Viaggio nel passato: la Grande Guerra tra i monti del tarvisiano

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Un passo dopo l’altro, nel silenzio della valle. Le pedule di goretex affondano in un morbido tappeto di terra e foglie. Il rumore del nostro incedere lento e leggero si confonde con i suoni del bosco.

C’è pace qui, il sole filtra tra i rami degli alberi accesi di un verde speranza. Il vento leggero che scuote le foglie, animando di ombre giocose il nostro sentiero, èSaisera4 una carezza per l’anima. Camminiamo in fila, uno dietro all’altro, senza parlare. Osserviamo tutto intorno con occhi grati per la bellezza che ci viene offerta dalla generosità della natura. Ogni tanto ci fermiamo davanti ai grandi tabelloni illustrati che ci ricordano che in questo paradiso, una volta, si combatteva. E si moriva. Di freddo, di paura, di nostalgia. O trapassati da una pallottola. O lacerati da un granata.

Questa è la Val Saisera, profonda pochi chilometri e solcata dall’omonimo torrente, ai piedi delle Alpi Giulie dove si ergono maestose le vette del Jof Fuart e del Jof de Montasio, le prime vere montagne oltre i 2600 metri che si incontrano arrivando da sud fino a Valbruna e lasciandosi alle spalle il golfo di Trieste.

Qui è stato realizzato uno straordinario parco tematico della Grande Guerra perchè proprio in questi boschi e su questi monti, si sviluppava la linea difensiva costruita dai soldati austroungarici per proteggersi dall’esercito italiano che attaccava.

Saisera5Il percorso, costituito da tre anelli disposti in successione, rivela, con la grazia del tempo che conserva le memorie, la difficile vita dei militari, le loro occupazioni, le trincee, le postazioni di osservazione, le gallerie scavate nella nuda roccia per farne ricoveri, depositi di munizioni, punti di primo soccorso, siti dedicati ai telefoni da campo. E ti proietta in un viaggio a ritroso, di un tempo in fondo neanche tanto lontano, lasciando correre l’immaginazione per entrare nei pensieri, nelle emozioni e nelle disperate giornate siberiane tipiche di questa zona.

La natura oggi è ricca, ospita svariate qualità di alberi e di arbusti e il suo colore verde intenso e la pace che vi regna sembrano quasi voler cancellare tutto il dolore e la sofferenza incastonate in ogni roccia, marchiate su ogni vecchio tronco, sepolte da quel morbido tappeto di foglie e terra.

Come ogni guerra, anche questa, con i suoi miseri “resti” ci rinnova nella mente il pensiero dei traumi, delle malattie, delle perdite. Perdite non solo di vite umane ma anche di speranze, di progetti, di obiettivi. Giovani uomini che non si erano ancora affacciati alla vita da adulti.Saisera2

La bellezza di questo parco insieme alla passione di Davide Tonazzi che ha voluto realizzarlo ci offrono la possibilità di vivere un’esperienza unica, un viaggio nel tempo e nella memoria del nostro passato.

Davide è prima di tutto un grande appassionato della montagna e della natura che, insieme alla sua curiosità e agli spunti di riflessione offerti dalla madre, ha fatto della sua passione il suo lavoro. Oggi è guida storica della Grande Guerra in Alto Friuli e presidente del Cai Tarvisio sezione Monte Lussari oltre che autore di numerose pubblicazioni.

Ma c’è di più. E’ stato lui, con il suo impegno, le sue forze e le sue mani, aiutato da chi ha creduto in questo progetto, a costruire e mantenere agibile questo straordinario percorso di guerra. In una mattina si può percorrerlo in gruppo, guidati dalla sua esperienza per capire cosa succedeva su quei monti quando noi non eravamo ancora nati, capire e riflettere e godere allo stesso tempo di magnifici panorami immersi in una natura ancora incontaminata.

