La canzone di primavera (seconda parte)

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Si conclude con questa seconda parte il racconto cominciato nel numero di agosto (potete trovare la prima parte qui).
Buona lettura!

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Praticamente fu un errore di approssimazione.

Erano state misurazioni un po’ affrettate, ma d’altronde quando si ha di fronte il Sistema Solare mica si può essere così precisi.
Già alla fine del 20° secolo gli scienziati di tutto il mondo avevano capito che uno dei calcoli più fondati ed acclarati della scienza moderna, la durata della vita del Sole, non era poi così acclarato. Avevano giurato cinque miliardi di anni. Roba da far star tranquilli chiunque. Sì, d’accordo, c’era un po’ di surriscaldamento globale ma niente di cui preoccuparsi, colpa dell’Uomo, ci si era detti, colpa dell’effetto serra, colpa della Rivoluzione industriale che dalla fine dell’ ’800 ormai avvelenava il nostro Pianeta. Vi ricordate le campagne informative degli anni ’90 contro l’utilizzo dei deodoranti spray per cercare di tamponare il buco dell’ozono? Ecco, tutte balle, soltanto palliativi per cercare di spiegare un fatto in realtà senza spiegazioni: la temperatura del Sole dal 1940 era aumentata in maniera vertiginosa e nessuno sapeva perché.
Poi all’inizio degli anni ’70 la ISAS, Institute of Space and Astronautical Science, una sorta di NASA giapponese, aveva scritto ai Governi di Russia, America, Israele, Italia, Francia, Gran Bretagna e Libia, con il Vaticano come Osservatore Speciale: guardate che secondo i nostri calcoli e contro ogni previsione il Sole si sta ingigantendo a dismisura. Dopo molte, moltissime pressioni i Paesi avevano messo su un team di ricercatori per capire cosa stesse succedendo. La diplomazia di Giappone ed Italia riuscì a tenere al tavolo Russia e Stati Uniti, già in piena Guerra Fredda, in piena corsa per gli armamenti, in piena corsa spaziale per la Luna prima e per Marte poi.
Nel 1975 ecco i primi risultati: gli scienziati giapponesi avevano colto nel segno, nel giro di appena 200 anni il Sole avrebbe, per così dire, bruciato la Terra, fregandosene di tutte le teorie che dicevano l’esatto opposto. Non valeva più niente di tutto quello che si era scritto fino a quel momento sulla durata della vita della Terra e del Sole, tutto carta straccia, a partire dalla Teoria di Milankòvic fino ad arrivare a quella della gigante rossa. Il Sole non avrebbe vissuto altri cinque miliardi di anni, l’umanità non sarebbe stata in pace per almeno un miliardo di anni, tutto sarebbe finito da lì al 2200, in appena due secoli, ecco qui la nuova deadline.

Naturalmente i Governi si attivarono subito per capire come mettere in salvo la popolazione della Terra senza creare il più totale caos. La Francia, paese neutrale, mise in campo un piano che per una volta trovò d’accordo tutti. Occorreva che i Paesi convocati si “spartissero” i territori, per poter governare meglio il fenomeno. Poi e solo poi si sarebbe capito come fare a salvare la popolazione. Step by step.

Per prima cosa la base della missione fu stabilita a Bruxelles, altro territorio neutrale. Per il resto la divisione del mondo in aree d’influenza facilitò il processo. Gli Stati Uniti si sarebbero occupati di tenere sotto il loro controllo gli Stati dell’America del Sud (come già cominciato nel 1973 con il Cile), la Russia le sue Repubbliche più la Cina, rinunciando all’influenza su un Paese economicamente avanzato come l’Italia (nel 1976, infatti, il Partito Comunista Italiano, su sollecitazione proprio dei Russi, favorì la nascita di un Governo di Unità Nazionale, il primo a conoscenza della nuova situazione). Gli Stati africani furono giudicati incapaci di dotarsi in così poco tempo di un sistema democratico che permettesse la governabilità del fenomeno, e quindi furono lasciati in balìa dei loro dittatori, figure carismatiche che si sarebbero preoccupate al momento giusto di fare la cosa giusta. Garantì per tutti il colonnello Gheddafi e tanto bastò. La Cina possedeva il più grande esercito di terra del Pianeta e per questo fu fatta entrare nell’ONU, sarebbe stato il braccio armato nel caso di rivolte e pasticci. Ad un certo punto si votò anche per il coinvolgimento dei paesi Arabi nel progetto: la mozione venne respinta (votarono contro Israele, Stati Uniti, Russia, Giappone), e quindi le popolazioni di Siria, Giordania, Penisola Arabica, Iran, Afghanistan e Pakistan sarebbero state lasciate al loro destino. Ai territori dell’Oceania avrebbe pensato la Gran Bretagna, come sempre.

