Homo homini lupus

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Un pugno lo colpì in pieno petto, lasciandolo rantolante a terra.

Homo homini lupus. L’avevo già avvertita, è inutile cercare di contrastarci.”

“Non avete il diritt…”

“Marra.” Un altro pugno, più violento del primo, in faccia questa volta.

“Ognuno decide da se su cosa ha diritto. Le do tempo fino a domani, poi saremo costretti a prendere misure più drastiche.”

Hob diede un calcio ad una lattina, lasciata da qualche beone fuori dal locale. “Che mondo di merda” pensò. “Marra, Louis, andiamo.”

“Sì capo” fu l’ubbidiente risposta dei gorilla.

La vecchia Ford del ’79 partì, lasciandosi alle spalle il proprietario del locale ancora dolorante a terra, nascosto dalla luce innaturale dell’insegna al neon. Era una notte più cupa delle altre, e Hob provava un senso di sconforto. Sarebbe stato inutile discutere di lavoro con i due idioti che lo accompagnavano. Ci aveva già provato, rimediando risposte tanto stupide che nemmeno un bambino avrebbe dato. Giunto a casa sua, Hob si congedò dai due energumeni. Entrò in casa quasi di soppiatto, maledetta forza dell’abitudine. Si coricò direttamente, con indosso ancora l’elegante completo scuro.

“…le due virtù cardinali in guerra sono la forza e la frode…” Era la diciannovesima volta che rileggeva quel libro, eppure ogni volta “Il Leviatano” era in grado di sorprenderlo. Viviamo in un periodo di guerra continua, in cui ogni uomo è lupo per gli altri uomini, ed agisce in modo da poter sopravvivere, ed è la forza che decide chi può sopravvivere e chi no. Non esiste nessun contratto, nessuna pietà, è tutto un inganno. Se si vuole resistere bisogna passare sul corpo di altri uomini che, potendo, non esiterebbero a passare sul tuo di corpo. Erano le 3 di notte di una smunta giornata autunnale. Questi e altri pensieri affollavano la mente di Hob mentre si addormentò, preda delle proprie idee.

Quella di Hob era una vita piuttosto noiosa. Ci si aspetterebbe che le giornate di un mafioso siano movimentate, piene di inseguimenti e sparatorie, eppure è tutto il contrario. Hob si occupava della riscossione delle tasse, ed effettuava il suo lavoro egregiamente. Tradizionali giri di controllo, ogni tanto qualche minaccia ad un imprenditore che non voleva collaborare, ma nulla di più.

“Hob, sei come un figlio per me, e non ti vedo in forma ultimamente. Che ti succede?”

“Nulla, capo. Gli affari procedono bene, non abbiamo neanche dovuto bruciare la macchina del proprietario del Las Palmas.”

“Hob non osare mentirmi.” replicò con durezza.

“Davvero, nulla di che. Sono solo un po’ stanco.”

“Meglio così. In ogni caso prenditi una giornata di riposo. Svagati un po’, leggi quelle tue schifezze filosofiche che ti piacciono tanto, fai quel che ti pare ma riprenditi, mi servi.”

Attimi tesi.

“Come vuole.” Hob si rimise in testa il borsalino ed uscì a testa bassa dalla villa. ‘Nessuno capisce nulla in questo stramaledetto mondo. Si uccide, si deruba, si fa del male semplicemente per poter tirare avanti. Siamo solo insignificanti raggi di una ruota che gira. Se uno di noi si spezza questa continua a girare, inesorabile. Bella fregatura.’

‘Un giorno libero… dove sei Rousseau quando servi?’ ‘…e gli schiavi corsero incontro alle proprie catene…’ Un’altra parte che Hob aveva letto troppe volte. ‘Perché sottomettersi ad un finto garante della libertà come lo Stato, quando i potenti vengono imboccati e i poveri faticano a mangiare? E’ tutto un inganno contrattuale, e ognuno resterà lupo fino alla fine. Soprusi, furti, ingiustizie… l’unica via è diventare parte della caccia e restare vivi.’

Nei mesi successivi gli affari proseguirono alla grande, le spalle di Hob coperte dal suo “Homo homini lupus” e le tasche piene di sangue misto a denaro.