Grazie Davide per il tuo impegno! Grazie per averci messo anima e passione. Perchè ciò che creiamo con passione resterà per sempre nel ricordo di chi ha avuto la fortuna di esserne toccato.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Della prima guerra mondiale, oltre alla medaglia al valor militare di mio nonno che però mai di guerre mi parlò forse perché non parlava mai e piangeva sovente anche per una sua amata vecchia sedia di vimini che ti affrettavi a portargli sulla porta di casa dove passava le lunghe giornate della bella stagione, ho un ricordo indimenticabile, e commovente, che suscitò in me, giovane e inesperta ventenne, un’ emozione profonda, un sentimento che crescendo nel tempo con le mie stesse esperienze, mi ha portata finalmente alla consapevolezza di quale perversa condizione umana sia quella dell’ uomo che convive con la bestialità della guerra da quando esiste la ” civiltà” della proprietà.
    Ero appunto una ragazza di vent’ anni quando accompagnai dal suo medico un mio nipotino. C’ era molta gente in sala d’ aspetto a l’ attesa si faceva lunga. Ad un tratto colsi il chiacchiericcio di un uomo, un uomo molto piccolo e dall’ età indefinibile. Non sapevo con chi stesse parlando, seduto di fronte a me. Era nervoso, sempre in movimento con tutte le fibre del suo corpo, imbacuccato in un cappotto largo e grande per la sua esile corporatura. Se ne stava seduto, ma le sue membra, la sua testa , il suo volto erano tutto un movimento continuo, irrefrenabile, inconsapevole. Ad un tratto nella sala si fece un silenzio assoluto. Quell’ uomo che pareva un bambino invecchiato aveva la voce rotta da un inespresso pianto e stava dicendo, forse più a sé stesso che a qualcuno in particolare, che aveva appena compiuto diciassette anni quando a casa sua arrivo’ la lettera della chiamata alle armi. L’ omino diceva che quel giorno sua madre preparò abbondante cibo per il mezzodì e lo cucinava piangendo calde lacrime che nessuno, nella grande sua famiglia patriarcale le intimò di nascondere. Sedettero come sempre alla grande tavolata, ma nessuno aveva la forza di ingoiare un sol boccone. Solo lui, quel piccolo omino, mangiò. La madre tutto raccolse presto fra canovacci e carte e tutto infilò nella valigia che riempi anche di salami e due forme di formaggio vecchio di latteria friulana. In un’ altra valigia la madre pigio’ quante piu maglie, calzettoni, sciarponi di lana poté. Il padre gli mise addosso il suo cappotto sopra quello che aveva già indossato per lasciare la casa natia prima che il sole di quel freddo inverno svanisse dal cielo. Tutti lo abbracciarono sull’ uscio, tutti piangevano sull’ uscio, ma neanche il vecchio nonno riuscì a dirgli nulla, diceva il piccolo omino dal corpo in perenne movimento. La madre, solo lei gli parlò tra le lacrime : gli disse di riguardarsi, di coprirsi, di aver cura di sé. E lo baciava senza posa bagnando gli il viso con il pianto. Lui e il padre si incamminarono assieme lungo la strada che portava alla stazione. È lunga la strada che dal paese di quell ‘ omino porta alla stazione del comune. È tutta dritta e la conoscete anche voi, forse, perché si diparte da quella che oggi è la villa veneta più famosa del Friuli: la Villa Manin. Quell’ omino diceva fremendo che lui e suo padre percorsero quella strada infinita senza una parola. E qui il piccolo omino si alzò in un attimo dalla sedia dello studio medico. Guardò nel vuoto e ripeté che suo padre non aveva mai parlato lungo tutta la strada che arrivava alla stazione. Il treno era già li. Solo il tempo di un abbraccio lungo, lungo. Poi l’ omino sedette di scatto e di scatto ripeté che suo padre non aveva detto una sola parola sulla strada fiancheggiata dai campi di neve che arrivavano fino al cielo guardando verso sud, fino ai monti bianchi guardando verso nord. Ripeté forte:- Mio padre non parlò!
    Si tacque all’improvviso e a me pareva che scomparisse dentro il suo enorme cappotto, un cappotto che tentava di riscaldare un bimbo vecchio, un saggio vecchio bimbo che non era riuscito a crescere di più.
    Il silenzio si tagliava col coltello nella sala d’ aspetto di un vecchio medico di famiglia. Taceva anche il mio piagnucoloso nipotino che non stava bene. Forse le cose tremende raggelano il mondo, lo fermano, fissando l’ orrore per l’ eternità.
    Io non so come procedettero le visite. Io non ricordo null’altro di quella mattina di primo autunno. Ricordo solo che, uscendo dalla sala del medico, sentii sul mio corpo il calore del sole dorato e strinsi forte al mio il corpicino esile di quel nipotino.
    Sono stata insegnante. A tutte le classi quinte, quando si arrivava allo studio della prima guerra mondiale, raccontai questa vicenda, così come l’ ho raccontata qui. Qualche nonno dei miei giovanissimi allievi venne da me, col berretto sdrucito fra le rugose e forti mani, a ringraziarmi per ciò che avevo fatto capire ai loro nipoti. Io non ho mai saputo ciò che hanno capito i miei alunni perché anche loro, come tutti in quella sala, hanno taciuto a lungo dopo l’ ascolto. Ma tutti alla fine della lezione mi hanno sempre, sempre portato sulla cattedra il disegno di un bambino che camminava sulla neve con due valigie nelle mani, un enorme fucile in spalla, un grande papà accanto.
    Quando ora ci penso, tra le gioie e dolori che abitano il mio cuore, piango, piango come quella madre. Piango in solitudine. E sento, pesante come un macigno, tutta la rabbia sorda che il pensiero della guerra porta in me. La vita è già una guerra, le malattie sono guerre strazianti: come fa l’ umanità ad inseguire le guerre d’ armi?

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    • Pierpaolo

      Complimenti, ma soprattutto grazie per non avere permesso al trascorrere tempo di dimenticare…

      Rispondi

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