Quando divenne chiara l’ineluttabilità del fenomeno, si cercò di rispondere alla seconda domanda: dove andiamo? Dov’è che portiamo gli abitanti della Terra? Il piano della Francia proponeva due soluzioni: colonizzare gli oceani oppure colonizzare un altro Pianeta del Sistema Solare. Entrambe le soluzioni avevano dei vantaggi: colonizzare gli oceani avrebbe permesso di guadagnare tempo nella speranza di una stabilizzazione del nostro amato Sole. Inoltre gli oceani ed i mari costituiscono il 97% del Pianeta Terra, con un adeguato sistema di filtraggio si può ottenere ossigeno ed acqua non salata per la coltivazione. Restava il problema della gravità, e di come riuscire a costruire strutture così complesse sotto la spinta massiccia della pressione dei mari. Inoltre non sarebbe stato facilissimo farsi concedere dagli altri Paesi le concessioni per poter cominciare a lavorare nelle “loro” acque, considerando che occorreva tenere il più possibile all’oscuro la popolazione mondiale. Paradossalmente la colonizzazione di un altro Pianeta sembrava una via più percorribile. Nel 1969 gli americani erano atterrati sulla Luna, seguiti a ruota dai Russi che invece nello Spazio avevano mandato il primo uomo. Come candidati si scartarono i pianeti interni tipo Mercurio, molto simile alla Luna ma troppo difficoltoso da colonizzare in così poco tempo. Gli americani proposero proprio la colonizzazione della Luna, da usare poi come trampolino di lancio per altri pianeti. Si sarebbero occupati loro ed i loro amici (Israele in primis) di finanziare il tutto. La Russia accettò il piano a patto che potessero giocare con la Cina un ruolo di spicco nella colonizzazione del nuovo pianeta, ed impose equipe scientifiche miste (dato che la Luna sarebbe stata il trampolino di lancio per l’esplorazione spaziale, meglio non rischiare di ritrovarsi senza uomini di fiducia…). L’America accettò, a patto che le equipe fossero scelte da un soggetto terzo, e la scelta ricadde naturalmente sulla Francia.

La Luna come campo base e Marte come nuova Terra: furono questi i pilastri sui quali costruire Exodus, la prima missione interplanetaria dell’Uomo… e speriamo non l’ultima.

Quindi a cavallo tra il 1974 ed il 1976 Americani e Russi comunicarono al mondo intero che il loro interesse per la Luna era ormai scemato, per poter così sfruttare il lato nascosto del nostro satellite e cominciare indisturbati la costruzione della base, da terminare entro il 1998. Poi sarebbero cominciati gli studi sull’organismo umano e la mancanza di gravità, la costruzione della base marziana ed alla fine del XXI°secolo sarebbe cominciato il vero e proprio esodo. Ci vorrà più di un secolo, considerarono gli scienziati, per evacuare tutta la popolazione terrestre in totale sicurezza. Ci si pose anche il problema degli animali, ma la tematica perse assolutamente di interesse dal momento che, a marzo del 2005, gli scienziati giapponesi richiamarono di nuovo tutti all’ordine: il Sole si ingigantiva in una maniera che sfuggiva anche ai nuovi modelli di calcolo, c’era tempo solamente fino al 2021 per concludere l’operazione Exodus.

E quindi non sarebbe stato possibile evacuare l’intera popolazione mondiale.

Si decise allora di accelerare le procedure attingendo dal piano originale della Francia.

Fu messo in campo di tutto per decimare il più possibile i poveri terrestri, sopratutto quelli del cosiddetto Terzo Mondo: virus, guerre, carestie, disoccupazione, l’ordine era soffocare con la violenza qualsiasi tentativo di ribellione, in modo che fossero poi le stesse popolazioni a richiedere l’intervento armato degli Stati.
A marzo del 2017 si riunirono di nuovo i “sette di Tebe”, ecco come si erano simpaticamente rinominati gli Stati protagonisti del progetto Exodus.
Si stabilì così che il 12 novembre 2018 il mondo sarebbe venuto a conoscenza di tutti i dettagli, conferenza stampa in mondovisione e che Dio o chi per lui ce la mandasse buona.
“Però così facendo si corre il rischio di scatenare il caos”, obiettò la Gran Bretagna.
A nessuno importò: la mozione 122018 passò con 6 voti favorevoli ed un solo Paese astenuto.

