Harry Potter and The Cursed Child: buonismo a tutti i costi

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

144219283-e9e1aceb-a0de-4141-b84b-51e597c68f14Il 24 settembre, proprio un paio di giorni fa, è stato rilasciato dalla Salani, per i fan italiani, il nuovo “libro” della celeberrima saga “Harry Potter“, con il titolo “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. Già a questo punto potremmo iniziare a strapparci i capelli perché è chiaro a tutti, almeno a chi mastica un po’ di inglese, che il titolo è essenzialmente scorretto nella sua traduzione. Lasciamo perdere queste meraviglie del trasformismo linguistico, preferisco concentrarmi sul testo che ho avuto il dispiacere di leggere in lingua originale già ad agosto. Chi si è innamorato del giovane mago, che ha affascinato e avvicinato alla lettura migliaia di persone, anche chi non leggeva da anni, sa che ci sono alcuni elementi in un libro che dovrebbero restare intoccati, per mantenere quel senso di sicurezza e affetto che si crea tra lettore e lettura.
Il punto cardine di tutta la saga, sia secondo i lettori, sia secondo alcuni sociologi che hanno studiato l’impatto di questi libri sulla società, è che mostrano in un mondo irreale i grandi problemi del mondo reale e contemporaneo: la xenofobia dilagante (Purosangue contro Mezzosangue), il valore dell’amicizia e di legami sinceri, l’importanza e la forza dell’amore in ogni sua forma, il desiderio di giustizia e la ricerca di pari diritti, un’apertura incredibile verso il ruolo delle donne nella società, l’importanza dello studio lievemente a discapito dell’apparenza. Letto così sembrerebbe il solito predicozzo dei buoni sentimenti. In realtà, il mondo che si viene a creare è un qualcosa di molto complesso e variopinto, un luogo dove “i buoni” e “i cattivi” sono necessari per mostrare entrambe le facce della medaglia e porre al lettore una domanda molto profonda e a trabocchetto: Chi vuoi essere?
35441-harrypotter81aChiuso l’ultimo libro della saga i fan del “lato oscuro”, come me, hanno iniziato a sentire puzza di miele e diabete con il martirio del Professor Snape e quel maledetto “Always” che ha smontato un grande personaggio, ricco di luci e ombre. Con l’arrivo e la lettura di “The Cursed Child“, la Rowling ha dato il colpo di grazia ad almeno il 50% dei suoi fan. Non voglio raccontarvi la trama, perciò ve ne darò un breve assaggio giusto per giustificare le mie considerazioni.
Harry Potter e compagnia ormai sono cresciuti, hanno famiglia e figli e si ritrovano a vivere una vita di routine, nella più completa normalità di un mondo magico. Il secondo genito di Harry Potter, Albus Severus, inizia il suo primo anno ad Hogwarts e viene smistato tra i Serpeverde (i cattivi della scuola) e Scorpius Malfoy, figlio di Draco, è il suo nuovo amico del cuore. Da qui iniziano una serie di folli e sconclusionate peripezie con la Giratempo, salti temporali, cambi di vita, realtà parallele, morti che non sono morti e vivi che son morti. Tutto nella norma quando si parla di un libri di questo genere.
Il vero tasto dolente, almeno per me, è che, leggendo questo libro, si viene pervasi da una forte e fastidiosa vena di “buonismo”, che deve imperare e dominare in ogni momento. Tutti i personaggi diventano “vittime” di qualcosa o di qualcuno: Harry della sua incapacità di essere padre, Albus del cognome che porta, Scorpius e Draco della sofferenza, Hermione della carica che ricopre, Ron dell’eccessiva presenza della moglie… (tutto questo non viene raccontato ma lo si può ben leggere tra le righe). Sembra quasi che, ogni personaggio, sia stato imbrigliato e impossibilitato ad agire secondo il suo reale modus oprandi, per portare tutto nella stessa direzione: alla fine siamo tutti buoni.
DH1_The_Malfoy_FamilyArrivati a questo punto ci si rende conto di come crolli completamente lo scheletro portante dell’intera Saga. Se ci sono stati “buoni” e “cattivi”, se ci sono stati Mangiamorte e Ordine della Fenice, perché si deve per forza ridurre tutto al “siamo tutti amici adesso“? Ciò che rende speciale un libro è la gestione dei “villains”, degli antagonisti, che devono essere forti e presenti quanto il protagonista positivo. Più questi due estremi divergono e acquisiscono forza, più il libro prende vita e crea nel lettore quel senso di giustizia e rivalsa. In alcuni punti del testo si raggiungono dei picchi di “buonismo” talmente irreali da riportarmi ad un momento molto negativo della mia vita. Il periodo in cui la “società” giustificava e santificava i bulli a scapito delle vittime. Io per prima ho amato i “cattivi” appunto perché forti e indipendenti, perché non “vittime” come lo ero io. Leggere i piagnistei dei personaggi che mi avevano dato forza e coraggio per reagire e proseguire per la mia strada, mi ha fatto detestare questo libro, esattamente come ho detestato e letteralmente schifato chi aveva cercato di convincermi che il bullismo non esisteva.
A mio parere questa abitudine “malsana” di voler cercare il buono e lo stucchevole in ogni persona, porta ad una visione completamente distorta della realtà. Basti pensare alle “fan” che scrivono ai serial killer nelle prigioni, cercando di dimostrare che non sono dei mostri. Oppure a fatti più vicini a noi, come colpevolizzare al vittima di uno stupro e giustificare i carnefici. rowling_1231Questi comportamenti derivano da una società che tende a voler cercare sempre “il buono in fondo al cuore”. Il fatto che anche una scrittrice come J. K. Rowling sia caduta nel tranello del “buonismo” significa che abbiamo ancora molta strada da fare. In un’intervista, la Rowling afferma che non avrebbe voluto vedere così tanti giovani affezionarsi a personaggi come i Malfoy, i Black, Voldemort stesso perché creati appositamente per mostrare la malvagità umana da cui allontanarsi. In realtà, chi si è affezionato a loro, è perché ha trovato in queste figure quella forza che manca e che si vorrebbe avere, mantenendo un cervello abbastanza sano da capire e non imitare. La Rowling è così caduta nella spirale del “perbenismo” che, come ben si sa, porta all’omertà più totale.
Sarebbe il caso di lasciare che i cattivi continuino a fare i cattivi, perché anche queste figure servono ai giovani per crescere e porsi delle domande. Se anche i libri rispecchiassero veramente la società quale è senza addolcirla in continuazione, si potrebbe vedere una vera crescita delle generazioni future. Basta raccontare favolette. Raccontiamo il mondo per quello che è. La cattiveria umana, messa in piazza, è il miglior modo per chiedere ai giovani: chi vuoi diventare?

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?