Finché una sera non arrivò un’inatteso messaggio: “Mi servi per un lavoro importante Hob, tu e nessun altro. Ti aspetto al solito posto tra 15 minuti.”

Entrò nel locale che era l’una passata. Si fece largo spire di fumo che cercavano una via per fuggire dall’arredamento consunto e privo di gusto, finchè non giunse al solito tavolo, il più riparato, lontano dal lamento di un jazzista svogliato.

“Ben arrivato Hob. Tu, portaci da bere, alla svelta.”

“Anche se possiede il locale non mi sembra il caso di essere così scortese” disse con aria svogliata.

“Cuciti la bocca Hob, ho sete.”

“Di cosa voleva parlarmi?”

“Ho un lavoro delicato per te. A 2 isolati da qui, una nuova libreria, la ‘Cultural’.”

“Tutto qui? Nulla di particolare mi sembra di capire” disse, per poi sorseggiare whisky.

“No. Il proprietario, è un tipo strambo. Non deludermi.”

“Quando mai succede?” replicò, dirigendosi verso l’uscita.

Il giorno seguente Hob si recò al posto, spalleggiato dai due soliti scimmioni. La Cultural, nuova carne da macello per il sistema. Ne uscì un uomo piuttosto basso, vestito di tutto punto. Era sulla sessantina, un paio di occhiali sul volto scarno e una voce inaspettata, tuonante: “cosa vuole?”

“Sa già cosa vogliamo. Dopo il primo mese sono 200 dollari.”

“Non ho quella cifra, e anche se l’avessi non gliela darei” replicò il vecchio con aria ferma.

“Non intendo farle del male, per il momento, ma lei deve collaborare” disse Hob ammiccando in direzione dei due scimmioni alle sue spalle.

“Ne ho visti fin troppi di sciocchi come lei, di certo qualche pugno nei reni non mi farà cambiare idea.”

“Come desidera. Homo homini lupus. Louis.” Un misto di sangue e saliva si riversò sul marciapiede.

“… e quindi… lei pensa di poter fare quel che le pare solamente perché è più forte?” ansimò l’uomo, carponi sul cemento.

“Faccio quel che devo fare per continuare a vivere.”

“Eppure io vivo lo stesso senza picchiare o minacciare nessuno” disse l’uomo, che nel frattempo si era rialzato. Hob tentennò. “In questo mondo schifoso vige la legge del più forte. I deboli sono costretti a soccombere, e se ne avessero l’occasione sopraffarebbero gli altri. Homo homini lup…”

“Non siamo bestie che agiscono guidate dal solo istinto. Ognuno di noi nasce con il diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà, non con il diritto di strappare tutto ciò dalle mani degli altri. Lei crede di sapere tutto, eppure è solo un ingenuo.”

“Ridicolo. Potendo, ognuno vorrebbe avere tutto per se, e non guarderebbe in faccia nessuno per…”

“La smetta. Sta infangando il ricordo dello stesso filosofo che crede di conoscere così bene. Lei non è altro che uno stolto che vuole autogiustificare la propria violenza, non sa nulla dell’animo umano.”

“Gli uomini sono tutti malvagi, lei, io, tutti quanti, non cerchi di indottrinarmi, è inutile, tutto inutile, non sono mica uno stupido.” Parole flebili come foglie che volteggiano in aria per poi cadere.

“I soprusi sono per gli animali senza ragione. E lei non è un animale. Semplicemente si sbaglia alla grande. Non siamo allo stato brado, ci siamo evoluti, la violenza non è altro che un’offesa alla nostra facoltà di pensiero. Lei non è così, e lo sa benissimo.”

Un macigno cadde addosso ad Hob, che restò in silenzio, immobile, fissando quell’uomo così minuto eppure così grande. E poi scappò via. Lasciò tutto, corse via, passando davanti a molti dei locali che nel tempo aveva visitato, cercando di fuggire da un’ombra che lo riprendeva sempre.

Furono giorni di buio totale. Disgustato dal mondo, disgustato dagli uomini, disgustato da se stesso, vagò per giorni, finchè un giorno la resa dei conti non gli si presentò davanti. Una pallottola gli trapassò il cuore, accompagnata da una frase che spirava nel vento ‘homo homini lupus’.

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