 

C’è un vecchio film italiano con Delia Scala e Claudio Villa, “Canzone di primavera”, che mi viene sempre in mente quando le temperature cominciano a farsi primaverili. Non è una grande pellicola, devo ammetterlo, ma la canzone che da il titolo al film ha un sapore d’altri tempi che mette allegria. Anche se l’isolamento imposto dalle misure sanitarie cautelari ci impedisce di mettere il naso fuori (protocollo A-118-DC), io lo sento che il Sole è già caldo, troppo caldo.
Mia figlia canticchia mentre sistemiamo gli ultimi dettagli della nostra partenza. E’ nervosa, la conosco, eccome se la conosco!
Ha una lista in mano e la spunta via via che tutto è al suo posto. Lei comanda ed io eseguo, come faceva sua madre con me.

“Due borsoni a testa per i primi 30 giorni”.
“Ci sono”.
“Comunicare elenco beni vestiari per il successivo recapito”.
“Fatto”.
“Bene. Hai preparato la dichiarazione per la cessione dei libri?”.
“Preparata e comunicata al Ministero. E qui”, tirai fuori un ebook, “ho da leggere per i prossimi 50 anni”.
Mia figlia sorrise.
“A chi hai lasciato tutte le tue cose?”.
“A qualcuno giù in paese. Tu?”.
“Le ho fatte spedire ad un amico che ho conosciuto in Australia”.
“Quanti anni ha?”.
“Questo mio amico? Credo più o meno la mia, sui quaranta”.
“Ed ha deciso di non partire?”.

Mia figlia fece spallucce. Erano moltissimi quelli che avevano deciso di non partire per Marte, di non farsi coinvolgere nel progetto Exodus. Dopo l’annuncio del novembre 2018 erano scoppiate ovunque le proteste. Il Governo Americano non fu il solo che si ritrovò con una giunta militare che aveva imposto controlli e regole sanitarie strettissime a chi volesse partire: ad esempio no agli over 80, no ai malati terminali, no ai sieropositivi. E poi no a chi non fosse in grado di pagarsi un’assicurazione che coprisse i danni provenienti dal viaggio interplanetario, no a chi appartenesse a determinati gruppi religiosi, no a chi era portatore di malattie genetiche. E la lista delle prescrizioni era molto lunga, nella speranza di ridurre al minimo le partenze. Degli oltre 6 miliardi di terrestri ne sarebbe partito un miliardo scarso.

“E la tua amica, la Gigì?”.
“Oh, la Gigì. Lei partirà, come no. E’ stata assegnata al Distretto 29B, mi pare. Decollerà dal Canada”.
“E’ serena?”.
“Credo di sì. Sì, penso proprio di sì”.

Dall’altra cameretta si sentì un rumore di cianfrusaglie cadute a terra e poi un pianto sommesso che crebbe pian piano di intensità.
Mia figlia corse nell’altra stanza, anche se in questo modulo abitativo posto a 35 metri sottoterra non c’era niente contro cui un bambino di due anni e mezzo potesse sbattere.
Dopo pochi secondi mia figlia tornò con in braccio il nostro Leonardo, forse era scivolato su una palla? Comunque piangeva come un ossesso.
Qualcuno bussò alla porta. Era un militare, e di questo ormai non mi stupivo più.

“Tutto a posto?”.
“Sì, grazie, solo mio nipote che ha sbattuto la testa”.
“Bene. Mi dicono che è pronto il vostro ultimo collegamento. Se vuole seguirmi…”.
“Certo”. Mi voltai verso mia figlia che fece segno di no. Lei non aveva più nessuno da salutare.

Il militare mi faceva strada ma ormai il percorso per la sala audiovisiva lo conoscevo bene: si trattava di una serie di monitor con cuffie grazie ai quali era permesso parlare con chi ancora era in superficie.
Tutti i computer erano occupati tranne uno. C’era chi piangeva, chi rideva, chi parlava una lingua che evidentemente non era la sua. Una ragazza orientale si esprimeva attraverso il linguaggio dei gesti e sembrava arrabbiata.

“Destinazione dello spaeking?”, recitò freddo l’addetto alle comunicazioni.
“Il bar del mio paese”.

