Fermate la strage delle piante!

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

IMG_1042Partire per l’Inghilterra e cercare lavoro era il piano inziale, ma non sapevo a cosa sarei andata in contro. Attraverso varie agenzie di recruitment ho lavorato in diverse fabbriche e anche in un paio di vivai. Proprio in questo periodo mi trovo a lavorare in un grande vivaio, dove la mia occupazione principale è quella di trapiantare viole di ogni tipo nei vasi destinati alla vendita. Ore e ore a ficcare piantine nella terra, perdendo letteralmente il conto di quante volte il braccio sia andato a cercare di afferrare il nulla nella rastrelliera ormai vuota. Distese sterminate di scatole di polistirolo bianco, contenenti piccoli vasi neri, tutti ben ordinati, tutti uguali, fino a che non spunteranno i primi fiori. Allora si capirà il significato di quelle piccole scritte sulle etichette, quando la serra si riempirà di testoline colorate, in cerca solo di un po’ d’acqua e tanto sole.

A distanza di qualche settimana dall’inizio del mio lavoro, le piccolette hanno dato il meglio di se, mostrandosi in tutto il loro splendore e la loro fragranza. Gli ordini per i clienti sono stati evasi, i colori sono ben distinti, le più belle sono state prese e vendute. Proprio in questo momento inizia la seconda parte del mio lavoro. Che si fa oggi? Viole? Primule? Altre piante? No, oggi devo fare… The Killer! Carriola, secchio dell’immondizia per le etichette, scope, paletta, olio di gomito e butta via tutto! Entro in serra ed è una strage! Quella meravigliosa distesa di colori, ordine e gioia per gli occhi non c’è più. Al suo posto una serie di spazi vuoti e sporchi, terriccio, piante spiaccicate sul telo nero sottostante, qualche scatola ancora piena di fiori dai colori misti, piantine rinsecchite e gialle, che sembra abbiano passato l’ultima settimana nel Deserto del Gobi. Tutto ciò che resta è il risultato di uno sforzo immane per essere bellissime, sedotte e abbandonate dai “raccoglitori”, che le hanno lasciate lì. Tutte queste piccole meraviglie ora se la dovranno vedere con me, “The Killer”, mentre le prenderò con molta poca grazia, ammassandole le une sulle altre, schiacciando fiori e foglie per impilare quante più scatole possibile e svuotarle il più in fretta possibile. Pam! Pam! PAM! Contro il bordo della carriola. Quindici minuti, primo viaggio verso la vasca di raccolta. Altro giro altra carriola piena, altro viaggio alla vasca. Si continua così per tutta la mattina, tutto il giorno.

Questa fine non spetta solo alle viole, ovviamente, ci sono decine e decine di piante diverse in una serra. Oggi “The Killer” si occupa delle Viole, domani tocca alle Dalie nella serra sul retro, dopo domani alle Edere nella serra piccola, dopo ancora alle Heuchere nella serra sul davanti… C’è sempre qualcuno che deve morire per far spazio ai giovani… chiedo scusa, questo temo valga solo per le piante, per gli esseri umani è un po’ diverso: gli uomini somigliano di più a quelle maledette erbacce infami, che crescono negli angoli, piene di spine. Ce l’hanno con tutti e, l’unico modo per eliminarli, è armarsi di guati spessi ed estirparli con la forza, altrimenti le cariatidi si aggrappano in un punto e da lì non si schiodano più. Torniamo alle povere vittime di The Killer.

luomo-nellombra-2010-rpolansky-14c9a94e-1e60-4f9a-b379-2f24c4b9b74e

The Killer

Ci riflettevo proprio oggi, mentre svuotavo decine di scatole di splendide violette nella carriola. Ore e ore di lavoro per piantarle, ore di lavoro per innaffiarle, più tutta la loro buona volontà non sono servite a renderle appetibili per il pubblico e, di conseguenza, sono state scartate già in partenza. Troppo alte, troppo sottili, troppo corpose, colore non omogeneo, poche foglie, troppe foglie, lì c’è un buco, quella è alta e la sua vicina è bassa…

La richiesta del “cliente” del mercato è ben precisa e ha standard elevati da rispettare. Il cliente guarda la fotografia e vuole che il prodotto sia esattamente come l’ha visto in fotografia: perfetto. Chiaro che, chi compra, vuole un prodotto degno del prezzo che ha (anche se a volte, ammettetelo, vorreste un prodotto eccezionale al prezzo di un prodotto modesto), tutta via non si sta parlando di elettrodomestici. Se si parlasse di cellulari, o di frullatori, lo posso capire. Produzione in catena, pezzi standard, il prodotto deve essere uguale per tutti. Tuttavia qui si parla di piante, creature vive, che non possono essere “copie” ma che hanno una propria unicità in quanto essere viventi (“viventi” inteso nel senso scientifico, che non sono statici). La pianta deve essere di una determinata altezza, con una determinata densità di fogliame, con una determinata sfumatura di colore e, se c’è, il fiore deve essere (in alcuni casi) “uno solo” e rivolto solo in un verso… Seriamente c’è gente che controlla tutti questi dettagli? Effettivamente sì, c’è, altrimenti i raccoglitori non riceverebbero determinate direttive per la selezione.

Proprio oggi, mentre impilavo alcune scatole di viole rosse e arancioni, che erano ancora splendide e “fiammanti”, mi sono chiesta come reagirebbe “il cliente”, entrando in una serra piena zeppa di fiori, pronti solo per essere raccolti e portati a casa. Mi piacerebbe sapere se, “il cliente” saprebbe scegliere esattamente come fanno i raccoglitori o se, incredibilmente, verrebbe pervaso come lo sono stata io, dalla gioia dei colori, dalle striature che sembrano faccine, dal profumo che resta nella serra e il desiderio di raccogliere tutto.

pansy-bloom-flower-close-up-macro-orange

Don’t kill me, please!

Credo che questo breve periodo di lavoro in un ambiente come il vivaio, mi abbia spinta ad apprezzare un po’ di più ciò che è “imperfetto” e naturale, e ad allontanarmi piano piano dall’idea consumistica del “ dover avere per forza quello che hanno gli altri”. Semplice condividere frasi fatte su social media dove si elogia l’unicità e la semplicità: più difficile metterlo in pratica. Forse, partendo da cose semplici, come una pianta o un oggetto fatto a mano, si riuscirebbe anche a riscoprire il senso profondo della parola “imperfetto”, che non vuol dire “sbagliato”, ma semplicemente “unico”.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?