curioso pensare che Evelina morì della stessa morte violenta che aveva spesso riservato alle sue eroine. E riporto una poesia, dove l’autrice dà una personale interpretazione di quella che immagina essere la sua fine.

 

Milano4Nella sala da pranzo ampia e fiorita

d’antichi arazzi, il sol s’indugia un poco

in una lista d’oro scolorita,

mentre scoppietta nel camin il fuoco.

È un tramonto d’inverno. Ecco la vita.

Ecco quale vorrei che a poco a poco

mi sfuggisse dagli occhi, scolorita;

mentre in una quiete ampia e fiorita

gli ultimi sprazzi ancor mandasse il fuoco.

 

(Impressione)

 

Dispiace a tutti, ma così non è stato. Un fatto delittuoso ed improvviso, non può essere neanche lontanamente paragonato ad un tramonto d’inverno. Che lentamente scolora, al caldo di un camino scoppiettante.

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