L’addetto digitò sul monitor, premette invio e si allontanò per lasciarmi un po’ più di riservatezza.
Mi misi le cuffie mentre sullo schermo una clessidra girava e rigirava in attesa del caricamento.
Poi d’improvviso comparve l’immagine: era l’interno dello Zanzibar, il bar di sempre, il bar di una vita.
Ad osservarmi dalla videocamera stavano il Ceppo, Pollice e Settimo.
Appena si accorsero di essere in linea scoppiarono in un saluto fragoroso. Tanto, il resto del bar era deserto. Loro indossavano le tute in dotazione a chi aveva deciso di rimanere, delle specie di scafandri termoresistenti o così dicevano.
Li salutai anch’io con vigore, ma non riuscivo a capire nulla delle loro parole. Poi ad un certo punto Pollice si tolse il casco, seguito a ruota da Ceppo e da Settimo.

“Oh, così va meglio, senza quel cazzabubbolo sulla testa”, esclamò Pollice.

Sui loro volti comparivano massicci i segni dell’esposizione alle radiazioni solari, quegli scafandri non dovevano funzionare così bene…

“Come va?”, esordì timido.
“Si tirà avanti”, mi grugnì Ceppo.
“Oh, ma domani parti?”, mi chiese Settimo.
“Si”.
“E’ tutto pronto?”, incalzò sempre Settimo.
“Ci siamo quasi. Mia figlia è maniacale, sapete com’è”.
“Siete molti laggiù?”, mi chiese Settimo facendosi spazio tra gli altri due. Sembrava quasi che volesse entrare nella videocamera.
“Abbastanza, saremo circa un milione, però ci sono diversi distretti. Ma Gino, invece, come sta?”.
“E’ morto due giorni fa”, tagliò corto il Ceppo.
“Lui sta bene”, disse Settimo, “siamo noi che si muore giorno dopo giorno. Decadimento cellulare, l’ho letto su internet, sai”.

Pollice gli dette uno scappellotto sulla testa.

“Oh, basta con queste cagate, su. Senti un po’, e tu come stai?”.

Io come stavo?

“Bene, sto bene. Tanto tranquilli che anche da Marte ci si può sentire”.
“Certo, come no”.

Sorrisero. Poi ci mettemmo a parlare di cose di nessuna importanza, di come andava giù in paese, di quello che ci davano da mangiare nel rifiugio, dell’aria troppo calda per essere marzo e di come anche la polvere di Marte si potrà nascondere sotto i tappeti nel sabato delle pulizie.

Poi scese un silenzio imbarazzato, mai stato così imbarazzato in 40 anni di amicizia.

“Comunque potevate partire anche voi, ve l’ho chiesto mille volte”.
“Naa”, fece Pollice, “tutti quei controlli, quelle file. Non ho mai mosso un dito su questa Terra, figuriamoci se mi mettevo a lavorare adesso per andare su Marte”.

L’addetto alle comunicazioni mi toccò gentilmente una spalla.

“Ragazzi, io devo andare”.
“Va bene”, fece Pollice, “allora salutaci tua figlia e tuo nipote, e tieni alto il nome del paese su Marte”.

Feci sì con la testa. Poi Settimo schizzò in avanti.

“Bruno!”.
“Dimmi”.

“… buona fortuna…”.

Sorrisi. Loro si rimisero i caschi, e a me sembrò che Settimo stesse piangendo.

Ci salutammo silenziosi fino a che la comunicazione non si interruppe.
Nella postazione di fianco un signore della mia età stava scrivendo qualcosa su un vecchio quadernino.
Quando vide che lo osservavo sembrò giustificarsi.
“Dicono che da Marte si potrà mandare qualche cartolina”, arrossì. “Credo faccia ancora piacere ricevere una cartolina…”.

Ero d’accordo.
Per fortuna mi ero segnato il numero di Distretto di Gigì.

 

 

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Chi lo ha scritto

Riccardo Bartoletti

Classe 1984, dalla biologia molecolare al musical al teatro classico, questo è stato il mio percorso professionale. Mi occupo di cultura e progettazione, e di tutto quello che solletica la mia curiosità, col preciso scopo di osservare con occhio diverso laddove non si pensava neanche potesse esistere "qualcosa". Sono fermamente convinto che non si possa chiamare vita quella senza libertà, e che non si possa essere liberi senza un bene fondamentale: la conoscenza.

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