Viaggi difficili

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E così dovrei dirti che si parte. Di seguirmi, senza preoccuparti di niente. Dovrei fingere di non vederli quegli sguardi che ti sfiorano, e ti si fissano addosso, come fa la carta velina sul modello.

Dovrei dirti che non è niente, che ci siamo solo noi. Che l’universo non è mai stato così bello, per il solo fatto che tu sia ancora viva. Insomma, dovrei inanellare una serie infinita di luoghi comuni e frasi banali, prive di senso. Con l’intento di convincerti che niente è perduto. Che la tua vita non è finita su questa sedia a rotelle, dopo quell’assurdo incidente.

Eppure, talvolta mi sento così crudele…realistica al punto tale da non poter più fingere. Mi chiedo allora se tu lo preferisca, o se ritieni più confortante rifugiarti in quelle favole che ti raccontavamo da bambina. Tu eri la principessa del castello: tutte le figlie lo sono. E poi, si cresce fra maghi che utilizzano strane pozioni, che risultano velenose per chi sta intorno. Orchi cattivi che, se va bene, ti annientano senza fare troppo clamore. E si rimane nudi, in balìa di concetti che non ci avevano  spiegato. Perché nelle favole non c’è mai il bullo a perseguitarti e a renderti insicura. Non c’è il maniaco a terrorizzarti. Non c’è la persona cattiva, magari invidiosa, che si diverte ad affossarti. Non ci sono occhi maligni che, quando le cose si mettono male, continuano ad infierire.

E così ho pensato di dirti che si parte, su una nuvola di zucchero filato, in cui avvolgere la tua carrozzina. In un posto dove esistono fiumi di schiuma e bolle di sapone a decorare i percorsi per i portatori di handicap, con passerelle e ponti levatoi che giungono ovunque. Se devo dirla grossa, almeno che la dica in modo surreale.

“Vedi Paola”, vorrei raccontarti, “nel posto dove andiamo adesso, non ci sono barriere né infrastrutture. I musei sono accessibili, puoi venire ovunque. Non verrà a prenderti un signore, con fare solenne, per caricarti su un ascensore che si trova in un luogo isolato, e tu non attenderai minuti preziosi, mentre tutti gli altri vanno avanti. Non arriverai in ritardo alle spiegazioni della guida, né nessuno ti guarderà con occhio pietoso, mentre io o tuo padre cercheremo di farti uscire dall’ascensore senza toccare i bordi con le ruote. Verrai con noi, perché per una ragazzina paralizzata, ci sono adesso tante soluzioni”.

A queste mie parole rideresti, Paola. Ne sono certa. Ma, in fondo, tu fingi sempre di credere a tutto quello che ti dico. L’illusione che mi dai è quella.

Mi spingerei oltre, e ti direi anche che gli handicappati nel nostro Paese sono tenuti in grande considerazione. Che la gente si scosta, sui marciapiedi, quando ti vede arrivare con la tua sedia. Che ti fanno largo, e che ti permettono di passare. Che i marciapiedi stessi sono agibili, e non tortuosi e pieni di buche. Che la gente parcheggia in modo cosciente, e che non butta le auto in malo modo a cavallo delle strade, costringendoti a pensare a come aggirare l’ostacolo. Insomma, in questo mio mondo, quello che ho inventato per te, la tua vita non sarebbe più un inferno.

Partiamo, Paola. Andiamo in vacanza. Vieni fiduciosa. Nei locali non si chiederanno tutti dove poterci mettere, e alla tua carrozzina non riserveranno un angolo poco illuminato, perché la sofferenza intristisce, e quindi va ad ogni costo celata.

Mentre ripongo i tuoi abiti in valigia, penso a questo nostro mondo creato ad arte, e a tutte le cose che si potrebbero fare. Darei qualunque cosa per risparmiarti la pietà della gente, perché la tua testa funziona benissimo, sono le gambe quelle a non essere presenti. E quindi tutto quel che io vedo, lo consideri anche tu.

Spiazzi tutti col tuo sorriso, e con la profondità del tuo eloquio. Lo so. Ma perché devono sempre conoscerti a fondo, prima di poter constatare che non porti disagi né brutture? Che sei un essere speciale, viene solo col tempo. Nessuno dovrebbe avere paura di te.

Fra poco si parte, Paola. Ogni giorno un nuovo inizio. Con tuo padre che inventa sempre tante storie e che ti fa ridere. Se sapesse che, per una volta, anch’io ne ho pensata una per te, sarebbe sorpreso. Non ho mai voluto nasconderti la verità, fino a quando non ho visto che per te stava diventando troppo dolorosa. Fino a quando non ho colto il mondo sprofondare nella più netta indifferenza.

Allora ho aggiunto un po’ di “pepe” alle favole. Da tempo, ormai, sono un soldato che imperversa nelle strade e, a colpi di kalashnikov, si fa spazio. “Spostatevi, maledetti!”, dico a tutti. Mentre ti faccio scudo col mio corpo, e passo sopra ai cadaveri di chi ride. Sono un superuomo, e ti carico a spalla. Tu non te ne accorgi neanche. La tua sedia a rotelle diventa leggera, sotto le sollecitazioni dei tuoi movimenti. E ali bianche, come quelle di un gabbiano, fanno talvolta le mie veci. Quando non ci sarò più, sarà così che voglio immaginarti.

Si parte, Paola. Questa volta andrà meglio, te lo prometto. Avrai la leggerezza che meriti e il rispetto della gente. Per quella tua vita “piccola”, condizionata dalle ruote.

Mentre chiudo la valigia, il mio cuore ha un sussulto. Devo smetterla di promettere quel che non posso mantenere. Ho questo brutto vizio. Credi che potrai mai perdonarmi, amore?

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